diritto penale

TARTARUGHE D’ACQUA: OBBLIGO DI DENUNCIA

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Entro il 14 agosto 2018 chiunque detenga una tartaruga d’acqua appartenente alla specie delle Trachemys Scripta (meglio nota come tartaruga dalle orecchie gialle e/o rosse) sarà obbligato a denunciarne il possesso, semplicemente compilando un apposito modulo da inoltrare via pec o fax al Ministero dell’Ambiente.

Si tratta della novità introdotta dall’art. 26 del decreto n. 230 del 15 dicembre 2017, entrato in vigore il 14 febbraio scorso, il quale vieta la commercializzazione, l’introduzione e il rilascio sul territorio nazionale di esemplari di specie esotiche incluse negli elenchi adottati dalla Commissione europea.

Nello specifico, l’art. 27 del suddetto decreto legislativo dispone che “i proprietari di animali da compagnia tenuti a scopo non commerciale e appartenenti a specie esotiche invasive, che ne erano in possesso prima della loro iscrizione nell’elenco dell’Unione o nell’elenco nazionale previsto dal presente decreto possono affidare gli esemplari a strutture pubbliche o private autorizzate, anche estere o sono autorizzati a detenerli fino alla fine della vita naturale degli esemplari, purché il possesso sia denunciato secondo quanto previsto dall’articolo 26, comma 1, e, nella denuncia, il proprietario fornisca adeguate informazioni relative alla specie, al sesso ed all’età degli esemplari nonché la descrizione delle modalità di confinamento e delle misure adottate per garantire l’impossibilità di riproduzione e la fuoriuscita.

Il motivo di una simile novella legislativa si basa sul fatto che molte delle specie esotiche indicate nel decreto sono ritenute invasive per il nostro paese, perché sono in grado di adattarsi molto bene a differenti condizioni climatiche e, continuando a proliferare, apportano modifiche all’ecosistema.

Di conseguenza, tutti i possessori di questi esemplari sono tenuti, entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto, a regolarizzare la loro posizione denunciandone il possesso.

Si precisa infine che, per effetto della novità sopra descritta, questi esemplari non potranno più essere allevati, trasportati o fatti trasportare nel territorio nazionale, non potranno più essere venduti o immessi sul mercato, né utilizzati, ceduti a titolo gratuito o scambiati e nemmeno essere rilasciati nell’ambiente o posti in condizione di riprodursi e crescere spontaneamente, a pena di pesanti sanzioni che possono consistere anche nell’arresto fino a 3 anni o nell’ammenda da 10.000 a 150.000 euro.

 

http://www.minambiente.it/notizie/vigore-il-decreto-sulle-specie-esotiche-invasive

Rapporti di vicinato: il vicino ti molesta? Può configurarsi il reato di stalking

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L’art. 612 bis del codice penale prevede che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’ incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio
.

Ma se le condotte moleste o le azioni di disturbo provengono dal vicino di casa si può configurare il reato penale o la rilevanza si limita ad un illecito civile?

A questa domanda ha dato risposta la Cassazione Penale con sentenza 09/05/2018 n. 20473.

Il caso concreto vedeva l’imputato accusato del fatto di aver, con condotte reiterate, molestato e minacciato i vicini di casa: suoneria del telefono collegata ad una campana installata all’esterno; la sirena dell’allarme attivata ogni mattina; motore acceso del camion sotto le finestre dei vicini; custodia di asini con relativo letamaio a pochi metri dalle abitazioni limitrofe; lancio di sassi e mozziconi di sigaro nei rispettivi giardini e posizionamento di una latrina mobile sul confine.

L’imputato in appello veniva assolto ritenendo la Corte che i fatti contestati integrassero molestie costituenti meri illeciti di tipo civilistico.

La Corte di cassazione ha invece affermato che è sbagliato considerare in maniera “atomistica” i fatti arrecanti disturbo singolarmente escludendo in tal modo le finalità persecutorie e relegando i fatti ad una semplice inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà. Nel reato di “Stalking” invero l’elemento soggettivo è il dolo generico integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime a produrre uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice.  Il criterio da seguire è quello della verifica della gravità e precisione dei singoli elementi persecutori, il loro esame globale ed unitario, che ne chiarisca l’effettiva portata dimostrativa del fatto e la congruenza rispetto al tema di indagine.

 

Esempio fatti di attualità:

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_21/monza-tre-anni-carcere-stalking-vicini-0d2f1f2e-2c74-11e8-aa71-9a5a346d5f9b.shtml

BREVE GUIDA AI PIU’ FREQUENTI REATI ON LINE

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Ogni giorno in internet si consumano moltissimi reati, alcuni dei quali, fortunatamente i più banali, sono diventati talmente frequenti da capitare ad ognuno di noi almeno una volta nella vita.

In primo luogo è bene chiarire che la Polizia Postale e delle comunicazioni è l’autorità italiana a cui denunciare i crimini informatici ed i reati telematici.
Sul suo sito ufficiale sono elencati le principali azioni illegali che si fanno col computer.
https://www.commissariatodips.it/
Ecco un breve elenco, dei più frequenti reati on line.

1) Il furto di identità

Il “furto d’identità” è il modo più comune, ma non del tutto corretto, per definire l’indebito utilizzo, totale o parziale, dei dati di identità di un soggetto con l’obiettivo di danneggiarne la reputazione ed ottenere del denaro o dei vantaggi.

Vittima di questa azione criminale può essere non solo la persona fisica ma anche l’impresa, che è responsabile civilmente e penalmente qualora, dal furto di identità, ne scaturiscano svantaggi e/o danni a terzi (clienti, fornitori, dipendenti).

Si può parlare di  “furto d’identità” in diversi casi quali ad esempio:

  • l’”identity cloning” ovvero la clonazione dell’identità di una persona al fine di creare una identità parallela a quella reale in una nuova vita; oppure
  • la “gosthing ovvero la definizione di una identità sulla base dei dati appartenuti ad una persona defunta;
  • la “financial identity theft” l’uso dell’ identità di un individuo o di una impresa al fine di ottenere crediti, prestiti finanziari o aprire conti correnti

2) Cyberstalking

Il cyberstalking consiste nel molestare una vittima mediante comunicazione elettronica, tramite e-mail o messaggi diretti. Un cyberstalker si basa sull’anonimato offerto da Internet per vessare le vittime senza essere scoperto.

Il cyberstalking è un reato del quale si parla poco nonostante, al giorno d’oggi, si faccia un uso intenso di internet, chat, social network, newsletters e message boards.

Occorre precisare che non esiste nel codice penale o in altra fonte giuridica una definizione vera e propria di cyberstalking. Con tale termine si intende l’utilizzo di dispositivi informatici di comunicazione come internet o la posta elettronica con la finalità di molestare una persona.

Per inquadrare la fattispecie giuridica del reato in esame occorre rimettersi alla disciplina prevista per i reati di molestia (art.660 c.p.), di minaccia (art.612 c.p.) e di atti persecutori (art.612-bis c.p.).

3) Phishing

Altro non è che il tentativo di carpire le credenziali bancarie di un utente per prelevare denaro a sua insaputa. Il mezzo attraverso il quale ciò avviene è la posta elettronica, inviando messaggi in cui veniamo invitati a verificare le nostre credenziali di acceso al conto corrente.

L’unica cosa da fare in presenza di questi messaggi è cestinarli.

Per approfondimenti sul tema si veda: http://www.fmslex.com/index.php/2018/06/12/la-banca-deve-risarcire-il-cliente-truffato-con-il-pishing/

 

4) Spam e virus finalizzati a frodi
Questi sono i reati più irritanti di cui è quasi impossibile non rimanere vittima.
Lo spam è costituito dai messaggi di posta di pubblicità non autorizzata.

Per quanto riguarda i virus, inizialmente essi sono nati con il solo scopo di cancellare dati o mandare in tilt un singolo pc. Si tratta di una vera e propria minaccia estremamente grave, quando vengono creati virus per bloccare pc o intere reti con lo scopo di ricattare l’azienda.

Tutti quanti sappiamo che qualsiasi attività non può fare a meno dell’informatica e bloccare un sistema informatico vuol dire bloccare l’azienda, ed è proprio per questo che ci sono delle vere e proprie organizzazioni criminali che diffondono virus in grado di bloccare i sistemi informativi aziendali con lo scopo di ricattare l’azienda fornendo loro i codici di sblocco in cambio di denaro.

Per qualsiasi domanda, non esitate a contattarci: lo studio FMS Lex vi fornirà l’assistenza legale idonea per affrontare giudizialmente questo tipo di reati.

 

Reato di appropriazione indebita: non punibile tra moglie e marito

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Se i coniugi separati risultano riconciliati, il precedente decreto di omologa della separazione perde di efficacia a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale propria della vita coniugale.

Questo è quanto ha sancito la Corte di Cassazione con sentenza 7 giugno 2018 n. 26020.

In particolare essa ha ribadito che, se la riconciliazione era già avvenuta all’epoca dei fatti, dovrà venire meno anche l’imputazione per appropriazione indebita nei confronti dell’ex posta la causa di non punibilità sancita dall’art. 649 del codice penale nei confronti del coniuge non legalmente separato.

Nel caso preso in esame dalla Cassazione, analizzati i provvedimenti prodotti dalle parti, risultava che la riconciliazione tra i coniugi dichiarata dalla Corte appello nel 2014 era in realtà avvenuta già dal 2008 e, dunque, da quel momento dovevano ritenersi cessati gli effetti della separazione.

In conclusione, per la condotta ex art. 646 c.p. risalente al 2010, data in cui i coniugi non erano più separati proprio in ragione della precedente riconciliazione, deve ritenersi non punibile la ricorrente che ha commesso il fatto in danno del coniuge il quale in quel momento non era più legalmente separato avendo la riconciliazione posto nel nulla il decreto di omologa della separazione avvenuta in precedenza.

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

Notifica oltre i 90 giorni dall’infrazione: multa illegittima!

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La multa notificata oltre il termine è illegittima. La regola generale prevede che l’infrazione deve essere contestata immediatamente da parte degli agenti che l’hanno accertata (art. 201, comma 1 – bis, del Codice della Strada).

Tuttavia lo stesso della Codice della Strada consente agli agenti accertatori di contestarti la violazione in un momento successivo nei seguenti casi:

Impossibilità di raggiungere un veicolo lanciato ad eccessiva velocità;

■ Attraversamento di un incrocio con il semaforo indicante la luce rossa;

Sorpasso vietato;

■ Accertamento della violazione in assenza del conducente del veicolo incriminato;

■ Accertamento della violazione mediante autovelox;

■ Accertamento effettuato con i dispositivi di cui all’articolo 4 del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121, convertito, con modificazioni, dalla legge 1º agosto 2002, n. 168, e successive modificazioni;

■ Rilevazione degli accessi di veicoli non autorizzati ai  centri storici, alle zone a traffico limitato, alle aree pedonali,  o  della circolazione sulle corsie  e  sulle  strade  riservate  attraverso  i dispositivi previsti dall’articolo 17, comma 133-bis, della legge  15 maggio 1997, n. 127;

■ Accertamento delle violazioni di  cui  agli  articoli  141, 143, commi 11 e 12, 146, 170, 171, 213 e 214, per mezzo  di  appositi dispositivi o apparecchiature di rilevamento.

In questi casi la notifica della violazione deve avvenire nel termine di 90 giorni dall’accertamento.

Come detto in questi casi la multa è illegittima e quindi è possibile proporre ricorso al Prefetto.

Il ministero dell’Interno con la nota numero di protocollo 0016968 del 7 novembre 2014 ha fornito una interpretazione restrittiva della norma che stiamo analizzando, precisando che:

[…] le ragioni che possono legittimare gli enti cui appartengono gli organi accertatori a superare tali limiti non possono che dipendere da fattori esterni e non da prassi organizzative interne.

La nota prosegue poi con l’ analisi dell’ art. 201 C.d.S. sottolineando che:

La disposizione, […], costituisce un’ ulteriore conferma dell’ assunto che, in linea di principio e salva la necessità di acquisire informazioni indispensabili da altri organismi, il dies a quo per la decorrenza dei termini non può che essere individuato in quello della commessa violazione.

Secondo la Corte di Cassazione il termine di notifica della multa è rispettato se l’organo accertatore ha affidato entro i 90 giorni dall’accertamento dell’infrazione il plico al servizio postale.

Attenzione: questo termine non si applica se la multa è stata commessa con un auto a noleggio

Per la notifica della multa con auto a noleggio non si applica la regola generale che abbiamo appena illustrato, ma una diversa procedura che comporta un allungamento dei normali termini previsti per la notificazione.

In questi casi la regola prevede che:

Entro 90 giorni il verbale sia notificato al proprietario, cioè l’azienda di noleggio, la quale ha 60 giorni di tempo per comunicare all’autorità i dati del conducente (la società è obbligata ad effettuare questa comunicazione).

Dalla ricezione di questa comunicazione l’accertatore ha 90 giorni di tempo per rinnovare la notifica al noleggiatore.

Quindi il termine entro il quale la notifica deve essere effettuata non è il termine ordinario di 90 giorni che abbiamo illustrato precedentemente.

In ogni caso, siamo a vostra disposizione qualora aveste bisogno di chiarimenti ulteriori.

 

http://www.altalex.com/documents/news/2017/07/31/multe-oltre-i-90-giorni-illegittima-la-prassi-del-comune-di-milano

Minaccia: dal 9 maggio reato estinto riparando il danno

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Con il decreto legislativo n. 36/2018 è stato ampliato l’istituto della procedibilità a querela di parte ricomprendendovi tutta una serie di reati che, dal prossimo 9 maggio, non saranno più procedibili d’ufficio. Nell’elenco sono comprese varie ipotesi di reato ad esempio quelle di truffa, appropriazione indebita, frode informatica e anche minaccia. In relazione a quest’ultima fattispecie, il decreto incide sull’art. 612 c.p. introducendo l’estensione della procedibilità a querela nell’ipotesi prevista dal seconda comma, con riferimento al reato di minaccia “grave” (punito con la reclusione fino ad un anno in luogo della multa fino a euro 1032).

Resta, invece, perseguibile d’ufficio la minaccia commessa in uno dei modi indicati dall’articolo 339 c.p., ovvero in presenza di tali circostanze aggravanti (ad esempio minaccia commessa con armi, da persona travisata o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte).

Inoltre, un ulteriore ostacolo alla trasformazione del regime di procedibilità sussiste quando la procedibilità d’ufficio segue alla sussistenza di una circostanza aggravante ad effetto speciale (cfr. art. 63 c.p.).

Il decreto scandisce anche il funzionamento della fase transitoria per quanto riguarda i reati che diventano perseguibili a querela dal prossimo 9 maggio (data di entrata in vigore del provvedimento): ove commessi prima, il termine per la presentazione della querela decorrerà dalla predetta data se la persona offesa ha avuto in precedenza notizia del fatto costituente reato.

Invece, ove sia pendente il procedimento, il P.M (nel corso delle indagini preliminari) o il giudice (dopo l’esercizio dell’azione penale), anche, se necessario, previa ricerca anagrafica, informerà la persona offesa dal reato della facoltà di esercitare il diritto di querela e il termine decorrerà dal giorno in cui la persona offesa è stata informata.

La riforma ha come obiettivo quello di “migliorare l’efficienza del sistema penale, favorendo meccanismi di conciliazione per i reati di minore gravità, anche attraverso la collegata operatività dell’istituto della estinzione del reato per condotte riparatorie, che riguarda i reati procedibili a querela ma con querela rimettibile, e di conseguenza una maggiore efficacia dell’azione di punizione dei reati più gravi“.

 

Omesso versamento ritenute: assolto l’imprenditore in crisi che sceglie di pagare i dipendenti

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Può essere assolto per il mancato pagamento delle ritenute o delle imposte l’imprenditore che, essendo in crisi finanziaria, ha scelto di pagare i dipendenti.

E’ quanto emerge dalla sentenza della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione del 12 febbraio 2018, n. 6737.

Il caso vedeva una imprenditrice di una azienda caduta in crisi finanziaria, trovatasi costretta a dover scegliere se pagare gli stipendi ai propri dipendenti o ad adempiere al pagamento delle ritenute e delle imposte.

Il tutto verte, come evidenziato dalla Suprema Corte, sulla sussistenza o meno del dolo, elemento soggettivo che deve sempre essere accertato per la configurabilità del reato. Per utilizzare le parole dei giudici “il ricorso raggiunge l’acme delle sue argomentazioni nell’affermare (e a ciò implicitamente sottende anche la denuncia di un profilo di illegittimità costituzionale qualora non sia accolto quanto viene addotto) che il dolo non può sussistere in quanto, altrimenti, non potrebbe che configurarsi un contrasto con la carta costituzionale laddove dovesse ritenersi la punibilità del soggetto imprenditore che omette il versamento delle ritenute fiscali, a causa di una crisi finanziaria e per far fronte ad improcrastinabili adempimenti verso altri creditori, quali i lavoratori dipendenti, pure tutelati dalla Costituzione, con particolare riferimento al diritto al lavoro e alla conseguente retribuzione”.

Si sottolinea che il reato in questione (reato di cui all’articolo 10 bis del Decreto Legislativo 10 marzo 2000, n. 74) richieda il “dolo generico”, il quale non può in alcun modo essere scisso dalla consapevolezza della illiceità della condotta da parte dell’imprenditrice. Trattasi di un punto di particolare importanza in quanto, come evidenziato dagli ermellini, non è possibile aprioristicamente escludere la convinzione, in capo al soggetto agente, che i lavoratori necessitassero l’immediata corresponsione di somme di denaro per il loro sostentamento e quello dei propri familiari.

 

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