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PIGNORAMENTI FISCALI: NUOVA TUTELA PER I CITTADINI?

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La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 114 del 31 maggio scorso, ha dichiarato incostituzionale l’art. 57 del DPR n. 602/73 intervenendo finalmente a colmare un vuoto di difesa per tutti i contribuenti che durava ormai da quasi vent’anni (con l’introduzione del D.lgs. n. 46/99, infatti, il Legislatore aveva modificato la predetta norma limitando fortemente la difesa dei contribuenti in caso di pignoramenti fiscali).

La Corte Costituzionale, infatti, dichiara l’illegittimità costituzionale della norma “nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso… sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 cpc

Secondo la normativa vigente un soggetto che riceva un pignoramento ha la possibilità di difendersi anche in via preventiva contestando il diritto di controparte di procedere ad esecuzione forzata presentando opposizione sin dalla ricezione dell’atto di precetto cioè prima che venga materialmente iniziata l’esecuzione forzata con l’atto di pignoramento ed anche a seguito a seconda che ricorrano i presupposti previsti dall’art. 615 comma 1 c.p.c e 615 comma 2 c.p.c. .

In caso di pignoramento esattoriale invece sono aperte le sole opposizioni riguardanti la pignorabilità dei beni sicuramente numericamente inferiori di molto alle questioni attinenti altre eccezioni quali la prescrizione, la decadenza, estinzione del debito, compensazione o errori di calcolo.  Tutto ciò crea una indubbia situazione di vantaggio per il Fisco e l’impossibilità per il contribuente di proporre tempestiva ed adeguata difesa contestando sul nascere lo stesso diritto del Fisco di procedere a pignoramento.

Pertanto, alla luce della pronuncia della Corte Costituzionale, ci si trova ancora nella situazione che qualora il contribuente dovesse venire a conoscenza di un suo presunto debito tributario (ad esempio attraverso la consegna dell’estratto dei ruoli da parte del concessionario della riscossione), egli non potrà agire in via preventiva –  magari per rilevare l’avvenuto pagamento o la prescrizione delle pretese –  ma avrà solo la possibilità aspettare il pignoramento con il rischio però di subire gravi e illegittimi danni da un’azione di quel genere (si pensi a un pignoramento presso terzi nei confronti di clienti del contribuente o a un pignoramento presso la banca, ecc…).

Nel primo caso il contribuente oggi può solo tentare di agire in via di autotutela, comunicando all’amministrazione i motivi per i quali le pretese non sono dovute (e magari diffidandola a non agire), ma un ampliamento dei diritti di difesa anche in questi casi sarebbe sicuramente opportuno.

La Corte ha sentenziato: “E’ illegittimo l’art. 57, co. 1, lett. a), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come sostituito dall’art. 16 del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell’art. 1 della L. 28 settembre 1998, n. 337), nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso di cui all’art. 50 del d.P.R. n. 602 del 1973 stesso, sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 del codice di procedura civile.

Infatti – laddove la censura della parte assoggettata a riscossione esattoriale non radichi una controversia devoluta alla giurisdizione del giudice tributario e quindi sussista la giurisdizione del giudice ordinario ‒ l’impossibilità di far valere innanzi al giudice dell’esecuzione l’illegittimità della riscossione mediante opposizione all’esecuzione, essendo ammessa soltanto l’opposizione con cui il contribuente contesti la mera regolarità formale del titolo esecutivo o degli atti della procedura e non anche quella con cui egli contesti il diritto di procedere alla riscossione, confligge frontalmente con il diritto alla tutela giurisdizionale riconosciuto in generale dall’art. 24 Cost. e nei confronti della pubblica amministrazione dall’art. 113 Cost., dovendo essere assicurata in ogni caso una risposta di giustizia a chi si oppone alla riscossione coattiva.

La tutela dei diritti dei contribuenti ha fatto un grosso passo avanti anche se ancora non del tutto completa.

(Fonte: Massimario.it – 23/2018)

 

https://www.agenziaentrateriscossione.gov.it/it/Per-saperne-di-piu/le-procedure/procedurecautelarieesecutive/

Segnalazione in Centrale Rischi

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La prassi invalsa tra gli operatori del sistema bancario e creditizio prevede che a seguito di esposizioni bancarie (scoperti di conto corrente, finanziamenti e/o mutui non rimborsati alle scadenze), il cliente venga segnalato in Centrale Rischi della Banca d’Italia.

Preliminarmente occorre precisare che la Banca deve formalmente intimare il debitore ad appianare le proprie esposizioni avvertendolo della possibilità che in mancanza la posizione potrebbe essere segnalata “a sofferenza” in Centrale Rischi ed informandolo che tale segnalazione potrebbe pregiudicare l’accesso al credito e le eventuali linee di credito accese presso altri Istituti bancari.

Un caso di segnalazione illegittima è senz’altro legata all’applicazione di commissioni e interessi illegittimi in quanto usurari o anatocistici. In questo caso la Banca è tenuta a risarcire il danno non patrimoniale derivante dall’illegittima segnalazione. Sussiste infatti il nesso di causalità tra l’esercizio dell’attività di impresa della società vittima di usura per le difficoltà incontrate nell’esercizio della propria attività a seguito di segnalazione e le condotte tenute dalla Banca. Il Tribunale di Padova con sentenza 833/2016 ha condannato l’Istituto di Credito a risarcire al correntista il doppio delle somme illegittimamente addebitate al medesimo per effetto di usura e/o anatocismo. Questo perché l’illegittima condotta della banca ha comportato la quasi impossibilità economica per l’impresa di operare sul mercato e di produrre reddito impedendole l’accesso al credito e causando la revoca delle linee di credito aperte presso altri soggetti.

https://www.bancaditalia.it/servizi-cittadino/servizi/accesso-cr/faq-cr/faq-cr.html

Omesso versamento ritenute: assolto l’imprenditore in crisi che sceglie di pagare i dipendenti

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Può essere assolto per il mancato pagamento delle ritenute o delle imposte l’imprenditore che, essendo in crisi finanziaria, ha scelto di pagare i dipendenti.

E’ quanto emerge dalla sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione del 12 febbraio 2018, n. 6737.

Il caso vedeva una imprenditrice di una azienda caduta in crisi finanziaria, trovatasi costretta a dover scegliere se pagare gli stipendi ai propri dipendenti o ad adempiere al pagamento delle ritenute e delle imposte.

Il tutto verte, come evidenziato dalla Suprema Corte, sulla sussistenza o meno del dolo, elemento soggettivo che deve sempre essere accertato per la configurabilità del reato. Per utilizzare le parole dei giudici “il ricorso raggiunge l’acme delle sue argomentazioni nell’affermare (e a ciò implicitamente sottende anche la denuncia di un profilo di illegittimità costituzionale qualora non sia accolto quanto viene addotto) che il dolo non può sussistere in quanto, altrimenti, non potrebbe che configurarsi un contrasto con la carta costituzionale laddove dovesse ritenersi la punibilità del soggetto imprenditore che omette il versamento delle ritenute fiscali, a causa di una crisi finanziaria e per far fronte ad improcrastinabili adempimenti verso altri creditori, quali i lavoratori dipendenti, pure tutelati dalla Costituzione, con particolare riferimento al diritto al lavoro e alla conseguente retribuzione”.

Si sottolinea che il reato in questione (reato di cui all’articolo 10 bis del Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74) richieda il “dolo generico”, il quale non può in alcun modo essere scisso dalla consapevolezza della illiceità della condotta da parte dell’imprenditrice. Trattasi di un punto di particolare importanza in quanto, come evidenziato dagli ermellini, non è possibile aprioristicamente escludere la convinzione, in capo al soggetto agente, che i lavoratori necessitassero l’immediata corresponsione di somme di denaro per il loro sostentamento e quello dei propri familiari.

 

Acqua: il canone si prescrive in 5 anni

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Il pagamento del canone per la fornitura del servizio idrico è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che, come precisato dalla Corte di cassazione nella sentenza numero 6966/2018, decorre dalla scadenza dell’ultima rata non pagata dal cittadino.

Per i giudici, infatti, il termine per l’adempimento della predetta obbligazione, se mancano diverse previsioni contrattuali, si presume a favore del debitore ai sensi dell’articolo 1184 del codice civile. Di conseguenza, la prescrizione del credito relativo ai canoni non pagati non può che decorrere dall’ultimo dei termini utili previsti per il pagamento, posto che prima di tale data l’amministrazione non ha la possibilità di pretendere che il cittadino adempia alla sua prestazione.

La Corte di cassazione ha inoltre reputato corretta la scelta del giudice del merito di ritenere rilevante ai fini dell’interruzione della prescrizione la notificazione dell’avviso di liquidazione del canone, idonea a costituire in mora la debitrice e a realizzare gli effetti di cui all’articolo 2943 del codice civile.

Tale atto, si legge in sentenza, ha infatti una funzione che, “nell’ambito del procedimento di riscossione delle entrate pubbliche, non si esaurisce in una mera dichiarazione di giudizio sulla spettanza e l’ammontare del credito e degli accessori, ma risponde all’ulteriore finalità di richiedere il pagamento della somma dovuta”.

LA PROCEDURA DI ESDEBITAZIONE.

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L’esdebitazione (cancellazione dei debiti e delle loro conseguenze giuridiche) è il risultato finale del meccanismo di composizione di una crisi da sovraindebitamento. Le procedure sono riservate sia ai consumatori (soggetti che non esercitano un’attività di impresa) sia i piccoli imprenditori che non sono ricompresi nelle procedure di carattere fallimentare. L’esdebitazione è stata introdotta nell’ambito della riforma del diritto fallimentare e consiste nella la liberazione dai debiti residui nei confronti dell’imprenditore che ha mantenuto nel corso della procedura fallimentare una condotta collaborativa con gli organi della procedura. Il decreto Sviluppo del 2012 l’ha estesa al caso del consumatore e a quello del piccolo imprenditore al di sotto delle soglie di fallibilità.

Da quanto detto emerge, pertanto, che la procedura di esdebitazione è attivabile solo se chi la richiede non sia assoggettato alle procedure di cui alla legge fallimentare e si trovi in una condizione di sovraindebitamento non riuscendo più a far fronte ai debiti contratti.

La procedura di esdebitazione prevede tre diversi rimedi: l’accordo di ristrutturazione dei debiti, la liquidazione del patrimonio del debitore e il piano del consumatore.

Ai primi due possono accedere tutti i soggetti destinatari della legge, al terzo solo il consumatore.

1) Accordo di ristrutturazione dei debiti

L’accordo di ristrutturazione dei debiti, innanzitutto, dà la possibilità a tutti i soggetti destinatari della legge numero 3/2012 (non assoggettabili a fallimento) di rivolgersi al Tribunale, proponendo un accordo con il quale tentare di far fronte alla propria condizione di sovraindebitamento.

È quindi il giudice che, una volta valutata la richiesta, decide se approvare o meno quanto con essa proposto.

Per poter avere il via e divenire operativo, tuttavia, l’accordo di ristrutturazione dei debiti necessita anche dell’assenso di un numero di creditori che rappresenti almeno il 60% dei crediti.

2) Liquidazione del patrimonio

Molto più svantaggioso, e pertanto scarsamente utilizzato, è il secondo rimedio previsto per l’esdebitazione: la procedura di liquidazione del patrimonio.

Con essa il debitore mette a disposizione, per la soddisfazione dei debiti, tutti i propri beni e tutti i propri crediti, liquidando di fatto il suo intero patrimonio.

Restano escluse solo le risorse necessarie per mantenere la famiglia.

Attivando tale procedura, i debiti che non possono essere ripagati si estinguono.

3) Piano del consumatore

Il piano del consumatore, infine, è lo strumento riservato alle persone fisiche/consumatori, in situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni contratte e il patrimonio liquidabile.

Per potervi accedere il cittadino, oltre a non agire con riferimento all’esercizio di un’attività professionale o imprenditoriale, deve essere meritevole e non deve aver quindi contratto debiti in maniera del tutto sproporzionata rispetto alle potenzialità del suo patrimonio.

In presenza dei richiesti presupposti, ogni consumatore per il tramite di un avvocato può oggi presentare al tribunale un piano per soddisfare i propri debiti. Sarà poi l’organismo di composizione della crisi nominato che, verificata l’esattezza dei dati contenuti nel piano, si esprimerò sulla sua applicabilità.

I creditori non danno un parere vincolante, ma possono essere ascoltati e possono presentare delle contestazioni.

Il vantaggio è che, se il piano del consumatore viene approvato, il cittadino ha la possibilità di sollevarsi dai propri debiti anche non soddisfacendoli per intero ma riducendone l’ammontare complessivo.

Occorre tuttavia precisare che se il debitore non rispetta il piano approvato, scatterà automaticamente la procedura di liquidazione del patrimonio.

 

 

Quali sono le procedure giudiziali per il recupero del credito?

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Nell’ipotesi in cui il creditore sia in possesso di una cambiale o di un assegno non pagati emessi dal debitore sarà possibile notificare a quest’ultimo un atto di precetto con il quale gli si intima di pagare entro il termine di dieci giorni, termine oltre il quale sarà possibile dare corso all’esecuzione forzata.

Si tratta della via più rapida e meno costosa per arrivare a poter richiedere un pignoramento contro il debitore. Si tenga presente che Il possessore del titolo di credito ha la possibilità di agire giudizialmente sia nei confronti dell’obbligato principale (azione cambiaria diretta), sia nei confronti degli obbligati di regresso (azione cambiaria di regresso) che non pagano spontaneamente. Lo strumento legale di gran lunga più diffuso rimane comunque quello del decreto ingiuntivo, un provvedimento giudiziale con il quale il Giudice ordina al debitore di pagare quanto dovuto entro un determinato periodo di tempo.

Si tratta di una strada leggermente più costosa per il debitore ma sicuramente molto più efficace, se non altro perché con il decreto ingiuntivo è possibile iscrivere ipoteca giudiziale sui beni immobili e sui beni mobili registrati del debitore. Infine, in tutti i casi in cui il creditore non sia in possesso dei requisiti richiesti dalla legge per poter procedere con un decreto ingiuntivo, sarà necessario dare corso ad una causa ordinaria nella quale il creditore dovrà fornire la prova del proprio credito e che si concluderà con una vera e propria sentenza.

Il decreto ingiuntivo è un provvedimento con il quale il Giudice, su richiesta presentata dal creditore, ordina (ingiunge, appunto) al debitore di effettuare una data prestazione. Trascorso il suddetto termine senza che il debitore abbia ottemperato ovvero senza che questi abbia proposto opposizione il creditore può chiedere che si proceda con il pignoramento contro l’ingiunto. Il decreto ingiuntivo viene concesso qualora il creditore vanti il diritto al pagamento di una somma determinata di denaro, alla consegna di una quantità determinata di cose fungibili ovvero alla consegna di una cosa mobile determinata. La particolarità del decreto ingiuntivo è che il provvedimento viene emesso su ricorso presentato dal creditore senza che sia sentito in merito il debitore. Tuttavia è necessario che il ricorso proposto dal creditore per ottenere l’ingiunzione abbia ad oggetto un credito fondato su prova scritta ai sensi degli art. 633 e 634 cod. proc. civ.
Il decreto ingiuntivo può essere immediatamente esecutivo: ciò significa che esso può essere immediatamente posto in esecuzione (previa notifica dell’atto di precetto) con la richiesta di pignoramento rivolta all’Ufficiale Giudiziario competente. Il decreto ingiuntivo può essere emesso con la formula di provvisoria esecutività qualora il credito sia fondato su cambiale, assegno bancario, assegno circolare, certificato di liquidazione di borsa oppure su atto ricevuto da notaio o altro pubblico ufficiale. Inoltre l’esecuzione provvisoria può essere concessa dal Giudice anche qualora, pure in mancanza dei predetti requisiti, vi sia grave pericolo nel ritardo ossia in tutti quei casi in cui il creditore riesca a fornire la prova documentale che la mancata concessione della provvisoria esecutività potrebbe seriamente pregiudicare l’adempimento dell’obbligazione cui il debitore è tenuto.

 

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