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Multa per divieto di sosta: motivi di contestazione

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A chi non è capitato di lasciare l’auto parcheggiata anche per poco tempo e di trovare una multa sul tergicristallo? Vero che se paghi entro i primi 5 giorni potrai usufruire di uno sconto pari al 30% ma perché non pensare di fare ricorso?

Di seguito una piccola sintesi dei motivi che si potrebbero inserire in un ricorso.

  1. Il Parchimetro non funzionava.

Negli spazi di parcheggio a pagamento può succedere che il parchimetro non funzioni. Occorrerà però dimostrare che il raggiungimento di un altro parchimetro non fosse particolarmente distante. Non esiste una distanza massima definita legislativamente ma sicuramente non può essere richiesto all’automobilista di spostarsi in auto per raggiungere altra zona o farsi una “passeggiata” tra le vie limitrofe.

  1. E’ stato apposto un divieto di sosta temporaneo.

I Comuni possono in occasione di eventi o necessità speciali istituire dei divieti temporanei di sosta che vanno rispettati. Il provvedimento deve essere emenato dal dirigente comunale preposto a pena di nullità.

In questo caso però è bene ricordare che è obbligatorio che il divieto venga esposto con almeno 48 ore di preavviso. Deve trattarsi di cartelli mobili ben visibili.

  1. Stato di necessità.

Se si lascia l’auto in doppia fila o in divieto di sosta si può contestare la multa per stato di necessità. Ad esempio un malore improvviso, un acquisto di un farmaco urgente. Occorrerà documentare i seguenti elementi: urgenza cioè sussistenza di un pericolo grave e attuale, che si tratta di situazione che non ha soluzioni alternative, il danno deve essere grave tale da porre l’automobilista o altra persona in una situazione di pericolo per la vita o l’integrità fisica.

  1. Divieto non segnalato.

Il divieto di sosta deve essere segnalato con appositi cartelli ma non nelle aree in cui già il codice della strada o le normali regole di prudenza impongano il divieto medesimo (ad esempio in curva, in prossimità di accessi al marciapiede per disabili.

  1. Cartello di divieto non visibile.

La segnaletica stradale deve essere chiara e visibile. Un cartello scolorito dal tempo o dal sole, oppure girato dal vento in modo tale che non sia comprensibile a quale strada si riferisca non ha alcun valore e, pertanto, la multa è nulla.

  1. Multa non contestata immediatamente.

L’assenza della multa sul parabrezza dell’auto non costituisce motivo di nullità della multa stessa. Difatti la contravvenzione va comunque spedita sempre a casa dell’automobilista. È da questo momento che quest’ultimo è messo al corrente della sanzione e può fare ricorso o pagare.

  1. Multa con targa sbagliata.

Può succedere che  i verbalizzanti commettano errori materiali nel riportare la targa dell’auto in contravvenzione. In questi casi, se vi è incertezza sull’identità dell’automobilista, la multa è nulla. Si pensi al caso di chi riceve una multa per divieto di sosta in una città dove non è residente o non è mai stato. Se invece viene riportato in modo errato solo uno dei numeri o delle lettere della targa ma modello e colore dell’auto sono esatti, la multa non è nulla.

  1. Multa notificata in ritardo.

Come abbiamo detto, la multa per divieto di sosta, benché già comunicata all’automobilista con una copia sul parabrezza, va comunque spedita a casa dello stesso. La notifica deve avvenire entro 90 giorni dall’accertamento. In caso di mancato rispetto di questo termine la multa è nulla.

 

Per maggiori dettagli, non esitate a contattarci!

 

Codice della strada: tutte le norme per le biciclette

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Le norme di comportamento per coloro che vanno in bicicletta sono contenute nell’art. 182 del Codice della Strada. La violazione di tali norme, alquanto chiare e precise comporta una serie di sanzioni amministrative. Le multe vanno da un minimo di € 25, sino ad arrivare anche alla cifra di 99 euro, nel caso in cui l’infrazione alle norme del Codice sia stata commessa da una bici con a bordo due o più persone.

In primo luogo ai ciclisti è fatto obbligo di utilizzare le piste ciclabili, almeno nei luoghi in cui esse siano presenti. Come sapete, purtroppo non in tutte le aree urbane sono presenti. In alcune zone, infatti la situazione è veramente critica, spesso foriera di incidenti a danno proprio di incauti ciclisti.

Muoversi in bicicletta è un rischio data la precaria condizione delle strade del nostro Paese e l’inciviltà di molti automobilisti, sempre più intenti nell’uso dello smartphone e sempre meno accorti a ciò che succede in strada. Proprio per questo si sono introdotte norme più severe e si è cercato di disciplinare nel contempo la corretta percorrenza delle strade urbane da parte delle biciclette.

Oggi, sempre più persone scelgono di muoversi in bicicletta, sia nelle piccole realtà di paese o rurali, ma anche e forse soprattutto all’interno di aree urbane e metropoli, per ovviare al traffico cittadino e spostarsi più agevolmente, rispettando i ristrettissimi tempi a disposizione per giungere da un luogo all’altro durante la giornata. Proviamo allora a chiarire alcuni degli aspetti più importanti messi a punto dal Codice della Strada in merito alle norme che disciplinano proprio l’utilizzo delle biciclette. Solo conoscendo bene le norme, sarà possibile evitare di incorrere in sanzioni alquanto salate, ma soprattutto di tutelare la propria sicurezza su strada. Recentemente inoltre, il Codice è stato rivisto in alcune delle sue parte fondamentali, che disciplinano il comportamento di ciclisti e automobilisti.

Il Codice stabilisce anche norme precise, all’interno dello stesso articolo 182, in merito alla possibilità per le biciclette di circolare in gruppo, su un’unica fila, sempre, nel momento in cui si trovano al di fuori di un centro abitato. Viene fatta eccezione nel caso in cui vi sia la presenza di un ciclista che sia un minore, al di sotto di dieci anni. Questo infatti, potrà essere affiancato sulla sua sinistra da un altro ciclista. La possibilità di muoversi in doppia fila è concessa solo quando ci si muova all’interno di un centro abitato, non su di una strada statale. Ecco quindi che nel Codice non è contemplata la possibilità per i ciclisti di muoversi in gruppo o affiancati lungo le strade statali, come spesso accadeva di vedere.

Il Codice indica chiaramente, che un ciclista non può essere motivo di intralcio alla circolazione stradale degli altri veicoli. Nel caso in cui ciò avvenisse, se un ciclista fosse anche un pericolo per il traffico pedonale, il ciclista dovrà scendere dal suo veicolo e circolare a piedi. Per quanto concerne invece, il trasporto di un’altra persona sulla propria bicicletta, questo è consentito solo nel caso in cui si trattasse di un bambino di età inferiore ad otto anni, ma solo se si utilizzano degli appositi dispositivi come seggiolini per bici.

Altro punto importante stabilito dallo stesso Codice è l’obbligo per un ciclista di segnalare la sua presenza su strada, poiché è necessario che sia visibile agli altri automobilisti. Fondamentale, in tal senso, dotarsi di cinture o di un giubbino riflettenti. Questo è assolutamente necessario, nonché stabilito dallo stesso codice, dai 30 minuti prima del tramonto, sino a 30 minuti prima dell’alba. Mentre, all’interno delle gallerie è ovviamente sempre necessario. Richiesta anche dal Codice, l’installazione di dispositivi luminosi, sia sulla parte anteriore, che su quella posteriore della bicicletta.

Un discorso particolare meritano le bici da corsa. Il Codice richiede solo l’obbligo di circolare con veicoli omologati, mentre è obbligatorio l’uso di dispositivi di segnalazione solo in occasione di competizioni autorizzate. Nel caso in cui la visibilità sia scarsa ed è richiesta un’illuminazione artificiale, per via delle condizioni avverse del tempo, è richiesto anche l’obbligo di circolare con la bici spinta a mano.

L’articolo 182 del Codice della Strada stabilisce le norme alle quali i veicoli devono obbligatoriamente attenersi per non incorrere in sanzioni disciplinari. La prima indica che i ciclisti circolino su di un’unica fila e mai affiancati in numero maggiore di due. Fermo restando che lungo i percorsi al di fuori dei centri urbani, dovranno sempre essere disposti su di una sola fila, eccezion fatta nel caso di un minore di 10 anni.

I ciclisti sono tenuti a reggere il manubrio se non con entrambe, almeno con una mano, ma dovranno comunque avere libero uso delle braccia e delle mani. Devono altresì vedere liberamente davanti a loro, compiendo le manovre necessarie con assoluta libertà. E’ assolutamente vietato trainare altri mezzi, tranne condurre animali o farsi trainare da un altro mezzo. Nel caso in cui le condizioni di circolazione non siano prive di ostacoli, per cui il veicolo stesso potrebbe risultare di intralcio, questo dovrà essere trasportato a mano. Non è consentito portare altre persone sul proprio veicolo a due ruote, a meno che non si tratti di un bambino di anni inferiori a otto e con appositi dispositivi per condurlo con sicurezza. Tutti coloro che dovessero violare le norme stabilite dal Codice, incorrono in sanzioni amministrative che vanno da un minimo i 25, sino ad un massimo di 99 euro.

 

http://www.aci.it/i-servizi/normative/codice-della-strada/titolo-v-norme-di-comportamento/art-182-circolazione-dei-velocipedi.html

Parcheggio in doppia fila: è violenza privata

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Quante volte è successo di vedersi bloccata l’uscita da auto in doppia fila o in sosta sui passi carrali?

 

L’art. 158, comma 2, lett. c) del Codice della Strada, infatti, vieta la sosta in seconda fila (salvo che si tratti di veicoli a due ruote, due ciclomotori a due ruote o due motocicli) e prevede una sanzione amministrativa da euro 24 a euro 97 per i ciclomotori e i motoveicoli a due ruote e da euro 41 a euro 168 per i restanti veicoli. L’art. 159, invece, legittima gli agenti di polizia alla rimozione forzata qualora la sosta vietata costituisca pericolo o grave intralcio alla circolazione.

 

Sappiate che la “sosta selvaggia” può costare un’imputazione per violenza privata laddove fatta appositamente per impedire alla parte offesa di non uscire liberamente dal parcheggio a dalla proprietà privata in quanto integra una coazione del soggetto offeso costretto ad un comportamento non voluto.

 

Un principio confermato anche dalla Cassazione quinta sezione penale nella sentenza n. 32720/2014: colui che ostruisce con il proprio veicolo l’unica via di uscita da un fondo, o meglio, colui che fa questo con il preciso intento (dolo) di impedire la libera uscita dallo stesso commette il reato di violenza privata. Nel caso specifico l’automobilista  aveva bloccato con il proprio fuoristrada l’unico passaggio che permetteva di uscire dal fondo per bloccare colui che, secondo l’imputato, stava illecitamente arando un fondo si sua proprietà.

 

Si registrano diverse pronunce anche dei Tribunali di merito soprattutto in ambito di rapporti condominiali. Così è stato condannato un condomino che a seguito di una lite con altri proprietari aveva dimenticato la propria auto parcheggiata davanti al box di un condomino impedendogli il pacifico godimento della sua proprietà privata. Ed ancora un soggetto che aveva parcheggiato in doppia fila sulla pubblica via, impedendo l’uscita di colui che aveva posizionato la propria auto sulle strisce a bordo carreggiata, non solo è stato condannato ma ha dovuto risarcire i danni per la perdita di tempo arrecata all’altro soggetto.

http://www.aci.it/i-servizi/normative/codice-della-strada.html

Codice della Strada: presunzione di responsabilità in caso di tamponamento

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Chi si mette alla guida di una vettura deve sempre assicurarsi di poter fermare tempestivamente il veicolo.

Nel caso di tamponamento del veicolo che lo precede colui che tampona si presume non abbia rispettato le distanze di sicurezzaNon trova applicazione la presunzione di pari responsabilità sancita nell’art. 2054 cod. civ. salvo che chi tampona riesca a fornire la prova che la collisione sia avvenuta per cause in tutto o in parte a lui non imputabili.

La Cassazione con sentenza 20916/2016 ha sottolineato che anche in caso di tamponamento avvenuto per improvvisa immissione sulla corsia di marcia del veicolo, con modalità tali da rappresentare un ostacolo imprevedibile e anomalo rispetto al normale andamento del flusso di circolazione, occorre comunque valutare la guida di entrambi i conducenti. Il Codice della Strada pone l’obbligo di rispettare le distanze di sicurezza in relazione alla normale marcia di veicoli sulla medesima corsia e non certo in casi anomali come l’improvvisa immissione nel flusso stradale di un veicolo proveniente da una laterale.

Anche in questo caso compete però al conducente del veicolo tamponante provare in maniera inequivocabile la sussistenza della situazione imprevedibile e anomala che non ha permesso il tempestivo arresto del veicolo per poter vincere la presunzione di colpa posta dall’art. 149 CdS e dimostrare quanto meno un concorso di colpa del conducente del veicolo tamponato nella causazione del sinistro.

 

 

 http://www.giudicedipace.it/menu-articoli-news/1478-corte-di-cassazione-n-19493-sinistro-stradale-tamponamento-distanza-di-sicurezza-21-09-07.html

A quale risarcimento hai diritto in caso di cancellazione del volo?

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– € 250,00 per tutte le tratte aeree inferiori o pari a 1500 km (più di 3 ore);

– € 400,00 per tutte le tratte aeree superiori a 1500 km e per tutte le altre tratte fra i 1500 e 3500 km (più di 3 ore);

– € 600,00 per tutte le altre tratte (più di 4 ore);

– assistenza in aeroporto (somministrazione di pasti e bevande a seconda della durata dell’attesa);

– sistemazione in albergo nel caso in cui siano necessari uno o più pernottamenti;

– trasferimento dall’aeroporto al luogo di sistemazione e ritorno;

– 2 chiamate telefoniche o messaggi via telex, fax oppure e-mail.

Non si ha diritto al risarcimento per volo cancellato:

  1. nel caso in cui sia stata data informazione della cancellazione almeno 14 giorni prima della partenza.
  2. nel caso in cui il volo alternativo sia in un orario prossimo a quello inizialmente previsto o la compagnia aerea possa dimostrare che la cancellazione è dovuta a circostanze eccezionali che consistono in eventi che esulano dal controllo delle Compagnie aeree, come le estreme condizioni atmosferiche, gli scioperi e i disordini politici.

Mentre non sono circostanze eccezionali i problemi tecnici dell’aeromobile, i problemi con l’aeroporto oppure l’influenza con altri voli.

Rimborso per la cancellazione di un volo

Il Regolamento (CE) n. 261 del 11 febbraio 2004 istituisce, come è noto, regole comuni fra gli Stati membri dell’Unione Europea in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato dello stesso.

Fra le disposizioni più rilevanti a suo tempo introdotte da tale fonte normativa, emerge il diritto alla compensazione pecuniaria, disciplinato dall’art. 7, in base al quale i passeggeri hanno diritto a percepire un’indennità (in misura diversa a seconda della lunghezza della tratta aerea) in caso subiscano il negato imbarco o la cancellazione del volo per cui hanno una prenotazione; nel 2009, con la sentenza della Sezione Quarta datata 19 novembre 2009 (procedimenti riuniti nn. C-402/07 e C-432/07), la Corte di Giustizia ha precisato che tale diritto spetta anche ai passeggeri di voli che subiscono un ritardo pari o superiore a tre ore rispetto all’orario di arrivo originariamente previsto dal vettore aereo.

Il terzo comma dell’art. 5 del Regolamento, però, specifica che viene meno l’obbligo di pagare la compensazione pecuniaria de qua, se il vettore riesce a dimostrare che il disservizio lamentato dal passeggero è dovuto a circostanze eccezionali, che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso.

Si tratta di un punto estremamente controverso ed importante nell’ambito della disciplina de qua.

Difatti, vertendosi in tema di corresponsione indennitaria, il passeggero è esonerato dal dimostrare qualsivoglia concreto pregiudizio, onde l’oggetto dell’accertamento verte essenzialmente sul diritto alla compensazione.

Sullo specifico punto, il terzo comma dell’art. 5 del Regolamento, sopra richiamato, statuisce un’inversione dell’onere della prova rispetto alle regole ordinarie, ponendo a carico della Compagnia aerea l’obbligo dimostrativo del ricorrere di circostanze eccezionali, esimenti dall’obbligo di corrispondere la compensazione pecuniaria.

In recenti controversie instaurate dai nostri legali in favore dei passeggeri in ambito del settore aereo sono state ottenute delle sentenze favorevoli, le quali hanno stabilito oltre il diritto al riconoscimento della Compensazione pecuniaria anche il risarcimento dei danni morali e/o esistenziali determinati dalla cancellazione o dal ritardo di un volo. Infatti il Giudice di Pace di Fiumicino con sentenza 701/13 riconosceva anche i danni non patrimoniali in merito al ritardo stabilendo che: sotto il profilo del danno esistenziale è innegabile che un ritardo nell’arrivo possa provocare uno stato di insoddisfazione e di preoccupazione e, quindi in definitiva di ansia, nel soggetto che si accinga ad intraprendere un viaggio aereo. Inoltre il Giudice di Pace di Roma con sentenza n. 2792/14, riconosceva la compensazione pecuniaria oltre i danni non patrimoniali per i disagi subiti, nonché con sent.n11339/14 il danno non patrimoniale riconosciuto per la turbativa e il disagio causato dalla permanenza forzata presso l’aeroporto. Ed ancora nella sentenza 324/16 del 8 gennaio 2016 il Gdp di Roma riconosceva il risarcimento del danno esistenziale derivante dalla cancellazione del volo, condannando la Compagnia aerea, confermata anche dal medesimo Organo Giudiziario nella sentenza 518059/2015.

Se avete avuto problemi legati a ritardi di voli superiori alle tre ore, a cancellazioni e/o overbooking non esitate a contattarci: vi illustreremo le possibili azioni per ottenere il risarcimento del danno patito.

https://www.corriere.it/cronache/18_maggio_29/aero-non-c-odissea-24-ore-corriera-bergamo-catania-2d015418-6318-11e8-9464-44779318d83c.shtml

Notifica oltre i 90 giorni dall’infrazione: multa illegittima!

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La multa notificata oltre il termine è illegittima. La regola generale prevede che l’infrazione deve essere contestata immediatamente da parte degli agenti che l’hanno accertata (art. 201, comma 1 – bis, del Codice della Strada).

Tuttavia lo stesso della Codice della Strada consente agli agenti accertatori di contestarti la violazione in un momento successivo nei seguenti casi:

Impossibilità di raggiungere un veicolo lanciato ad eccessiva velocità;

■ Attraversamento di un incrocio con il semaforo indicante la luce rossa;

Sorpasso vietato;

■ Accertamento della violazione in assenza del conducente del veicolo incriminato;

■ Accertamento della violazione mediante autovelox;

■ Accertamento effettuato con i dispositivi di cui all’articolo 4 del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121, convertito, con modificazioni, dalla legge 1º agosto 2002, n. 168, e successive modificazioni;

■ Rilevazione degli accessi di veicoli non autorizzati ai  centri storici, alle zone a traffico limitato, alle aree pedonali,  o  della circolazione sulle corsie  e  sulle  strade  riservate  attraverso  i dispositivi previsti dall’articolo 17, comma 133-bis, della legge  15 maggio 1997, n. 127;

■ Accertamento delle violazioni di  cui  agli  articoli  141, 143, commi 11 e 12, 146, 170, 171, 213 e 214, per mezzo  di  appositi dispositivi o apparecchiature di rilevamento.

In questi casi la notifica della violazione deve avvenire nel termine di 90 giorni dall’accertamento.

Come detto in questi casi la multa è illegittima e quindi è possibile proporre ricorso al Prefetto.

Il ministero dell’Interno con la nota numero di protocollo 0016968 del 7 novembre 2014 ha fornito una interpretazione restrittiva della norma che stiamo analizzando, precisando che:

[…] le ragioni che possono legittimare gli enti cui appartengono gli organi accertatori a superare tali limiti non possono che dipendere da fattori esterni e non da prassi organizzative interne.

La nota prosegue poi con l’ analisi dell’ art. 201 C.d.S. sottolineando che:

La disposizione, […], costituisce un’ ulteriore conferma dell’ assunto che, in linea di principio e salva la necessità di acquisire informazioni indispensabili da altri organismi, il dies a quo per la decorrenza dei termini non può che essere individuato in quello della commessa violazione.

Secondo la Corte di Cassazione il termine di notifica della multa è rispettato se l’organo accertatore ha affidato entro i 90 giorni dall’accertamento dell’infrazione il plico al servizio postale.

Attenzione: questo termine non si applica se la multa è stata commessa con un auto a noleggio

Per la notifica della multa con auto a noleggio non si applica la regola generale che abbiamo appena illustrato, ma una diversa procedura che comporta un allungamento dei normali termini previsti per la notificazione.

In questi casi la regola prevede che:

Entro 90 giorni il verbale sia notificato al proprietario, cioè l’azienda di noleggio, la quale ha 60 giorni di tempo per comunicare all’autorità i dati del conducente (la società è obbligata ad effettuare questa comunicazione).

Dalla ricezione di questa comunicazione l’accertatore ha 90 giorni di tempo per rinnovare la notifica al noleggiatore.

Quindi il termine entro il quale la notifica deve essere effettuata non è il termine ordinario di 90 giorni che abbiamo illustrato precedentemente.

In ogni caso, siamo a vostra disposizione qualora aveste bisogno di chiarimenti ulteriori.

 

http://www.altalex.com/documents/news/2017/07/31/multe-oltre-i-90-giorni-illegittima-la-prassi-del-comune-di-milano

Dal 20 maggio le nuove regole per la REVISIONE DELL’AUTO

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Arrivano dal prossimo 20 maggio le novità riguardo alla revisione auto. L’obiettivo è la regolarità dei controlli per assicurarsi che i mezzi in circolazione siano in buono stato di salute.

La prima novità di rilievo è l’introduzione del certificato di revisione, voluto dall’Unione Europea, rilasciato dai centri e dalle officine autorizzati a seguito del controllo tecnico del veicolo. Il documento è un attestato in forma cartacea, messo a disposizione dell’intestatario dell’auto contenente importanti dati: numero e la targa del telaio, luogo e data del controllo, lettura del contachilometri, categoria del veicolo, carenze individuate e il livello di gravità ed infine il risultato del controllo tecnico, il nome dell’organismo che lo ha effettuato e la data prevista per il successivo controllo. I controlli saranno dunque armonizzati a livello europeo.

Il nuovo documento è obbligatorio dopo l’entrata in vigore del dm 214/2017, introdotto a seguito del recepimento della Direttiva europea 2014/45, che prevede che «Ciascuno Stato membro provvede affinché i veicoli immatricolati nel suo territorio siano sottoposti a un controllo periodico da parte di centri autorizzati».

Il documento sarà rilasciato dalle autorità competenti che hanno effettuato un controllo tecnico e conterrà una valutazione del veicolo. I dati saranno di seguito trasmessi al ministero Infrastrutture e Trasporti. Il certificato di revisione resta valido in caso di trasferimento di proprietà del veicolo relativamente al quale è stato rilasciato un valido attestato di controllo tecnico periodico. Nel documento sarà scritto anche il numero dei chilometri della storia dei veicolo, questo con l’obiettivo di contrastare eventuali manomissioni. Nel corso della revisione verrà effettuato il controllo e la lettura del contachilometri, se di normale dotazione.

Saranno gli “ispettori ministeriali” o, nel caso di centri di controllo privati, “ispettori autorizzati che soddisfano i requisiti minimi di competenza e formazione” ad occuparsi delle operazioni di revisione. Sono regole più severe, a tal proposito, quelle fissate nella direttiva per il personale che dovrà “possedere un livello elevato di capacità e di competenze“, acquisito tramite “una formazione iniziale e corsi periodici di aggiornamento o un esame appropriato”. Ancora il ministero effettuerà verifiche sull’omologazione delle apparecchiature usate e sulla preparazione del personale e potrà revocare la licenza a chi non rispetterà gli standard. Infine ci sarà un organismo di supervisione a vigilare sui centri di controllo.

Restano invece immutati gli intervalli per la revisione come stabiliti dall’articolo 80 del Codice della strada: il primo controllo andrà fatto dopo 4 anni dalla prima immatricolazione e, di seguito, ogni 24 mesi.

Chi circola con una vettura non revisionata può andare incontro ad una multa che va da 168 a 674 euro. Cifre destinate a raddoppiare in caso di recidiva.

 

Carburante: ecco le novità legali in tema di fatturazione

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La legge n. 205 del 27 dicembre 2017 (c.d. “legge di bilancio 2018“) ha introdotto, a partire dal 1° gennaio 2019, l’obbligo di fatturazione elettronica (c.d. “e-fattura“) per le cessioni di beni e per le prestazioni di servizi effettuate tra soggetti residenti, stabiliti o identificati nel territorio dello Stato. Una anticipazione a questo obbligo si avrà a partire dal 1° luglio 2018 quando l’e-fattura diventerà obbligatoria per i rifornimenti di carburante ed i subappalti della Pubblica Amministrazione.

Per quanto attiene al rifornimento di carburante, la fatturazione elettronica sostituirà la c.d. scheda carburante: il gestore della stazione di servizio dovrà emettere il documento fiscale in formato elettronico che sarà poi trasmesso direttamente al cliente finale attraverso il Sistema di Interscambio (SdI) che è già operativo per le fatture emesse nei confronti della P.A..

Tale rivoluzione comporterà vari oneri sia in capo al cliente titolare di partita IVA che acquisterà il carburante e sia in capo al gestore della stazione di rifornimento.

Come anticipato, dal 1° luglio 2018 i distributori di carburante dovranno emettere la e-fattura ai clienti titolari di partita IVA che acquisteranno il carburante, benzina e gasolio utilizzati per autotrazione.

Sorge pertanto spontaneo chiedersi quale dovrà essere il contenuto della fattura elettronica rilasciata dal distributore?

La L. n. 205/2017 e la circolare N. 8/E dell’Agenzia delle Entrate hanno previsto che il contenuto del documento fiscale è regolato dagli artt. 21 e 21 bis del D.P.R. n. 633/1972.

Una delle principali novità e differenze rispetto alla scheda carburante consiste nella mancata indicazione della targa o di altro estremo identificativo del veicolo (modello, casa costruttrice, etc. …) all’interno della fattura. Il cliente potrà chiedere al distributore di poter inserire la targa del veicolo o altri dati identificativi per determinate finalità, quali la tracciabilità della spesa e per la riconducibilità della stessa ad un determinato veicolo, al fine della relativa deducibilità. La targa potrà essere fornita utilizzando il campo “Mezzo Trasporto” del file della fattura elettronica.

La fattura sarà generata dal distributore mediante una procedura web e un software da installare sul personal computer oppure tramite app (tali strumenti saranno messi a disposizione gratuitamente dall’Amministrazione finanziaria). Nulla vieta di dotarsi di software gestionali specializzati per la creazione dei documenti elettronici, che rispettino i requisiti previsti.

Il cliente dovrà preventivamente comunicare al distributore i propri dati, tra cui l’indirizzo di posta elettronica certificata a cui inviare l’e-fattura .

Per facilitare la fatturazione elettronica, verranno resi disponibili:

– un software da installare sul pc (che predispone la e-fattura);

– una procedura web e un’app, che consentirà di predisporre la fattura e trasmetterla al SdI;

– un servizio web per creare un QR CODE, che risulterà vantaggioso per acquisire automaticamente le informazioni;

– un servizio di registrazione, per indicare al SdI l’indirizzo telematico per la ricezione dei file;

– un servizio di ricerca, consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche emesse e ricevute mediante il SdI. Sarà consultabile all’interno dell’area riservata del sito dell’Agenzia delle Entrate;

– servizi web a carattere informativo, volti a fornire assistenza, sperimentazione del processo di fatturazione elettronica.

Una volta creata la fattura elettronica questa sarà inviata al destinatario. Tale invio sarà “filtrato” dal SdI, ossia il Sistema di Interscambio, che costituisce il canale di trasmissione dedicato alle sole fatture elettroniche.

Tale SdI avrà una funzione assai delicata: verificherà l’esattezza della fattura elettronica.

Alla luce di queste importanti novità emerge che chi acquisterà carburante in qualità di soggetto passivo IVA (art. 2 del D.P.R. n. 633/1972) e vorrà pertanto beneficiare della deducibilità dei costi d’acquisto e della detraibilità dell’IVA, dovrà necessariamente effettuare il pagamento mediante l’utilizzo di modalità specifiche, in particolare: carte di credito, carte di debito, carte prepagate, assegni bancari e postali, assegni circolari e non, vaglia cambiari e postali e mediante i mezzi di pagamento elettronici previsti dall’art. 5 del D. Lgs. n. 82/2005.

 

Le multe da autovelox: quando è possibile contestarle e fare ricorso

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Non fa mai piacere pagare il verbale di una multa per eccesso di velocità presa da autovelox quando si crede che essa sia ingiusta. L’importante è non farsi trovare impreparati: una buona informazione è l’arma migliore per contrastare gli abusi e per far valere i propri diritti. In primo luogo occorre chiarire che gli autovelox non sono tutti uguali, ma devono avere determinate caratteristiche altrimenti le multe non sono valide. In sintesi devono rispettare i seguenti valori:

  • Omologati dal Ministero dei Trasporti;
  • Segnalati in maniera evidente agli automobilisti con cartelli e/o segnali luminosi;
  • Segnalati anche se sono autovelox mobili in dotazione a una pattuglia;
  • Tarati e verificati;
  • Riconoscibili anche di notte;
  • Utilizzati solo dagli organi che svolgono funzioni polizia stradale.

Le segnalazioni devono essere posizionate in modo da permettere all’automobilista di rallentare, e i segnali devono trovarsi ad almeno 400 metri prima dall’autovelox. Questa è la distanza per chi viaggia in autostrada: devono rispettare gli 80 metri sulle strade urbane, i 250 metri sulle extraurbane e i 150 sulle extraurbane secondarie.

Per quanto riguarda la questione della taratura dell’autovelox, essa è stata a lungo discussa dai Tribunali, i quali di recente sembravano aver sposato la teoria della non necessità, respingendo i ricorsi di quegli automobilisti che lamentavano l’assenza di verificazione del corretto funzionamento dell’apparecchio.

A fronte di una protratta incertezza in materia, è intervenuta la Corte di Cassazione, con la sentenza 11 maggio 2016 n. 9645, la quale ha stabilito che le apparecchiature di rilevazione automatica della velocità devono tassativamente essere sottoposte a tarature e verifiche del buon funzionamento, con cadenza periodica e senza eccezioni. Questo in considerazione del fatto che l’accertamento da cui scaturisce la multa è irripetibile (per cui ci vuole una ragionevole certezza della sua precisione) e che le conseguenze negative per l’automobilista sono di non poco conto.

Per quanto riguarda la segnalazione dello strumento di rilevazione della velocità, ci sono diverse sentenze che danno ragione agli automobilisti: gli autovelox devono essere ben visibili grazie anche ad una segnaletica posizionata correttamente.

Sul punto però è d’obbligo segnalare che il Ministero dei Trasporti ha dato il via libera (parere 2071 del 6 maggio 2015) all’autovelox per il controllo dinamico della circolazione che non necessita di segnalazione. Questo significa che la Polizia può utilizzare, senza preavviso, un autovelox installato a bordo e fotografare le targhe delle auto che superano il limite di velocità. La nota ministeriale specifica che le foto dovranno garantire la privacy dei passeggeri e del guidatore, soprattutto per quanto riguarda gli scatti frontali.

Uno degli elementi essenziali per contestare la multa di un autovelox è la verifica. Per essere valido, il verbale deve contenere alcune informazioni basilari:

  • Il modello dell’apparecchio utilizzato e la relativa omologazione rilasciata dal Ministero dei Trasporti;
  • La tollerabilità in percentuale dello strumento, ricordando che alla velocità rilevata va applicata a favore del trasgressore una percentuale di riduzione del 5%, con un minimo di 5km/h;
  • La verifica della funzionalità del rilevatore;
  • Tipo di postazione utilizzata;
  • La modalità di utilizzo del rilevatori (in particolare per i Telelaser);
  • Il provvedimento del Prefetto che indica le strade dove non è possibile fermare il guidatore per la contestazione, poiché l’infrazione deve essere contestata dalla pattuglia. Oltre alle autostrade, infatti, anche su alcune strade extraurbane non è possibile organizzare posti di blocco a causa della pericolosità in caso di intimazione a fermarsi per le auto in corsa.

Residuano ovviamente poi gli elementi comuni con altri tipi di multe che invalidano il verbale: mancata indicazione del giorno, del luogo o della località dell’infrazione, della targa o della norma violata.

Guidare in ciabatte o a piedi nudi si può? Ecco cosa dice il Codice della strada. Nessun divieto esplicito, ma attenzione alle conseguenze assicurative in caso di incidente.

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In quanti si sono trovati indecisi sulle scarpe da mettere dovendo guidare?

Molti pensano che sia vietato mettersi al volante con calzature aperte o “non allacciate“, ma sono ormai 22 anni che non è più così.

Non esiste più alcun divieto dal 1993 circa l’uso di calzature di tipo aperto (ciabatte, zoccoli, infradito) durante la guida di un veicolo nè è vietato guidare a piedi nudi.

Il conducente è tenuto infatti ad autodisciplinarsi nella scelta dell’abbigliamento e degli accessori al fine di garantire un’efficace azione di guida con i piedi (accelerazione, frenata, uso della frizione).

A conti fatti, pertanto, basta giusto un po’ di buon senso e il rispetto del Codice della Strada, secondo cui il conducente non deve “costituire pericolo o intralcio per la circolazione” e “deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”.

In conclusione sia le infradito che i tacchi a spillo non sono espressamente vietati,  ciò nonostante non è detto che si tratti di calzature adatte alla guida e soprattutto che consentano un utilizzo corretto dei pedali.

Non si riceverà una multa se si guida con le scarpe aperte, ma il vero problema interverrà in caso di incidente: si rischia infatti che l’assicurazione possa prendere spunto da un’eventuale annotazione della polizia circa l’inadeguatezza delle calzature utilizzate per rivalersi per il pagamento di parte del risarcimento nei confronti dell’automobilista.

In caso di incidente, infatti, l’assicurazione potrebbe rifiutarsi di pagare o, successivamente, chiedere la restituzione dei soldi spesi per rimborsare il sinistro.

In caso di incidente, pertanto, il piede scivolato dai pedali per una calzatura inadeguata potrebbe essere considerata una concausa del sinistro e per il guidatore vi potrebbero essere conseguenze economiche per il risarcimento dei danni, a meno che non abbia firmato nel contratto RC Auto la clausola di rinuncia alla rivalsa.

 

In due sul motorino: la violazione non esclude la copertura assicurativa.

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Con la sentenza 25 settembre 2014, n. 20190 la Corte di Cassazione ha sancito che la previsione di una clausola di esclusione della garanzia assicurativa per i danni causati dal conducente non abilitato alla guida non è idonea ad escludere l’operatività della polizza e l’obbligo risarcitorio dell’assicuratore  nel caso in cui il conducente, abilitato alla guida, abbia omesso di rispettare  prescrizioni ed obblighi di cautela imposti dalle norme del codice della strada.

Secondo la Suprema Corte,  per mancanza di abilitazione alla guida si deve intendere un difetto assoluto relativo alla patente di guida, ossia la mancanza, originaria o sopravvenuta, delle condizioni di validità e di efficacia della stessa, per esempio, nell’ipotesi di sospensione, revoca, decorso del termine per la conferma della patente o sopravvenienza di condizioni ostative. Ciò comporta, di conseguenza, che, se esiste un’abilitazione alla guida, l’inosservanza di prescrizioni o limitazioni, eventualmente imposte dal legislatore, non può mai comportare una limitazione della validità o dell’efficacia del titolo abilitativo, ma integra una mera ipotesi  di illiceità della guida.

Nel caso che ha permesso alla Cassazione di giungere a tale soluzione, l’attore aveva convenuto in giudizio il proprietario dell’auto protagonista dello scontro con il ciclomotore di proprietà di un amico dell’attore su cui quest’ultimo era trasportato. Si costituiva in giudizio anche il conducente del ciclomotore che contestava qualsiasi responsabilità, chiamando in giudizio la propria assicuratrice per l’eventuale manleva.  Quest’ultima eccepiva la non operatività della polizza, perché il conducente sedicenne non era abilitato a trasportare passeggeri sul sellino posteriore.

Il Giudice di merito accertava la responsabilità di entrambi i conducenti e li condannava al risarcimento dei danni, rigettando la domanda di manleva proposta dal proprietario del ciclomotore. A seguito della conferma della sentenza in appello, quest’ultimo propone ricorso per cassazione, lamentando che la Corte di appello territoriale aveva ritenuto che il conducente non fosse abilitato alla guida, pur essendo pacifico che lo stesso era titolare di patente di categoria A.

I Giudici hanno dichiarato fondato il ricorso: non risultando contestato che il conducente del motorino fosse in possesso di valida patente di guida, ne deriva che il mero fatto che trasportasse un passeggero non vale a rendere inoperante la garanzia, ove la specifica ipotesi di esclusione non sia stata espressamente prevista dalle condizioni di polizza.

 

 

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