Archivio mensileaprile 2018

La prova dei danni causati dal conduttore al termine della locazione

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Alla scadenza del rapporto di locazione, il conduttore è tenuto, secondo quanto disposto dall’articolo 1590 c.c., a risarcire i danni causati all’immobile ed a restituirlo nello stato medesimo in cui l’ha ricevuto, salvo il normale deterioramento o il consumo, risultante dall’uso della cosa, conformemente a quanto previsto nel contratto. La prova degli eventuali danni riscontrati, potrà essere fornita anche mediante presunzioni.

E’ quanto precisato dalla Corte di Cassazione, sez. III Civile, nella sentenza n. 6387/18, depositata il 15 marzo scorso.

Nella vicenda in esame, parte locatrice aveva convenuto in giudizio la società conduttrice per chiedere ed ottenere il risarcimento dei danni, da quest’ultima causati all’immobile locato. Il Tribunale di prime cure ha accolto la domanda risarcitoria proposta, ma la Corte di merito ha poi ribaltato tale decisione, negando il risarcimento. Avverso detta sentenza, la locatrice ha presentato ricorso per cassazione.

Nell’esaminare il caso, la Suprema Corte ha evidenziato che è preciso onere del conduttore dimostrare il fatto impeditivo della propria responsabilità, ovvero che il deterioramento dell’immobile si sia verificato per uso conforme al contratto di locazione, o comunque, per causa a lui non imputabile. La prova del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria può essere fornita dal locatore anche mediante presunzioni, che potrebbero costituire l’unica fonte di convincimento del giudice, trattandosi di una “prova completa”. Qualora la presunzione venga ammessa, in assenza di prova contraria, il giudice sarà tenuto a ritenere provato il fatto previsto, senza poter effettuare una valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c.

Pertanto, come già ribadito anche dalla giurisprudenza di legittimità, con riferimento alla prova per presunzioni semplici, nel dedurre un fatto ignoto da uno noto, il giudice di merito ha come solo limite il principio della probabilità. A ciò si aggiunga che, la valutazione degli indizi riguarda solo il giudizio di merito, spettando alla Suprema Corte solo il controllo della correttezza logico-giuridica del ragionamento seguito e delle argomentazioni sostenute, nonché l’esame sulle massime di esperienza adottate nella valutazione delle risultanze probatorie. Dunque, una volta fornita la prova, anche mediante presunzioni, dei fatti costitutivi della domanda risarcitoria, da parte del locatore, spetta al conduttore convenuto dimostrare il fatto impeditivo, modificativo o estintivo.

 

Ogni coerede può agire anche per l’adempimento del credito ereditario pro quota

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I giudici della Cassazione, con la recente ordinanza n. 27417/2017, pubblicata nel novembre 2017, hanno espresso un chiaro principio di diritto, secondo cui «ogni coerede può agire anche per l’adempimento del credito ereditario pro quota».
Tale affermazione ha dei risvolti pratici molto rilevanti, soprattutto per quanto concerne le somme depositate sui conti correnti intestati a persone defunte ed in essere presso i vari istituti di credito. Spesso infatti accade che le banche si rifiutino di corrispondere ai singoli eredi quanto richiesto, in assenza di una richiesta congiunta di tutti i coeredi.

La vicenda da cui prende spunto l’ordinanza in questione ha ad oggetto una lite sorta tra alcuni coeredi e l’istituto di credito presso cui era acceso il conto corrente del de cuius.
Il defunto era titolare di un conto corrente e di un deposito titoli cointestati con la moglie; a seguito del decesso del marito, la moglie e due dei tre figli avevano provveduto a comunicare alla banca depositaria il decesso del titolare del conto e, contestualmente, a richiedere di disinvestire i vari titoli in scadenza, per poter prelevare le somme depositate (nei limiti delle quote di loro spettanza).

Avverso il rifiuto posto dalla banca, che, in assenza del consenso dell’ultimo coerede, aveva consentito solamente un limitato prelievo per far fronte alle spese funerarie e, nonostante il chiaro diniego dei vari coeredi, aveva reinvestito le somme presenti nel deposito titoli, era stato instaurato un giudizio per richiedere che la banca fosse condannata a versare alle attrici le somme appartenenti al de cuius, nei limiti delle quote vantate nelle rispettive qualità di coeredi.
La domanda giudiziale veniva accolta in primo grado e riformata dalla Corte distrettuale che, richiamando la sentenza delle Sezioni Unite n. 24567/2007, riteneva che, poiché l’azione del singolo partecipante alla comunione è sempre svolta nell’esclusivo interesse della comunione, è escluso che il coerede possa agire per il pagamento della quota parte del credito ereditario nel proprio esclusivo interesse.
Avverso tale decisione, ma soprattutto avverso la erronea interpretazione – effettuata dai giudici della Corte d’Appello – di quelli che sono i principi desumibili dalla richiamata sentenza delle Sezioni Unite, le attrici provvedevano a proporre un ricorso per cassazione.
Dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 24657/2007, si evince chiaramente come la Corte riconosca a ciascun coerede di poter agire nei confronti del debitore del de cuius, per la riscossione dell’intero credito ovvero della quota proporzionale a quella ereditaria vantata, senza la necessità di integrare il contradditorio nei confronti di tutti gli altri coeredi.
La Suprema Corte, nel riformare la sentenza impugnata, ma in piena adesione a quanto a suo tempo statuito dalle Sezioni Unite, ha espresso il seguente principio di diritto: «ogni coerede può agire anche per l’adempimento del credito ereditario pro quota, e senza che la parte debitrice possa opporsi adducendo il mancato consenso degli altri coeredi, dovendo trovare risoluzione gli eventuali contrasti insorti tra gli stessi nell’ambito delle questioni da affrontare nell’eventuale giudizio di divisione».
Alla luce di quanto sopra, nel caso in cui un coerede dovesse richiedere alla banca del de cuius il prelievo della quota parte delle somme ad esso spettante, la Banca non dovrebbe porre alcun rifiuto sostenendo di necessitare di una richiesta congiunta sottoscritta da tutti i coeredi.

Acqua: il canone si prescrive in 5 anni

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Il pagamento del canone per la fornitura del servizio idrico è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che, come precisato dalla Corte di cassazione nella sentenza numero 6966/2018, decorre dalla scadenza dell’ultima rata non pagata dal cittadino.

Per i giudici, infatti, il termine per l’adempimento della predetta obbligazione, se mancano diverse previsioni contrattuali, si presume a favore del debitore ai sensi dell’articolo 1184 del codice civile. Di conseguenza, la prescrizione del credito relativo ai canoni non pagati non può che decorrere dall’ultimo dei termini utili previsti per il pagamento, posto che prima di tale data l’amministrazione non ha la possibilità di pretendere che il cittadino adempia alla sua prestazione.

La Corte di cassazione ha inoltre reputato corretta la scelta del giudice del merito di ritenere rilevante ai fini dell’interruzione della prescrizione la notificazione dell’avviso di liquidazione del canone, idonea a costituire in mora la debitrice e a realizzare gli effetti di cui all’articolo 2943 del codice civile.

Tale atto, si legge in sentenza, ha infatti una funzione che, “nell’ambito del procedimento di riscossione delle entrate pubbliche, non si esaurisce in una mera dichiarazione di giudizio sulla spettanza e l’ammontare del credito e degli accessori, ma risponde all’ulteriore finalità di richiedere il pagamento della somma dovuta”.

Mutui: diritto al risarcimento per i contratti stipulati tra il 2005 e il 2009

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La Commissione Europea, con la sentenza del 2013, caso n. AT 39914 del 3 dicembre 2013, pubblicata solo dopo anni, ha riconosciuto, implicitamente, il diritto di risarcimento a tutti gli utenti truffati nei contratti di mutuo, prestiti e derivati, che in quegli anni, ovvero tra il 2005 e il 2009, avevano, nel contratto, un tasso variabile legato all’Euribor.

L’incertezza della clausola di determinazione degli interessi in un contratto di mutuo determina la nullità della clausola stessa (art. 117 T.U.B.).
I parametri atti ad individuare il tasso variabile sono scarsamente intelligibili, poiché nella clausola è prevista una serie di rinvii concatenati a valori anche di valute estere in astratto recuperabili, ma tali da non rendere immediatamente reperibili e via via verificabili i dati.
Questo è quanto succede quando un contratto di mutuo, con riferimento alla determinazione del tasso da applicare allo stesso, risulta legato all’andamento dell’Euribor.
Ma nello specifico caso, nel caso seguito dalla commissione Europea, vi era un’intesa restrittiva della concorrenza, ovvero un cartello tra le principali banche europee, con lo scopo di manipolare, a proprio vantaggio, il corso dell’Euribor.
La Commissione Europea ha dunque condannato, alla conclusione delle indagini svolte, 4 tra le più note Banche europee, con l’accusa di aver manipolato il tasso di interesse che incideva poi sui mutui di milioni di cittadini europei, l’Euribor appunto, nel periodo che va dal 2005 al 2009.

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