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Acqua: il canone si prescrive in 5 anni

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Il pagamento del canone per la fornitura del servizio idrico è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che, come precisato dalla Corte di cassazione nella sentenza numero 6966/2018, decorre dalla scadenza dell’ultima rata non pagata dal cittadino.

Per i giudici, infatti, il termine per l’adempimento della predetta obbligazione, se mancano diverse previsioni contrattuali, si presume a favore del debitore ai sensi dell’articolo 1184 del codice civile. Di conseguenza, la prescrizione del credito relativo ai canoni non pagati non può che decorrere dall’ultimo dei termini utili previsti per il pagamento, posto che prima di tale data l’amministrazione non ha la possibilità di pretendere che il cittadino adempia alla sua prestazione.

La Corte di cassazione ha inoltre reputato corretta la scelta del giudice del merito di ritenere rilevante ai fini dell’interruzione della prescrizione la notificazione dell’avviso di liquidazione del canone, idonea a costituire in mora la debitrice e a realizzare gli effetti di cui all’articolo 2943 del codice civile.

Tale atto, si legge in sentenza, ha infatti una funzione che, “nell’ambito del procedimento di riscossione delle entrate pubbliche, non si esaurisce in una mera dichiarazione di giudizio sulla spettanza e l’ammontare del credito e degli accessori, ma risponde all’ulteriore finalità di richiedere il pagamento della somma dovuta”.

Assicurazione scaduta: sinistro coperto nei primi 15 giorni, anche se il premio è pagato dopo

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La Corte di Cassazione nella sentenza n. 26104/2016 ha chiarito che, se il sinistro avviene a polizza assicurativa scaduta, la copertura resta operativa laddove l’incidente risulti occorso nei successivi quindici giorni di tolleranza, indipendentemente dalla circostanza che il pagamento del premio sia avvenuto o meno in quel periodo di tempo. Infatti, ex art. 1901 c.c., l’effetto retroattivo della risoluzione del contratto si produce non dalla scadenza del premio, ma dallo spirare del periodo di rispetto.

Per i giudici di Cassazione merita accoglimento il motivo teso a far ritenere l’ultrattività della polizza, stante l’interpretazione confermata dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui, in caso di risoluzione del contratto a norma del terzo comma dell’art. 1901 c.c., l’effetto retroattivo della risoluzione si produce non dalla scadenza del premio ma dallo spirare del periodo di tolleranza.

La giurisprudenza di legittimità ha altresì chiarito “che il mancato pagamento, da parte dell’assicurato, di un premio successivo al primo determina, ai sensi dell’art 1901, secondo comma, c.c., la sospensione della garanzia assicurativa non immediatamente, ma dopo il decorso del cosiddetto periodo di tolleranza o di rispetto e, cioè, di quindici giorni dalla scadenza del premio medesimo”.

Tale principio, prosegue la Cassazione, opera indipendentemente dal verificarsi del pagamento del premio dovuto entro l’indicato periodo, ed anche in caso di protrarsi dell’inadempienza dell’assicurato e di eventuale successiva risoluzione di diritto del contratto, a norma dell’art 1901, terzo comma c.c., nel senso che l’effetto retroattivo di tale risoluzione si produrrà non dalla scadenza del premio, ma dallo spirare del periodo di tolleranza.

 

 

 

Cosa succede in caso di mancato pagamento o ritardo nel versamento del bollo auto

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Il pagamento del bollo auto va effettuato da tutti coloro che, in base al P.R.A, risultano possessori di un’auto. Il tributo regionale va pagato una volta all’anno da tutti i proprietari di autoveicoli, anche se i mezzi non sono circolanti (rileva, infatti, ai fini del tributo, il possesso del mezzo, indipendentemente dal suo utilizzo).

Chi si dimentica di pagare il bollo alla scadenza o chi, per una momentanea difficoltà economica non riesce a far fronte al pagamento del bollo, può rimediare grazie al ravvedimento operoso, che è molto conveniente se il pagamento viene regolarizzato entro 15 giorni dalla scadenza, meno vantaggioso se effettuato entro il 30° e il 90° giorno dal termine di pagamento.

Tutti i pagamenti effettuati dopo il termine di scadenza comportano infatti l’applicazione di sanzioni e interessi di mora che, se restano impagati per un intero anno dopo il termine ultimo di pagamento, danno diritto alla Regione titolare del tributo di inviare al contribuente un avviso bonario, invitandolo al pagamento il prima possibile, per non incorrere in sanzioni.

Se poi, anche dopo questo avviso, il contribuente non riesce ancora a pagare il bollo, il tributo viene iscritto a ruolo e la cartella di pagamento affidata a un agente di riscossione.

In questo caso, decorsi i 60 giorni di tempo concessi per estinguere il proprio debito, possono essere attivate procedure cautelari ed esecutive (es: fermo amministrativo), per recuperare quanto dovuto dal contribuente.

 

Guidare in ciabatte o a piedi nudi si può? Ecco cosa dice il Codice della strada. Nessun divieto esplicito, ma attenzione alle conseguenze assicurative in caso di incidente.

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In quanti si sono trovati indecisi sulle scarpe da mettere dovendo guidare?

Molti pensano che sia vietato mettersi al volante con calzature aperte o “non allacciate“, ma sono ormai 22 anni che non è più così.

Non esiste più alcun divieto dal 1993 circa l’uso di calzature di tipo aperto (ciabatte, zoccoli, infradito) durante la guida di un veicolo nè è vietato guidare a piedi nudi.

Il conducente è tenuto infatti ad autodisciplinarsi nella scelta dell’abbigliamento e degli accessori al fine di garantire un’efficace azione di guida con i piedi (accelerazione, frenata, uso della frizione).

A conti fatti, pertanto, basta giusto un po’ di buon senso e il rispetto del Codice della Strada, secondo cui il conducente non deve “costituire pericolo o intralcio per la circolazione” e “deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”.

In conclusione sia le infradito che i tacchi a spillo non sono espressamente vietati,  ciò nonostante non è detto che si tratti di calzature adatte alla guida e soprattutto che consentano un utilizzo corretto dei pedali.

Non si riceverà una multa se si guida con le scarpe aperte, ma il vero problema interverrà in caso di incidente: si rischia infatti che l’assicurazione possa prendere spunto da un’eventuale annotazione della polizia circa l’inadeguatezza delle calzature utilizzate per rivalersi per il pagamento di parte del risarcimento nei confronti dell’automobilista.

In caso di incidente, infatti, l’assicurazione potrebbe rifiutarsi di pagare o, successivamente, chiedere la restituzione dei soldi spesi per rimborsare il sinistro.

In caso di incidente, pertanto, il piede scivolato dai pedali per una calzatura inadeguata potrebbe essere considerata una concausa del sinistro e per il guidatore vi potrebbero essere conseguenze economiche per il risarcimento dei danni, a meno che non abbia firmato nel contratto RC Auto la clausola di rinuncia alla rivalsa.

 

Cosa fare in caso di danni da insidie stradali

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Sei rimasto coinvolto in un sinistro a causa di una caduta in una buca presente sul manto stradale, o per la presenza di materiale pericoloso sull’asfalto (olio, ghiaia, ghiaccio ecc), per marciapiedi sconnessi, per guardrail non in sicurezza, o ancora, per crollo improvviso di alberi, vegetazione che provoca mancanza di visibilità, caditoie non a raso con il manto stradale, griglie di tombini rotte, mancanza di segnaletica ecc…? Tutti questi eventi possono provocare danni agli utenti della strada, causando lesioni fisiche e materiali per cattiva o mancata manutenzione delle strade e dei luoghi adibiti a pubblico transito.

In tutti i casi sopra elencati e qualificabili come danni da insidia, si configura una precisa responsabilità in capo alla Pubblica Amministrazione (P.A.), la quale nella qualità di proprietaria o gestore del bene demaniale, è tenuta a risarcire i danni cagionati agli utenti a causa di sinistri stradali occorsi per omessa o insufficiente manutenzione delle rete stradale. In primo luogo è opportuno inoltrare una richiesta di risarcimento dei danni per raccomandata al proprietario del bene demaniale (per es. Autostrade per l’Italia spa, la Provincia, il Comune o l’ANAS).

IL NUOVO ORIENTAMENTO DELLA GIURISPRUDENZA SULLA RESPONSABILITA DELLA P.A.

Con la sentenza della Cassazione n.15384/06 la giurisprudenza afferma una responsabilità oggettiva della P.A. per i beni demaniali in custodia, ai sensi dell’art. 2051 cc. Ne deriva che per dimostrare la responsabilità della P.A. è sufficiente che sussista il nesso di causalità tra la cosa in custodia e il danno arrecato. Sul paino processuale ciò comporta una grande facilitazione per il danneggiato che dovrà soltanto fornire la prova dell’evento dannoso in cui è stato coinvolto e del nesso di causalità e cioè che il sinistro si è verificato come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa. (sentenza Cassazione n.79637/12). La P.A. per esimersi dalla responsabilità, dovrà provare che il sinistro si è verificato per un caso fortuito o comportamento del danneggiato.

CAUSE DI ESCLUSIONE DELLA RESPONSABILITA’ DELLA P.A.

Una volta dimostrato il nesso di causalità tra l’insidia stradale e il danno, è sempre configurabile la responsabilità del custode, a meno che la P.A. dimostri che l’evento lesivo si è verificato a seguito del c.d. caso fortuito riconducibile non alla cosa (buca ecc.) ma ad un elemento esterno avente i caratteri dell’oggettiva imprevedibilità e inevitabilità che può essere costituita dalla forza maggiore, dal fatto del terzo o dallo stesso danneggiato. Un esempio di esclusione della responsabilità della P.A. per fatto del terzo può essere il caso del cantiere stradale, in cui l’area risulti completamente recintata e affidata all’esclusiva custodia dell’appaltatore e pertanto dei danni subiti ne risponderà soltanto lui.

Un’altra causa di esclusione di responsabilità per la P.A. o per lo meno di un concorso di colpa è costituita dalla condotta del danneggiato. Gli utenti della strada sono gravati pertanto secondo il principio di autoresponsabilità codificato dall’art. 1227 c.c. di un dovere generale di attenzione e diligenza, in base al quale il comportamento del soggetto danneggiato contrario alla c.d. ordinaria diligenza, può incidere sulla responsabilità della P.A. fino a limitarla o addirittura escluderla. Sarà onere della P.A. provare che l’evento dannoso sia stato, in tutto o in parte, determinato dal comportamento stesso del danneggiato, mentre sarà onere del danneggiato dimostrare il contrario. Un esempio potrebbe essere la presenza di un ostacolo (dislivello di ghiaia), evitabile con un maggior livello di attenzione ad escludere la responsabilità della P.A. o ancora l’utilizzo improprio del bene demaniale rispetto all’ordinaria destinazione.

In due sul motorino: la violazione non esclude la copertura assicurativa.

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Con la sentenza 25 settembre 2014, n. 20190 la Corte di Cassazione ha sancito che la previsione di una clausola di esclusione della garanzia assicurativa per i danni causati dal conducente non abilitato alla guida non è idonea ad escludere l’operatività della polizza e l’obbligo risarcitorio dell’assicuratore  nel caso in cui il conducente, abilitato alla guida, abbia omesso di rispettare  prescrizioni ed obblighi di cautela imposti dalle norme del codice della strada.

Secondo la Suprema Corte,  per mancanza di abilitazione alla guida si deve intendere un difetto assoluto relativo alla patente di guida, ossia la mancanza, originaria o sopravvenuta, delle condizioni di validità e di efficacia della stessa, per esempio, nell’ipotesi di sospensione, revoca, decorso del termine per la conferma della patente o sopravvenienza di condizioni ostative. Ciò comporta, di conseguenza, che, se esiste un’abilitazione alla guida, l’inosservanza di prescrizioni o limitazioni, eventualmente imposte dal legislatore, non può mai comportare una limitazione della validità o dell’efficacia del titolo abilitativo, ma integra una mera ipotesi  di illiceità della guida.

Nel caso che ha permesso alla Cassazione di giungere a tale soluzione, l’attore aveva convenuto in giudizio il proprietario dell’auto protagonista dello scontro con il ciclomotore di proprietà di un amico dell’attore su cui quest’ultimo era trasportato. Si costituiva in giudizio anche il conducente del ciclomotore che contestava qualsiasi responsabilità, chiamando in giudizio la propria assicuratrice per l’eventuale manleva.  Quest’ultima eccepiva la non operatività della polizza, perché il conducente sedicenne non era abilitato a trasportare passeggeri sul sellino posteriore.

Il Giudice di merito accertava la responsabilità di entrambi i conducenti e li condannava al risarcimento dei danni, rigettando la domanda di manleva proposta dal proprietario del ciclomotore. A seguito della conferma della sentenza in appello, quest’ultimo propone ricorso per cassazione, lamentando che la Corte di appello territoriale aveva ritenuto che il conducente non fosse abilitato alla guida, pur essendo pacifico che lo stesso era titolare di patente di categoria A.

I Giudici hanno dichiarato fondato il ricorso: non risultando contestato che il conducente del motorino fosse in possesso di valida patente di guida, ne deriva che il mero fatto che trasportasse un passeggero non vale a rendere inoperante la garanzia, ove la specifica ipotesi di esclusione non sia stata espressamente prevista dalle condizioni di polizza.

 

 

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