Archivio mensilemarzo 2018

Abbaiare è un diritto del cane (…se non supera i limiti di tollerabilità)

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Il vostro cane abbaia?

È un suo sacrosanto diritto! Lo stabilisce una sentenza del Tribunale di Lanciano, la quale dichiara che i due cani della famiglia citata in giudizio dai vicini di casa avevano tutto il diritto di abbaiare perché, di fatto, svolgevano la funzione di guardia e di sicurezza sul territorio in cui risiedevano. In quel caso specifico, il giudice ha stabilito che si trattava di un vero e proprio stalking giudiziario nei confronti della famiglia. I due cani erano accusati di abbaiare troppo e disturbare i vicini. Per giustificare la sua decisione, il giudice ha fatto riferimento agli articoli 544 bis e seguenti del Codice penale, all’art. 5 della legge 189 del 2004 e alla ratifica della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, che stabilisce l’obbligo morale dell’uomo di rispettare tutte le creature viventi.

Questa sentenza è una vera conquista nella tutela dei diritti dei cani: così facendo viene rispettata la loro natura. È anche vero, però, che la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri.

A tal proposito per l’appunto interviene l’art. 659 c.p. (Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone), in cui il Legislatore specifica che l’abbaiato dell’animale non deve superare i limiti di tollerabilità. Ma qual è il limite di tollerabilità? Anche qui è il buon senso che deve dettare legge.

Ed è quanto chiarisce la sentenza del Tribunale di Lanciano: il latrato dei cani non può essere impedito, ma rappresenta un vero e proprio diritto. Specie quando qualcuno o qualcosa si avvicina al loro territorio. Spetta  ai proprietari fare in modo che i rumori non superino le soglie della normale tollerabilità. Solo se l’ abbaio del cane diventa “patologico” e troppo molesto è necessario intervenire.

I proprietari dell’animale dovranno quindi fare di tutto, compreso il ricorso a metodi di educazione dell’animale al fine di individuare ed eliminare le cause che lo portano ad abbaiare smisuratamente.

Cosa accade dunque se non si corre ai ripari e l’abbaio disturba la quiete e il riposo delle persone? Oltre al rischio di una condanna per il risarcimento potrebbero esserci anche conseguenze penali.

La legga parla chiaro: l’articolo 844 del codice civile vieta le immissioni di rumore che superano la normale tollerabilità, mentre l’articolo 659 del codice penale sanziona il disturbo della quiete pubblica, che prevede, come conseguenza, l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a 309 Euro.

 

 

Assicurazione scaduta: sinistro coperto nei primi 15 giorni, anche se il premio è pagato dopo

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La Corte di Cassazione nella sentenza n. 26104/2016 ha chiarito che, se il sinistro avviene a polizza assicurativa scaduta, la copertura resta operativa laddove l’incidente risulti occorso nei successivi quindici giorni di tolleranza, indipendentemente dalla circostanza che il pagamento del premio sia avvenuto o meno in quel periodo di tempo. Infatti, ex art. 1901 c.c., l’effetto retroattivo della risoluzione del contratto si produce non dalla scadenza del premio, ma dallo spirare del periodo di rispetto.

Per i giudici di Cassazione merita accoglimento il motivo teso a far ritenere l’ultrattività della polizza, stante l’interpretazione confermata dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui, in caso di risoluzione del contratto a norma del terzo comma dell’art. 1901 c.c., l’effetto retroattivo della risoluzione si produce non dalla scadenza del premio ma dallo spirare del periodo di tolleranza.

La giurisprudenza di legittimità ha altresì chiarito “che il mancato pagamento, da parte dell’assicurato, di un premio successivo al primo determina, ai sensi dell’art 1901, secondo comma, c.c., la sospensione della garanzia assicurativa non immediatamente, ma dopo il decorso del cosiddetto periodo di tolleranza o di rispetto e, cioè, di quindici giorni dalla scadenza del premio medesimo”.

Tale principio, prosegue la Cassazione, opera indipendentemente dal verificarsi del pagamento del premio dovuto entro l’indicato periodo, ed anche in caso di protrarsi dell’inadempienza dell’assicurato e di eventuale successiva risoluzione di diritto del contratto, a norma dell’art 1901, terzo comma c.c., nel senso che l’effetto retroattivo di tale risoluzione si produrrà non dalla scadenza del premio, ma dallo spirare del periodo di tolleranza.

 

 

 

Cosa succede in caso di mancato pagamento o ritardo nel versamento del bollo auto

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Il pagamento del bollo auto va effettuato da tutti coloro che, in base al P.R.A, risultano possessori di un’auto. Il tributo regionale va pagato una volta all’anno da tutti i proprietari di autoveicoli, anche se i mezzi non sono circolanti (rileva, infatti, ai fini del tributo, il possesso del mezzo, indipendentemente dal suo utilizzo).

Chi si dimentica di pagare il bollo alla scadenza o chi, per una momentanea difficoltà economica non riesce a far fronte al pagamento del bollo, può rimediare grazie al ravvedimento operoso, che è molto conveniente se il pagamento viene regolarizzato entro 15 giorni dalla scadenza, meno vantaggioso se effettuato entro il 30° e il 90° giorno dal termine di pagamento.

Tutti i pagamenti effettuati dopo il termine di scadenza comportano infatti l’applicazione di sanzioni e interessi di mora che, se restano impagati per un intero anno dopo il termine ultimo di pagamento, danno diritto alla Regione titolare del tributo di inviare al contribuente un avviso bonario, invitandolo al pagamento il prima possibile, per non incorrere in sanzioni.

Se poi, anche dopo questo avviso, il contribuente non riesce ancora a pagare il bollo, il tributo viene iscritto a ruolo e la cartella di pagamento affidata a un agente di riscossione.

In questo caso, decorsi i 60 giorni di tempo concessi per estinguere il proprio debito, possono essere attivate procedure cautelari ed esecutive (es: fermo amministrativo), per recuperare quanto dovuto dal contribuente.

 

Tari “gonfiata” dai Comuni: alcuni utili chiarimenti

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Sul caso della Tari “gonfiata” arrivano i chiarimenti del Ministero. La circolare del 20 novembre spiega come si calcola la Tari “correttamente” secondo le indicazioni normative, come i contribuenti possono presentare il rimborso e come i Comuni possano correggere i propri regolamenti.

Il Mef precisa che “la quota fissa di ciascuna utenza domestica deve essere calcolata moltiplicando la superficie dell’alloggio sommata a quella delle relative pertinenze per la tariffa unitaria corrispondente al numero degli occupanti dell’utenza stessa, mentre la quota variabile è costituita da un valore assoluto, vale a dire da un importo rapportato al numero degli occupanti che non va moltiplicato per i metri quadrati dell’utenza e va sommato come tale alla parte fissa”.

Nella Circolare si spiega, facendo riferimento alle pertinenze dell’abitazione, che il calcolo corretto è computare la quota variabile una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica.
Un diverso modus operandi da parte dei comuni non troverebbe alcun supporto
normativo, – aggiunge il Mef – dal momento che condurrebbe a sommare tante volte la quota variabile quante sono le pertinenze, moltiplicando immotivatamente il numero degli occupanti dell’utenza domestica e facendo lievitare conseguentemente l’importo della TARI”.

Il Ministero invita quindi i contribuenti che hanno riscontrato un calcolo errato della parte variabile della Tari, a chiedere il rimborso dell’importo dal 2014 ad oggi, al Comune o al soggetto gestore del servizio rifiuti e precisa che l’istanza dovrà contenere:

  • tutti i dati sul contribuente,
  • l’importo versato
  • l’importo da rimborsare,
  • i dati della pertinenza che è stata calcolata erroneamente.

Il Mef infine invita i Comuni che hanno adottato disposizioni difformi rispetto ai criteri chiariti dalla Circolare, ad adeguare i propri regolamenti.

 

Depenalizzazione: addio al reato di ingiuria. Come ci si può difendere?

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L’ingiuria consiste nell’offesa formulata da un soggetto nei confronti ed alla presenza della vittima a cui la medesima offesa è rivolta, in assenza di altri soggetti. La situazione inversa, ossia l’assenza della vittima e la presenza di terzi comporterebbe il diverso reato di diffamazione.

Sino ad oggi l’ingiuria è stata punita (almeno sulla carta) con la reclusione fino a 6 mesi o la multa fino a 516 euro. In realtà, la sanzione non veniva quasi mai applicata, posti i carichi dei tribunali che portavano buona parte dei procedimenti alla prescrizione; senza contare poi che, per i fatti più tenui, il colpevole otteneva l’automatica archiviazione del procedimento, senza applicazione della pena. Risultato: la norma penale aveva perso il proprio carattere deterrente. Chi veniva offeso, dunque, poteva utilizzare il giudicato penale per ottenere, in via civile, un risarcimento del danno.

A seguito della recente depenalizzazione le cose sono mutate notevolmente: la sanzione, infatti, anche se si configura come civile (l’illecito, infatti, non è più penale) potrà andare da 100 a 8.000 euro. Se, invece, c’è l’attribuzione di un fatto determinato o commesso in presenza di più persone, al posto della reclusione fino a 1 anno o alla multa fino a 1.032 euro si passa alla sanzione pecuniaria civile da 200 a 12.000 euro.

In questo modo, quindi, il soggetto che risulta essere offeso potrà difendersi soltanto aprendo una causa civile, per ottenere l’indennizzo e la multa, anche se quest’ultima a favore dello Stato.

Inizierà quindi una causa civile tra l’offeso e il colpevole. Lo Stato subentrerà solo con l’emissione della sentenza: se questa, infatti, sarà di condanna, il giudice obbligherà il colpevole a pagare:

– il risarcimento dei danni alla persona offesa e, con esso, le spese processuali: in caso di mancato pagamento, il creditore potrà agire tramite il pignoramento, previa notifica della sentenza e dell’atto di precetto;

– una sanzione civile alla cosiddetta Cassa Ammende, ossia allo Stato: in caso di mancato pagamento, l’importo viene iscritto a ruolo e interverrà Equitalia, notificando una cartella di pagamento e procedendo anch’essa al pignoramento nelle forme più celeri della cosiddetta esecuzione forzata esattoriale (si pensi che, in tali ipotesi, è possibile pignorare il conto corrente senza passare neanche dal giudice dell’esecuzione). Equitalia, però, non potrà né iscrivere ipoteca sulla casa, né pignorarla (salvo che il colpevole abbia già altri debiti con l’erario), poiché l’importo minimo del debito per far scattare la prima misura è di 20.000 euro e, per la seconda, è invece di 120.000 euro.

 

Vuoi trasformare la tua terrazza in una veranda chiusa? attento

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Quando è possibile realizzare una veranda e i permessi da richiedere.

Per prima cosa è necessario sapere che un intervento di questo tipo è molto significativo dal punto di vista urbanistico, perché comporta la trasformazione di una superficie aperta in volume chiuso, aumentando quello dell’immobile.

Per poterlo realizzare è necessario che sia ancora disponibile una volumetria residua per l’immobile da poter sfruttare. Sarà il tecnico incaricato del progetto (architetto, ingegnere o geometra) a verificare, sulla base delle prescrizioni del Piano urbanistico vigente, se esiste questa possibilità. In caso affermativo sarà suo compito predisporre gli elaborati per la richiesta di un Permesso di Costruire, il titolo autorizzativo necessario.

Anche nel caso in cui non si possa sfruttare una cubatura residua, può esserci la possibilità di realizzare un ampliamento. Infatti dal 2009 è possibile farlo anche in deroga ai parametri urbanistici vigenti, in virtù del Piano Casa.

Il Piano Casa e l’aumento di volumetria degli edifici

La legge sul Piano Casa si attua in maniera autonoma in ciascuna Regione, con delle specifiche leggi regionali, per cui le possibilità, le scadenze e i parametri da rispettare variano in tutta Italia. Comunque, in linea di massima, è consentito l’ampliamento del 20% della volumetria esistente dell’edificio, per cui è facile poter sfruttare questa possibilità con la chiusura di un balcone o terrazzo.

La differenza con la procedura amministrativa per un normale ampliamento è che, in quasi tutte le Regioni, è possibile realizzare questo intervento con una Dia (denuncia di inizio attività).

LA CHIUSURA DELLA VERANDA: TABELLE MILLESIMALI- CATASTO E DETRAZIONI FISCALI.

Con la riforma del condominio, per tutte le innovazioni di vasta portata (successive al 18 giungo 2013), è possibile ottenere la modifica delle tabelle millesimali solo se l’alterazione superi il quinto del valore proporzionale dell’unità immobiliare (per le opere effettuate prima del giugno 2013, invece, la revisione poteva essere chiesta solo in presenza di una “notevole alterazione” del rapporto originario tra i valori dei singoli piani e porzioni di piano).

La chiusura del balcone non può considerarsi una innovazione di vasta portata tale da alterare tale rapporto di un quinto (o, se anteriore alla riforma, tale da creare una “notevole alterazione”). Pertanto, il condominio non deve procedere alla revisione dei millesimi.

Un esempio di innovazioni che determinano la revisione delle tabelle potrebbero invece essere la trasformazione di sottotetto o di autorimessa in abitazione.

Al più, se si tratta di edifici dotati di riscaldamento centrale e se le spese di questo servizio siano ripartite in base al volume delle proprietà esclusive, può avere fondamento la richiesta di ricalcolare i millesimi del riscaldamento ove solo una parte dei condomini abbia costruito le verande. Nel caso di ripartizione delle spese di riscaldamento centrale in base alle superfici radianti, la modifica dei millesimi è ammissibile solo nel caso di installazione di nuovi elementi scaldanti nelle verande.

Per quanto riguarda la comunicazione al catasto: In ogni caso, la chiusura a vetrate di terrazze-balconi per realizzare un ambiente chiuso annesso all’abitazione comporta una variazione della consistenza originaria dell’unità immobiliare, in quanto il locale ottenuto ha quantomeno i caratteri di un accessorio diretto della abitazione quantificabile in 1/3 di vano (ripostiglio, corridoio, vano piccolo, ecc). Pertanto, tale variazione deve essere dichiarata in catasto entro 30 giorni dalla sua ultimazione [art. 20 RDL 652/39].

Per quanto riguarda le detrazioni fiscali: se si tratta di chiusura con infissi o altri materiali non removibili non si può usufruire delle detrazioni fiscali. Essi, infatti, si applicano per i soli interventi di recupero edilizio ed energetico che non comportino aumento di volumetria dell’abitazione. Per ciò che concerne gli interventi relativi alla copertura di terrazze o balconi, si ritiene che la detrazione del 50% possa spettare solo se i lavori siano diretti, ad esempio, alla trasformazione degli stessi in verande non completamente chiuse lateralmente, in quanto, in tale ipotesi, non si verrebbe a realizzare un nuovo vano dell’abitazione ad aumento della cubatura della stessa.

 

NB: Se la veranda chiusa determina un aumento di volume le regole cambiano: è necessario verificare preliminarmente, con l’ausilio di un tecnico abilitato, se nel proprio caso sia possibile creare un nuovo volume e, in caso affermativo, richiedere i permessi necessari. Alcuni comuni distinguono tra strutture fisse e strutture rimovibili, ed in quest’ultimo caso consentono di realizzare una veranda con una semplice Dichiarazione di Inizio Attività.

SUBAPPALTO E SUBFORNITURA: differenze ed inapplicabilità dell’art. 105 alla subfornitura

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L’art. 105 del D.Lgs.n. 50/2016 stabilisce che non configurano subappalto:

  1. a) le attività d’importo inferiore al 2% dell’importo dell’appalto;
    b) le attività d’importo inferiore a 100.000 € sempreché (in entrambi i casi) il costo della manodopera sia inferiore al 50% al valore del contratto stesso da affidare;
    c) l’affidamento di attività specifiche “a lavoratori autonomi”;
    d) la subfornitura “a catalogo” di prodotti informatici;
    e) l’affidamento di servizi di valore inferiore a 20.000 € ad imprenditori agricoli;
    f) i contratti continuativi di cooperazione, servizi e forniture, se sottoscritti in data antecedente la gara.

Lo stesso articolo pone poi il limite massimo del 30% alla quota subappaltabile oltre a prevedere l’obbligo, in sede di gara, alla dichiarazione di subappalto.

Il comma 6° dell’art. 105, infine, richiede l’indicazione nominativa di almeno 3 subappaltatori “a pena d’esclusione” (la vera novità del Codice), purchè gli appalti siano di valore soprasoglia comunitaria.

Il contratto di subfornitura risulta dunque espressamente citato solo relativamente al caso dei “prodotti informatici a catalogo”, con ciò dunque lasciando intendere che, per tutti gli altri casi di subfornitura, debba trovare applicazione quanto disposto dall’art. 105.

Ma cos’è esattamente la subfornitura ?

L’art 1 della L.n. 192/1998 (“Disciplina della subfornitura nelle attività produttive“) contiene la seguente definizione “Con il contratto di subfornitura un imprenditore si impegna a effettuare, per conto di una impresa committente, lavorazioni su prodotti semilavorati o su materie prime forniti dalla committente medesima, o si impegna a fornire all’impresa prodotti o servizi destinati ad essere incorporati, o comunque ad essere utilizzati, nell’ambito dell’attività economica del committente o nella produzione di un bene complesso, in conformità a progetti esecutivi, conoscenze tecniche e tecnologiche, modelli o prototipi forniti dall’impresa committente“.

Nel Codice Civile, invece, mentre il sub-appalto è un contratto derivato dell’appalto, il contratto di “fornitura” non esiste, trattandosi del termine atecnico per individuare il contratto di “vendita”.

Da ciò ne discende quindi come la subfornitura altro non sia che la “vendita” di un prodotto ad un soggetto che, a sua volta, lo rivende.

Ma se così è, allora, profonda è la differenza tra il subappaltore ed il subfornitore, in quanto al primo è richiesto un coinvolgimento imprenditoriale ed organizzativo nell’esecuzione dell’appalto principale (rectius di una quota di detto), da cui ne consegue la relativa responsabilità, mentre il secondo si limita a fornire (vendere) un prodotto semilavorato o finito, di cui l’appaltatore diverrà proprietario per poi usarlo nella prestazione oggetto dell’appalto principale.

Per tutti questi motivi pertanto il TAR Roma, con la pronuncia del 20/2/2018, n. 1956 ha stabilito che al subfornitore, in quanto figura del tutto difforme al subappaltatore, non si applicano gli obblighi di cui all’art 105 e che pertanto, in sede di gara, non dev’essere rilasciata alcuna dichiarazione ad esso relativa.

 

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