luglio 2018 - FMSLEX

Archivio mensileluglio 2018

Stepchild adoption: l’adozione di minori da parte di coppie omosessuali L’adozione di minori in casi particolari: la ratio della disciplina

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L’adozione in casi particolari è stata introdotta dalla Legge n. 184 del 1983 per tutelare il diritto del minore alla famiglia in situazioni che non avrebbero consentito di giungere all’adozione piena ma nelle quali, tuttavia, l’adozione rappresentava una soluzione opportuna ed auspicabile

La legge del 1983 prevede la tutela del minore con un sistema binario che privilegia in primis il diritto del medesimo ad essere allevato nella famiglia di origine che deve ricevere dalle istituzioni pubbliche il sostegno necessario in caso di difficoltà temporanea ad esempio con lo strumento dell’affido familiare. La famiglia “sostitutiva” con l’adozione piena presuppone che la famiglia di origine sia definitivamente non in grado di provvedere al minore.

L’art. 44  della legge sull’adozione  precisa che i minori possono essere adottati anche quando non ricorrano i presupposti di cui all’art. 7, ovvero lo stato di abbandono dichiarato ai sensi di tale norma, nei casi specifici che di seguito elenca. lettera a: da persone legate da vincolo di parentela entro il sesto grado o da preesistente stabile rapporto, se orfano di padre e di madre; lettera b: dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio dell’altro coniuge, anche adottivo; lettera c; quando il minore sia portatore di handicap ai sensi della legge 104/1992, se orfano di padre e di madre; lettera d: quando via sia la constata impossibilità di un affidamento preadottivo.

L’adozione in casi particolari costituisce uno strumento di chiusura che intende realizzare il preminente interesse del minore ad essere accolto in una famiglia in ipotesi specifiche utilizzando a tale scopo uno strumento giuridico dotato di effetti più limitati.

L’adottato infatti diviene figlio adottivo dell’adottante, non interrompe i rapporti con la sua famiglia di origine e si limita ad aggiungere il cognome dell’adottante al proprio. L’adottante assume le responsabilità proprie del genitore: ha l’obbligo di provvedere al mantenimento, all’istruzione.

Sino al 2007, tale adozione era ammessa solo per le coppie sposate: successivamente il Tribunale per i minorenni di Milano prima e quello di Firenze poi, hanno esteso questa facoltà anche ai conviventi eterosessuali, ritenendo in questo caso che fosse interesse del minore che al rapporto affettivo fattuale corrispondesse anche un rapporto giuridico.

Ma cosa succede in caso di “unione civile” di cui alla legge 76/2016?
Com’è noto la “stepchild adoption” è stata cancellata dall’originario progetto di legge sulle unioni civili in quanto la legge 76/2016 garantisce alle coppie dello stesso sesso il diritto di ottenere il riconoscimento solenne e formale dell’unione e uno status analogo a quello coniugale. Le unioni civili, pur costituendo un istituto distinto dal matrimonio, condividono con il matrimonio i tratti essenziali, sia per quel che riguarda il momento costitutivo sia per quanto riguarda la relazione interpersonale e la rilevanza nei confronti dei terzi e della collettività.

Laddove il legislatore ha escluso l’adozione piena nel caso di unioni tra persone dello stesso sesso la Corte di cassazione con sentenza 12962/2016 ha aperto un varco pronunciandosi proprio sull’adozione del figlio del partner in copie omosessuali applicando proprio l’art, 44 legge 184/1983 non creando nuovo diritto ma offrendo una copertura giuridica ad una situazione di genitorialità instauratasi da tempo.

La prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del procuratore generale e ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Roma, con la quale è stata accolta la domanda di adozione di una minore (nata in Spagna con una procedura di procreazione medicalmente assistita eterologa) proposta dalla partner della madre, con lei convivente in modo stabile.

I giudici della Suprema Corte, nel confermare l’adozione della coppia di donne omosessuali, hanno affermato che questa “non determina in astratto un conflitto di interessi tra genitore biologico e il minore adottato, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice”. Secondo la Cassazione, inoltre, questa adozione “prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempreché, alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi effettivamente il preminente interesse del minore”.

L’interesse dei bambini è una delle principali motivazioni addotte da chi è favorevole alla stepchild adoption: permettere l’adozione al genitore non biologico che svolge già il ruolo di genitore è il modo migliore per tutelare i figli delle coppie omosessuali.

La stepchild adoption, dunque, pur non essendo formalmente entrata nel nostro ordinamento, dalla porta principale con la legge delle unioni civili, è entrata comunque dalla finestra attraverso le sentenze dei giudici.

http://www.altalex.com/documents/leggi/2016/05/03/gazzetta-ufficiale-maggio-2016

BREVE GUIDA AL “TESTAMENTO BIOLOGICO”

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La legge 219

La legge 219/2017 entrata in vigore il 31 gennaio del 2018 si occupa delle “Disposizioni anticipate di trattamento”.

Il cittadino ha quindi a disposizione uno strumento nel quale, in vista di una futura incapacità ad autodeterminarsi, può esprimere anticipatamente la propria volontà circa i trattamenti sanitari ai quali vorrà o non vorrà essere sottoposto, nominare un fiduciario che lo rappresenti nelle relazioni con il medico.

Occorre predisporre uno strumento il più possibile chiaro e preciso per evitare contestazioni.

Chi può fare biotestamento?

Tutte le persone maggiorenni capaci di intendere e volere. Attenzione alle situazioni “al limite” come ad esempio disponenti molto anziani che potrebbero aprire la strada a delle contestazioni.

Occorre comunque prima della redazione acquisire adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie scelte aspetto non facile da provare e che è bene documentare in forma scritta.

Con il biotestamento non si possono esigere trattamenti sanitari contrari alle leggi.

Come scrivere le Dat?

Le DAT possono essere redatte in diverse forme, ma devono contenere i seguenti punti:

  1. Dati anagrafici del firmatario.
  2. Informazioni sullo stato di salute, in cui si dichiara che “nell’ipotesi di trovarmi nelle condizione di non poter decidere riguardo le mie cure sanitarie, a causa del mio deterioramento fisico e/o mentale, e/o di essere in uno stato clinico tra quelli elencati nel presente documento”, ed in riferimento alla Costituzione, alla Convenzione dei diritti dell’uomo, al codice di deontologia medica e al giuramento professionale dei medici, si vuole o non si vuole essere informati sulle proprie condizioni (“anche in caso di malattia grave o inguaribile”) e sulle terapie da adottare o non adottare. Come postilla si possono indicare i nominativi di persone fidate o familiari da informare.
  3. Direttive specifiche: è il cuore del documento. Occorre scrivere che “Accertato da almeno due medici indipendenti che le mie condizioni fisiche siano giunte ad una fase definita terminale, chiedo”: e qui si entra nello specifico. L’elenco può comprendere, a titolo di esempio, una morte naturale, la più pacifica possibile, escludendo totalmente l’accanimento terapeutico; che in nessun caso si possa intraprendere una terapia o un trattamento allo scopo di terminare la vita; che nessun trattamento possa essere attuato o sospeso sulla base di un’altrui valutazione riguardante il valore della propria vita futura; che non si somministrino trattamenti o terapie sperimentali complementari non provate, che non abbiano documentalmente dimostrato la loro efficacia per il recupero e prolunghino inutilmente la vita. Anche con esempi concreti: in caso di arresto cardio-respiratorio, ad esempio, si può scrivere che non si intende essere sottoposti ad alcuna manovra di rianimazione di qualsiasi genere essa sia, o che non vengano praticati interventi invasivi atti a prolungare l’esistenza (respirazione assistita, rianimazione cardio-polmonare). E ancora: che vengano somministrati tutti i farmaci e praticate tutte le cure per eliminare efficacemente il dolore e le sofferenze fisiche, emotive, mentali e spirituali. Ma anche che i trattamenti già iniziati ed aventi per obiettivo il prolungamento della vita siano interrotti (compresi respirazione assistita, dialisi, rianimazione cardio-polmonare, trasfusioni sanguigne, terapia antibiotica, interventi chirurgici volti a prolungare la propria esistenza). Il tutto con adeguata sedazione. Si può esplicitare che venga interrotta l’alimentazione in ogni sua forma naturale o artificiale incluso la soluzione glicata. Tutte queste prescrizioni possono essere anche subordinate a condizioni specifiche: per esempio in caso di stato vegetativo persistente, di incidente con danni cerebrali gravi, malattie neurodegenerative ecc.
  4. Sottoscrizione del medico, che deve dichiarare “di aver informato il Sig.(…) in relazione alle volontà sanitarie da lui qui sopra espresse, e che nel pieno delle sue facoltà mentali il suddetto ha compreso il valore delle sue decisioni”.
  5. Indicazioni post mortem, dove si può indicare dove si desidera morire (a casa, in ospedale o in un luogo specifico) e si danno disposizioni circa il trattamento della salma, le esequie ecc.
  6. Fiduciari e testimoni, che devono apporre le loro firme con codice fiscale e documento di identità. Il fiduciario sarà preposto a prendere decisioni in nome e per conto del firmatario del testamento biologico, di concerto con il medico.

In caso le condizioni di salute non consentano un documento scritto, si possono esprimere le proprie volonta’ e “fare biotestamento” attraverso una videoregistrazione e/o con dispositivi tecnologici che consentono alle persone con disabilita’ di comunicare. Le Dat si possono rinnovare, modificare o revocare in ogni momento. Non vanno pagati bolli o tasse di sorta sul documento.

Il fiduciario
Il fiduciario deve essere maggiorenne e capace di intendere e volere e deve accettare la nomina sottoscrivendo le Dat o con un atto successivo, da allegare alle stesse Dat. L’incarico può essere revocato in qualsiasi momento, con le stesse modalità stabilite per la nomina e anche senza motivazione; il fiduciario può rinunciare alla nomina scrivendo al disponente.

La legge non considera la possibilità che l’interessato indichi più fiduciari, ma si tratta di una scelta che può essere utile fare per tutelarsi se il primo nominato rifiuti o rinunci. Inoltre, il dichiarante potrebbe restare senza fiduciario anche per morte o incapacità del nominato. Nelle Dat può quindi essere opportuno indicare più persone, che sostituiscano, secondo l’ordine stabilito dal dichiarante, il fiduciario che non possa o non voglia svolgere l’incarico.

Il disponente può anche non indicare un fiduciario. In questo caso, come anche se viene meno il fiduciario nominato, le Dat mantengono efficacia circa le volontà del disponente; se occorre, il giudice tutelare nomina un amministratore di sostegno.

 

Come autenticare il testamento biologico?

  1. Con atto pubblico (atto redatto con un funzionario pubblico designato o attraverso un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio)
  2. Con una scrittura privata autenticata (da un funzionario pubblico designato dal tuo Comune o da un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio) custodita dall’autore del documento
  3. Con scrittura privata consegnata personalmente all’ufficio dello stato civile del Comune di residenza (ufficio che, se istituito, provvede all’annotazione in un apposito registro)
  4. Presso le strutture sanitarie, qualora la Regione di residenza ne regolamenti la raccolta.

 

si veda per esempio: Comune di Genova:

http://www.comune.genova.it/sites/default/files/tb.pdf

Attenzione: parlare male dell’azienda sui social è motivo di licenziamento

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I social sono entrati prepotentemente nella vita quotidiana di tutti e vengono spesso utilizzati per esternare i sentimenti più disparati spesse anche rispetto alla propria attività lavorativa.

Ma fino a che punto il dipendente può spingersi a criticare il proprio datore di lavoro senza incorrere in pesanti sanzioni quali il licenziamento?

Sul punto si è espressa recentemente la Cassazione civile, sez. lavoro, con sentenza a 27/04/2018 n° 10280.

In buona sostanza ha stabilito la legittimità di sanzioni comminate al lavoratore fino a giungere al licenziamento laddove il linguaggio impiegato travalichi i limiti della libertà di espressione del singolo.

Il caso affrontato dalla Suprema Corte ha riguardato il licenziamento di una dipendente che, attraverso il canale Facebook aveva utilizzato termini gravemente offensivi nei riguardi dell‘azienda presso la quale era assunta  e del rappresentante legale della stessa.

A nulla sono valse le difese della lavoratrice che si appellava al fatto di aver pubblicato un semplice sfogo senza aver evidenziato all’interno del messaggio elementi che potessero ricondurre all’azienda o singoli soggetti della stessa. Assumeva inoltre di avere prestato la propria attività lavorativa in manierea irreprensibile nel rispetto dei propri superiori.

I Giudici hanno invece ritenuto il licenziamento intimato da parte dell’azienda legittimo e proporzionato alla gravità dei fatti, tenuto conto del contenuto offensivo e della diffusione tra gli utenti del social network del messaggio postato dalla dipendente, circostanze che integrano gli estremi della diffamazione ex art. 595 cod. pen.

La Corte ha infatti rilevato che sussiste una ipotesi di diffamazione tutte le volte in cui, come nel caso di specie, la diffusione del messaggio dai contenuti offensivi, consenta la circolazione dello stesso tra un gruppo allargato di persone e sia facilmente identificabile il destinatario delle offese (nel caso di specie il legale rappresentante), essendo a tal fine irrilevante la specificazione o meno del nominativo del medesimo.

Sul caso:

https://tg24.sky.it/cronaca/2018/04/27/licenziamento-diffamazione-azienda-facebook.html

TARTARUGHE D’ACQUA: OBBLIGO DI DENUNCIA

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Entro il 14 agosto 2018 chiunque detenga una tartaruga d’acqua appartenente alla specie delle Trachemys Scripta (meglio nota come tartaruga dalle orecchie gialle e/o rosse) sarà obbligato a denunciarne il possesso, semplicemente compilando un apposito modulo da inoltrare via pec o fax al Ministero dell’Ambiente.

Si tratta della novità introdotta dall’art. 26 del decreto n. 230 del 15 dicembre 2017, entrato in vigore il 14 febbraio scorso, il quale vieta la commercializzazione, l’introduzione e il rilascio sul territorio nazionale di esemplari di specie esotiche incluse negli elenchi adottati dalla Commissione europea.

Nello specifico, l’art. 27 del suddetto decreto legislativo dispone che “i proprietari di animali da compagnia tenuti a scopo non commerciale e appartenenti a specie esotiche invasive, che ne erano in possesso prima della loro iscrizione nell’elenco dell’Unione o nell’elenco nazionale previsto dal presente decreto possono affidare gli esemplari a strutture pubbliche o private autorizzate, anche estere o sono autorizzati a detenerli fino alla fine della vita naturale degli esemplari, purché il possesso sia denunciato secondo quanto previsto dall’articolo 26, comma 1, e, nella denuncia, il proprietario fornisca adeguate informazioni relative alla specie, al sesso ed all’età degli esemplari nonché la descrizione delle modalità di confinamento e delle misure adottate per garantire l’impossibilità di riproduzione e la fuoriuscita.

Il motivo di una simile novella legislativa si basa sul fatto che molte delle specie esotiche indicate nel decreto sono ritenute invasive per il nostro paese, perché sono in grado di adattarsi molto bene a differenti condizioni climatiche e, continuando a proliferare, apportano modifiche all’ecosistema.

Di conseguenza, tutti i possessori di questi esemplari sono tenuti, entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto, a regolarizzare la loro posizione denunciandone il possesso.

Si precisa infine che, per effetto della novità sopra descritta, questi esemplari non potranno più essere allevati, trasportati o fatti trasportare nel territorio nazionale, non potranno più essere venduti o immessi sul mercato, né utilizzati, ceduti a titolo gratuito o scambiati e nemmeno essere rilasciati nell’ambiente o posti in condizione di riprodursi e crescere spontaneamente, a pena di pesanti sanzioni che possono consistere anche nell’arresto fino a 3 anni o nell’ammenda da 10.000 a 150.000 euro.

 

http://www.minambiente.it/notizie/vigore-il-decreto-sulle-specie-esotiche-invasive

COS’E’ IL REGISTRO DELLA BIGENITORIALITA’?

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La legge numero 54/2006, attraverso l’articolo 337-ter del codice civile, ha introdotto il principio della bigenitorialità come diritto soggettivo del bambino e il conseguente affido condiviso,  purtroppo ancora  carente sul piano dell’attuazione.

Tale riforma ha finalmente consacrato nel nostro ordinamento la Convenzione sui diritti dell’infanzia, ratificata anche dall’Italia con legge 76/91 secondo la quale gli Stati si impegnano a

garantire il riconoscimento del principio secondo il quale entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l’educazione del fanciullo e il provvedere al suo sviluppo. Principio consarato anche nell’art. 30 comma 1 della nostra Costituzione.

Diversi Comuni italiani hanno adottato il “REGISTRO DELLA BIGENITORIALITA’ ” uno strumento che permetterà di fornire maggiore attenzione nei confronti delle persone e delle famiglie, ma soprattutto dei bambini e delle bambine, allo scopo di prevenire motivi di risentimento e ridurre la conflittualità, eliminando squilibri legati all’essere o meno genitore collocatario.

In sostanza in questo Registro dovrà essere annotato il domicilio di entrambi i genitori anche di quello non residente con il minore (che dovrà necessariamente ai sensi dell’art. 45 codice civile avere un’unica residenza). Tale Registro sarà messo a disposizione di tutti gli enti ed istituzioni per la trasmissione di comunicazioni inerenti i minori si pensi ad esempio alle comunicazione dell’istituto scolastico frequentato.

L’utilizzo e la tenuta del Registro saranno disciplinati, concretamente, dall’adozione di un apposito regolamento della bigenitorialità al quale si affiancherà un protocollo di intesa con tutti gli enti e le istituzioni che in qualche modo incidono nelle vite dei minori.

L’impegno, infine, è quello di promuovere mediante le più disparate iniziative il rispetto a qualsiasi livello del diritto del minore alla bigenitorialità.

Si veda, a titolo esemplificativo, il Comune di Verona:

https://www.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=45782

PIGNORAMENTI FISCALI: NUOVA TUTELA PER I CITTADINI?

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La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 114 del 31 maggio scorso, ha dichiarato incostituzionale l’art. 57 del DPR n. 602/73 intervenendo finalmente a colmare un vuoto di difesa per tutti i contribuenti che durava ormai da quasi vent’anni (con l’introduzione del D.lgs. n. 46/99, infatti, il Legislatore aveva modificato la predetta norma limitando fortemente la difesa dei contribuenti in caso di pignoramenti fiscali).

La Corte Costituzionale, infatti, dichiara l’illegittimità costituzionale della norma “nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso… sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 cpc

Secondo la normativa vigente un soggetto che riceva un pignoramento ha la possibilità di difendersi anche in via preventiva contestando il diritto di controparte di procedere ad esecuzione forzata presentando opposizione sin dalla ricezione dell’atto di precetto cioè prima che venga materialmente iniziata l’esecuzione forzata con l’atto di pignoramento ed anche a seguito a seconda che ricorrano i presupposti previsti dall’art. 615 comma 1 c.p.c e 615 comma 2 c.p.c. .

In caso di pignoramento esattoriale invece sono aperte le sole opposizioni riguardanti la pignorabilità dei beni sicuramente numericamente inferiori di molto alle questioni attinenti altre eccezioni quali la prescrizione, la decadenza, estinzione del debito, compensazione o errori di calcolo.  Tutto ciò crea una indubbia situazione di vantaggio per il Fisco e l’impossibilità per il contribuente di proporre tempestiva ed adeguata difesa contestando sul nascere lo stesso diritto del Fisco di procedere a pignoramento.

Pertanto, alla luce della pronuncia della Corte Costituzionale, ci si trova ancora nella situazione che qualora il contribuente dovesse venire a conoscenza di un suo presunto debito tributario (ad esempio attraverso la consegna dell’estratto dei ruoli da parte del concessionario della riscossione), egli non potrà agire in via preventiva –  magari per rilevare l’avvenuto pagamento o la prescrizione delle pretese –  ma avrà solo la possibilità aspettare il pignoramento con il rischio però di subire gravi e illegittimi danni da un’azione di quel genere (si pensi a un pignoramento presso terzi nei confronti di clienti del contribuente o a un pignoramento presso la banca, ecc…).

Nel primo caso il contribuente oggi può solo tentare di agire in via di autotutela, comunicando all’amministrazione i motivi per i quali le pretese non sono dovute (e magari diffidandola a non agire), ma un ampliamento dei diritti di difesa anche in questi casi sarebbe sicuramente opportuno.

La Corte ha sentenziato: “E’ illegittimo l’art. 57, co. 1, lett. a), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come sostituito dall’art. 16 del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell’art. 1 della L. 28 settembre 1998, n. 337), nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso di cui all’art. 50 del d.P.R. n. 602 del 1973 stesso, sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 del codice di procedura civile.

Infatti – laddove la censura della parte assoggettata a riscossione esattoriale non radichi una controversia devoluta alla giurisdizione del giudice tributario e quindi sussista la giurisdizione del giudice ordinario ‒ l’impossibilità di far valere innanzi al giudice dell’esecuzione l’illegittimità della riscossione mediante opposizione all’esecuzione, essendo ammessa soltanto l’opposizione con cui il contribuente contesti la mera regolarità formale del titolo esecutivo o degli atti della procedura e non anche quella con cui egli contesti il diritto di procedere alla riscossione, confligge frontalmente con il diritto alla tutela giurisdizionale riconosciuto in generale dall’art. 24 Cost. e nei confronti della pubblica amministrazione dall’art. 113 Cost., dovendo essere assicurata in ogni caso una risposta di giustizia a chi si oppone alla riscossione coattiva.

La tutela dei diritti dei contribuenti ha fatto un grosso passo avanti anche se ancora non del tutto completa.

(Fonte: Massimario.it – 23/2018)

 

https://www.agenziaentrateriscossione.gov.it/it/Per-saperne-di-piu/le-procedure/procedurecautelarieesecutive/

Infortunio in itinere: dal risarcimento va decurtata l’indennità Inail

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Il sinistro stradale che cagiona lesioni è a tutti gli effetti da considerarsi infortunio sul lavoro se avviene durante il tragitto necessario per recarsi o tornare dal lavoro. Si tratta del cosiddetto infortunio in itinere. Si è molto discusso in giurisprudenza sul cumulo tra il risarcimento derivante dall’infortunio a titolo di RCA e l’indennità Inail dovuta in quanto trattasi di infortunio sul lavoro.

A dirimere il contrasto giurisprudenziale è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite; con sentenza n. 12566 del 22.05.2018 tale cumulo è stato escluso .

Le Sezioni Unite Civili hanno statuito il seguente principio di diritto: l’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’Inail per l’infortunio in itinere occorso al lavoratore, va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto al danneggiato, allo stesso titolo, da parte del terzo.

 In conclusione, la Corte Suprema ha deciso di aderire all’orientamento secondo cui, dal risarcimento danni spettante al danneggiato per illecito imputabile a terzi, va detratta l’eventuale rendita Inail frattanto percepita. Quindi, le somme che il danneggiato si sia viste liquidare da parte dell’Inail a titolo di rendita per l’inabilità permanente vanno detratte dall’ammontare dovuto, per il medesimo titolo, dal responsabile del fatto dannoso o responsabile del fatto illecito”.

https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/pubblicazioni/catalogo-generale/l-infortunio-in-itinere.html

Rapporti di vicinato: il vicino ti molesta? Può configurarsi il reato di stalking

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L’art. 612 bis del codice penale prevede che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’ incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio
.

Ma se le condotte moleste o le azioni di disturbo provengono dal vicino di casa si può configurare il reato penale o la rilevanza si limita ad un illecito civile?

A questa domanda ha dato risposta la Cassazione Penale con sentenza 09/05/2018 n. 20473.

Il caso concreto vedeva l’imputato accusato del fatto di aver, con condotte reiterate, molestato e minacciato i vicini di casa: suoneria del telefono collegata ad una campana installata all’esterno; la sirena dell’allarme attivata ogni mattina; motore acceso del camion sotto le finestre dei vicini; custodia di asini con relativo letamaio a pochi metri dalle abitazioni limitrofe; lancio di sassi e mozziconi di sigaro nei rispettivi giardini e posizionamento di una latrina mobile sul confine.

L’imputato in appello veniva assolto ritenendo la Corte che i fatti contestati integrassero molestie costituenti meri illeciti di tipo civilistico.

La Corte di cassazione ha invece affermato che è sbagliato considerare in maniera “atomistica” i fatti arrecanti disturbo singolarmente escludendo in tal modo le finalità persecutorie e relegando i fatti ad una semplice inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà. Nel reato di “Stalking” invero l’elemento soggettivo è il dolo generico integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime a produrre uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice.  Il criterio da seguire è quello della verifica della gravità e precisione dei singoli elementi persecutori, il loro esame globale ed unitario, che ne chiarisca l’effettiva portata dimostrativa del fatto e la congruenza rispetto al tema di indagine.

 

Esempio fatti di attualità:

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_21/monza-tre-anni-carcere-stalking-vicini-0d2f1f2e-2c74-11e8-aa71-9a5a346d5f9b.shtml

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