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A chi di noi non è mai capitato di smarrire un assegno, una cambiale,un libretto di risparmio? Niente panico, ecco cosa dovete fare.

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In questo caso occorre attivare immediatamente la procedura di ammortamento dell’assegno prevista dall’art. 69 e ss. cel R.D. 1736/33 per privare di validità verso terzi l’assegno ed assicurarne il pagamento al proprietario dello stesso. La procedura si deve attivare anche in caso di distruzione o di furto.

In caso di assegno bancario la procedura dovrà essere attivata dal beneficiario stesso, se si tratta di assegno circolare l’ammortamento può essere richiesto sia dal beneficiario che dalla Banca emittente.

In caso di assegno bancario con clausola “non trasferibile” ormai obbligatoria non è privista la procedura di ammortamento ma il beneficiario dell’assegno avrà diritto ad ottenerne un duplicato denunciandone la perdita o furto o distruzione al trattario (la Banca emittente e al traente colui che ha sottoscritto l’assegno.

Il primo passo è sicuramente quello di far pervenire alla Banca trattaria una formale denuncia di smarrimento, furto e o distruzione in modo da “bloccare” ogni indebito incasso.

Successivamente si dovrà richiedere al Tribunale del Luogo in cui l’assegno bancario è pagabile o, se si tratta di assegno circolare al Tribunale del luogo in cui vi sia una sede della Banca trattaria.

Nel ricorso si devono menzionare i requisiti essenziali del titolo e comunque ogni elemento che ne consenta l’identificazione.

Il Tribunale, svolti tutti gli accertamenti sulla veridicità dei fatti esposti in ricorso e sul diritto del portatore, emette un decreto con cui pronuncia l’ammortamento e autorizza il pagamento dell’assegno trascorsi 15 giorni dalla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale.

La pubblicazione in Gazzetta è prevista affinchè il detentore del titolo possa proporre opposizione, avverso il decreto di ammortamento, notificandola al ricorrente, al trattario (Banca) e al traente. Se l’opposizione non viene proposta o viene rigettata con sentenza definitiva, l’assegno bancario perde efficacia. Su presentazione del decreto e di un certificato del cancelliere del Tribunale comprovante la non opposizione, o su presentazione della sentenza definitiva di rigetto (sentenza che non accoglie l’opposizione e contro la quale non è più possibile proporre impugnazione), chi ha ottenuto l’ammortamento può esigere il pagamento dell’assegno.

Analoga procedura è prevista dall’art. 89 e ss R.D. 1669/33 per il caso di furto, smarrimento o distruzione di una cambiale. La procedura può essere attivata dal portatore della cambiale che dovrà farne denuncia al trattario e presentare il ricorso al Presidente del Tribunale. In questo caso se la cambiale è scaduta o a vista occorrerà attendere 30 giorni dalla pubblicazione del decreto di ammortamento in Gazzetta Ufficiale.

Nonostante la denuncia, il pagamento della cambiale al detentore prima della notifica del decreto, libera il debitore. Con l’ammortamento si estingue ogni diritto derivante dalla cambiale ammortizzata: tuttavia non vengono pregiudicate le eventuali ragioni del portatore verso chi ottenne l‘ammortamento.

Se si tratta di buoni fruttiferi, libretti di risparmio, polizze si applica l’art. 1 e ss L.948/51.

La procedura di ammortamento in questi casi è tesa ad ottenere un duplicato di quanto andato smarrito, sottratto o distrutto. Vi sono delle differenze a seconda che si tratti di documenti nominativi e al portatore sia su chi può presentare il ricorso. In estrema sintesi anche per questi titoli occorre presentare denuncia alla banca e se si tratta di titolo al portatore depositare un ricorso al Presidente del Tribunale competente che accertata la veridicità dei fatti e la titolarità del diritto in capo al ricorrente emetterà un decreto da notificarsi all’Istituto emittente ove il libretto è stato acceso.

Dopo il decorso del termine per l’opposizione (90 giorni) munito di una certificazione della cancelleria attestante la circostanza l’interessato potrà rivolgersi alla banca per ottenere il duplicato del titolo.

Si veda per esempio:

http://www.tribunale.monza.giustizia.it/it/Content/Index/12778

 

Ogni coerede può agire anche per l’adempimento del credito ereditario pro quota

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I giudici della Cassazione, con la recente ordinanza n. 27417/2017, pubblicata nel novembre 2017, hanno espresso un chiaro principio di diritto, secondo cui «ogni coerede può agire anche per l’adempimento del credito ereditario pro quota».
Tale affermazione ha dei risvolti pratici molto rilevanti, soprattutto per quanto concerne le somme depositate sui conti correnti intestati a persone defunte ed in essere presso i vari istituti di credito. Spesso infatti accade che le banche si rifiutino di corrispondere ai singoli eredi quanto richiesto, in assenza di una richiesta congiunta di tutti i coeredi.

La vicenda da cui prende spunto l’ordinanza in questione ha ad oggetto una lite sorta tra alcuni coeredi e l’istituto di credito presso cui era acceso il conto corrente del de cuius.
Il defunto era titolare di un conto corrente e di un deposito titoli cointestati con la moglie; a seguito del decesso del marito, la moglie e due dei tre figli avevano provveduto a comunicare alla banca depositaria il decesso del titolare del conto e, contestualmente, a richiedere di disinvestire i vari titoli in scadenza, per poter prelevare le somme depositate (nei limiti delle quote di loro spettanza).

Avverso il rifiuto posto dalla banca, che, in assenza del consenso dell’ultimo coerede, aveva consentito solamente un limitato prelievo per far fronte alle spese funerarie e, nonostante il chiaro diniego dei vari coeredi, aveva reinvestito le somme presenti nel deposito titoli, era stato instaurato un giudizio per richiedere che la banca fosse condannata a versare alle attrici le somme appartenenti al de cuius, nei limiti delle quote vantate nelle rispettive qualità di coeredi.
La domanda giudiziale veniva accolta in primo grado e riformata dalla Corte distrettuale che, richiamando la sentenza delle Sezioni Unite n. 24567/2007, riteneva che, poiché l’azione del singolo partecipante alla comunione è sempre svolta nell’esclusivo interesse della comunione, è escluso che il coerede possa agire per il pagamento della quota parte del credito ereditario nel proprio esclusivo interesse.
Avverso tale decisione, ma soprattutto avverso la erronea interpretazione – effettuata dai giudici della Corte d’Appello – di quelli che sono i principi desumibili dalla richiamata sentenza delle Sezioni Unite, le attrici provvedevano a proporre un ricorso per cassazione.
Dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 24657/2007, si evince chiaramente come la Corte riconosca a ciascun coerede di poter agire nei confronti del debitore del de cuius, per la riscossione dell’intero credito ovvero della quota proporzionale a quella ereditaria vantata, senza la necessità di integrare il contradditorio nei confronti di tutti gli altri coeredi.
La Suprema Corte, nel riformare la sentenza impugnata, ma in piena adesione a quanto a suo tempo statuito dalle Sezioni Unite, ha espresso il seguente principio di diritto: «ogni coerede può agire anche per l’adempimento del credito ereditario pro quota, e senza che la parte debitrice possa opporsi adducendo il mancato consenso degli altri coeredi, dovendo trovare risoluzione gli eventuali contrasti insorti tra gli stessi nell’ambito delle questioni da affrontare nell’eventuale giudizio di divisione».
Alla luce di quanto sopra, nel caso in cui un coerede dovesse richiedere alla banca del de cuius il prelievo della quota parte delle somme ad esso spettante, la Banca non dovrebbe porre alcun rifiuto sostenendo di necessitare di una richiesta congiunta sottoscritta da tutti i coeredi.

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