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TARTARUGHE D’ACQUA: OBBLIGO DI DENUNCIA

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Entro il 14 agosto 2018 chiunque detenga una tartaruga d’acqua appartenente alla specie delle Trachemys Scripta (meglio nota come tartaruga dalle orecchie gialle e/o rosse) sarà obbligato a denunciarne il possesso, semplicemente compilando un apposito modulo da inoltrare via pec o fax al Ministero dell’Ambiente.

Si tratta della novità introdotta dall’art. 26 del decreto n. 230 del 15 dicembre 2017, entrato in vigore il 14 febbraio scorso, il quale vieta la commercializzazione, l’introduzione e il rilascio sul territorio nazionale di esemplari di specie esotiche incluse negli elenchi adottati dalla Commissione europea.

Nello specifico, l’art. 27 del suddetto decreto legislativo dispone che “i proprietari di animali da compagnia tenuti a scopo non commerciale e appartenenti a specie esotiche invasive, che ne erano in possesso prima della loro iscrizione nell’elenco dell’Unione o nell’elenco nazionale previsto dal presente decreto possono affidare gli esemplari a strutture pubbliche o private autorizzate, anche estere o sono autorizzati a detenerli fino alla fine della vita naturale degli esemplari, purché il possesso sia denunciato secondo quanto previsto dall’articolo 26, comma 1, e, nella denuncia, il proprietario fornisca adeguate informazioni relative alla specie, al sesso ed all’età degli esemplari nonché la descrizione delle modalità di confinamento e delle misure adottate per garantire l’impossibilità di riproduzione e la fuoriuscita.

Il motivo di una simile novella legislativa si basa sul fatto che molte delle specie esotiche indicate nel decreto sono ritenute invasive per il nostro paese, perché sono in grado di adattarsi molto bene a differenti condizioni climatiche e, continuando a proliferare, apportano modifiche all’ecosistema.

Di conseguenza, tutti i possessori di questi esemplari sono tenuti, entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto, a regolarizzare la loro posizione denunciandone il possesso.

Si precisa infine che, per effetto della novità sopra descritta, questi esemplari non potranno più essere allevati, trasportati o fatti trasportare nel territorio nazionale, non potranno più essere venduti o immessi sul mercato, né utilizzati, ceduti a titolo gratuito o scambiati e nemmeno essere rilasciati nell’ambiente o posti in condizione di riprodursi e crescere spontaneamente, a pena di pesanti sanzioni che possono consistere anche nell’arresto fino a 3 anni o nell’ammenda da 10.000 a 150.000 euro.

 

http://www.minambiente.it/notizie/vigore-il-decreto-sulle-specie-esotiche-invasive

COS’E’ IL REGISTRO DELLA BIGENITORIALITA’?

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La legge numero 54/2006, attraverso l’articolo 337-ter del codice civile, ha introdotto il principio della bigenitorialità come diritto soggettivo del bambino e il conseguente affido condiviso,  purtroppo ancora  carente sul piano dell’attuazione.

Tale riforma ha finalmente consacrato nel nostro ordinamento la Convenzione sui diritti dell’infanzia, ratificata anche dall’Italia con legge 76/91 secondo la quale gli Stati si impegnano a

garantire il riconoscimento del principio secondo il quale entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l’educazione del fanciullo e il provvedere al suo sviluppo. Principio consarato anche nell’art. 30 comma 1 della nostra Costituzione.

Diversi Comuni italiani hanno adottato il “REGISTRO DELLA BIGENITORIALITA’ ” uno strumento che permetterà di fornire maggiore attenzione nei confronti delle persone e delle famiglie, ma soprattutto dei bambini e delle bambine, allo scopo di prevenire motivi di risentimento e ridurre la conflittualità, eliminando squilibri legati all’essere o meno genitore collocatario.

In sostanza in questo Registro dovrà essere annotato il domicilio di entrambi i genitori anche di quello non residente con il minore (che dovrà necessariamente ai sensi dell’art. 45 codice civile avere un’unica residenza). Tale Registro sarà messo a disposizione di tutti gli enti ed istituzioni per la trasmissione di comunicazioni inerenti i minori si pensi ad esempio alle comunicazione dell’istituto scolastico frequentato.

L’utilizzo e la tenuta del Registro saranno disciplinati, concretamente, dall’adozione di un apposito regolamento della bigenitorialità al quale si affiancherà un protocollo di intesa con tutti gli enti e le istituzioni che in qualche modo incidono nelle vite dei minori.

L’impegno, infine, è quello di promuovere mediante le più disparate iniziative il rispetto a qualsiasi livello del diritto del minore alla bigenitorialità.

Si veda, a titolo esemplificativo, il Comune di Verona:

https://www.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=45782

PIGNORAMENTI FISCALI: NUOVA TUTELA PER I CITTADINI?

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La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 114 del 31 maggio scorso, ha dichiarato incostituzionale l’art. 57 del DPR n. 602/73 intervenendo finalmente a colmare un vuoto di difesa per tutti i contribuenti che durava ormai da quasi vent’anni (con l’introduzione del D.lgs. n. 46/99, infatti, il Legislatore aveva modificato la predetta norma limitando fortemente la difesa dei contribuenti in caso di pignoramenti fiscali).

La Corte Costituzionale, infatti, dichiara l’illegittimità costituzionale della norma “nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso… sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 cpc

Secondo la normativa vigente un soggetto che riceva un pignoramento ha la possibilità di difendersi anche in via preventiva contestando il diritto di controparte di procedere ad esecuzione forzata presentando opposizione sin dalla ricezione dell’atto di precetto cioè prima che venga materialmente iniziata l’esecuzione forzata con l’atto di pignoramento ed anche a seguito a seconda che ricorrano i presupposti previsti dall’art. 615 comma 1 c.p.c e 615 comma 2 c.p.c. .

In caso di pignoramento esattoriale invece sono aperte le sole opposizioni riguardanti la pignorabilità dei beni sicuramente numericamente inferiori di molto alle questioni attinenti altre eccezioni quali la prescrizione, la decadenza, estinzione del debito, compensazione o errori di calcolo.  Tutto ciò crea una indubbia situazione di vantaggio per il Fisco e l’impossibilità per il contribuente di proporre tempestiva ed adeguata difesa contestando sul nascere lo stesso diritto del Fisco di procedere a pignoramento.

Pertanto, alla luce della pronuncia della Corte Costituzionale, ci si trova ancora nella situazione che qualora il contribuente dovesse venire a conoscenza di un suo presunto debito tributario (ad esempio attraverso la consegna dell’estratto dei ruoli da parte del concessionario della riscossione), egli non potrà agire in via preventiva –  magari per rilevare l’avvenuto pagamento o la prescrizione delle pretese –  ma avrà solo la possibilità aspettare il pignoramento con il rischio però di subire gravi e illegittimi danni da un’azione di quel genere (si pensi a un pignoramento presso terzi nei confronti di clienti del contribuente o a un pignoramento presso la banca, ecc…).

Nel primo caso il contribuente oggi può solo tentare di agire in via di autotutela, comunicando all’amministrazione i motivi per i quali le pretese non sono dovute (e magari diffidandola a non agire), ma un ampliamento dei diritti di difesa anche in questi casi sarebbe sicuramente opportuno.

La Corte ha sentenziato: “E’ illegittimo l’art. 57, co. 1, lett. a), del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), come sostituito dall’art. 16 del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 (Riordino della disciplina della riscossione mediante ruolo, a norma dell’art. 1 della L. 28 settembre 1998, n. 337), nella parte in cui non prevede che, nelle controversie che riguardano gli atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento o all’avviso di cui all’art. 50 del d.P.R. n. 602 del 1973 stesso, sono ammesse le opposizioni regolate dall’art. 615 del codice di procedura civile.

Infatti – laddove la censura della parte assoggettata a riscossione esattoriale non radichi una controversia devoluta alla giurisdizione del giudice tributario e quindi sussista la giurisdizione del giudice ordinario ‒ l’impossibilità di far valere innanzi al giudice dell’esecuzione l’illegittimità della riscossione mediante opposizione all’esecuzione, essendo ammessa soltanto l’opposizione con cui il contribuente contesti la mera regolarità formale del titolo esecutivo o degli atti della procedura e non anche quella con cui egli contesti il diritto di procedere alla riscossione, confligge frontalmente con il diritto alla tutela giurisdizionale riconosciuto in generale dall’art. 24 Cost. e nei confronti della pubblica amministrazione dall’art. 113 Cost., dovendo essere assicurata in ogni caso una risposta di giustizia a chi si oppone alla riscossione coattiva.

La tutela dei diritti dei contribuenti ha fatto un grosso passo avanti anche se ancora non del tutto completa.

(Fonte: Massimario.it – 23/2018)

 

https://www.agenziaentrateriscossione.gov.it/it/Per-saperne-di-piu/le-procedure/procedurecautelarieesecutive/

Infortunio in itinere: dal risarcimento va decurtata l’indennità Inail

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Il sinistro stradale che cagiona lesioni è a tutti gli effetti da considerarsi infortunio sul lavoro se avviene durante il tragitto necessario per recarsi o tornare dal lavoro. Si tratta del cosiddetto infortunio in itinere. Si è molto discusso in giurisprudenza sul cumulo tra il risarcimento derivante dall’infortunio a titolo di RCA e l’indennità Inail dovuta in quanto trattasi di infortunio sul lavoro.

A dirimere il contrasto giurisprudenziale è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite; con sentenza n. 12566 del 22.05.2018 tale cumulo è stato escluso .

Le Sezioni Unite Civili hanno statuito il seguente principio di diritto: l’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’Inail per l’infortunio in itinere occorso al lavoratore, va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto al danneggiato, allo stesso titolo, da parte del terzo.

 In conclusione, la Corte Suprema ha deciso di aderire all’orientamento secondo cui, dal risarcimento danni spettante al danneggiato per illecito imputabile a terzi, va detratta l’eventuale rendita Inail frattanto percepita. Quindi, le somme che il danneggiato si sia viste liquidare da parte dell’Inail a titolo di rendita per l’inabilità permanente vanno detratte dall’ammontare dovuto, per il medesimo titolo, dal responsabile del fatto dannoso o responsabile del fatto illecito”.

https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/pubblicazioni/catalogo-generale/l-infortunio-in-itinere.html

Rapporti di vicinato: il vicino ti molesta? Può configurarsi il reato di stalking

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L’art. 612 bis del codice penale prevede che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’ incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio
.

Ma se le condotte moleste o le azioni di disturbo provengono dal vicino di casa si può configurare il reato penale o la rilevanza si limita ad un illecito civile?

A questa domanda ha dato risposta la Cassazione Penale con sentenza 09/05/2018 n. 20473.

Il caso concreto vedeva l’imputato accusato del fatto di aver, con condotte reiterate, molestato e minacciato i vicini di casa: suoneria del telefono collegata ad una campana installata all’esterno; la sirena dell’allarme attivata ogni mattina; motore acceso del camion sotto le finestre dei vicini; custodia di asini con relativo letamaio a pochi metri dalle abitazioni limitrofe; lancio di sassi e mozziconi di sigaro nei rispettivi giardini e posizionamento di una latrina mobile sul confine.

L’imputato in appello veniva assolto ritenendo la Corte che i fatti contestati integrassero molestie costituenti meri illeciti di tipo civilistico.

La Corte di cassazione ha invece affermato che è sbagliato considerare in maniera “atomistica” i fatti arrecanti disturbo singolarmente escludendo in tal modo le finalità persecutorie e relegando i fatti ad una semplice inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà. Nel reato di “Stalking” invero l’elemento soggettivo è il dolo generico integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime a produrre uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice.  Il criterio da seguire è quello della verifica della gravità e precisione dei singoli elementi persecutori, il loro esame globale ed unitario, che ne chiarisca l’effettiva portata dimostrativa del fatto e la congruenza rispetto al tema di indagine.

 

Esempio fatti di attualità:

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_21/monza-tre-anni-carcere-stalking-vicini-0d2f1f2e-2c74-11e8-aa71-9a5a346d5f9b.shtml

Nullo il testamento olografo se la mano del de cuius era sostenuta e guidata da un terzo, anche se si tratta di un parente.

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Il testamento è nullo se il soggetto che lo ha scritto non era in realtà in grado di sostenere la penna e, per redigere le sue ultime volontà, si è fatto guidare da un parente che gli ha sostenuto e guidato la mano. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza.

In tutti i casi analoghi, i parenti del defunto (cosiddetto de cuius) potranno impugnare il testamento e farlo dichiarare nullo anche se esso è stato redatto nel pieno delle capacità mentali del diretto interessato. Rileva, infatti, che la mano fosse guidata da un terzo, benché comunque parente. L’intervento estraneo esclude il requisito dell’autografia, indispensabile affinché il testamento possa ritenersi valido. Non importa che, poi, ai fini pratici, il contenuto del testamento sia proprio corrispondente a ciò che il testatore voleva e che, effettivamente, chi ne ha guidato la mano si sia limitato a una mera opera di supporto, senza interagire o cercare di forzare la volontà del defunto.

Non si può aiutare qualcuno a scrivere il proprio testamento. Certo, vi si può assistere, ma non certo guidare la mano altrui, benché affetta da un patologico tremolio. Secondo la Suprema Corte, «in presenza di aiuto e di guida della mano del testatore da parte di una terza persona, per la redazione di un testamento olografo, tale intervento del terzo, di per sé, escluda il requisito dell’autografia di tale testamento, indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda alla volontà del testatore».

Qualora persistano pertanto dubbi sulla autenticità del testamento, sarà opportuno sottoporre lo scritto a perizia calligrafica, dalla quale potrà emergere se la mano del de cuius è stata accompagnata o meno nella stesura delle ultime volontà.

Per qualsiasi chiarimento non esitate a contattare lo Studio FMSLex, vi guideremo nelle scelte più idonee al caso vostro, mettendovi direttamente in contatto i nostri periti calligrafici.

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

BREVE GUIDA AI PIU’ FREQUENTI REATI ON LINE

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Ogni giorno in internet si consumano moltissimi reati, alcuni dei quali, fortunatamente i più banali, sono diventati talmente frequenti da capitare ad ognuno di noi almeno una volta nella vita.

In primo luogo è bene chiarire che la Polizia Postale e delle comunicazioni è l’autorità italiana a cui denunciare i crimini informatici ed i reati telematici.
Sul suo sito ufficiale sono elencati le principali azioni illegali che si fanno col computer.
https://www.commissariatodips.it/
Ecco un breve elenco, dei più frequenti reati on line.

1) Il furto di identità

Il “furto d’identità” è il modo più comune, ma non del tutto corretto, per definire l’indebito utilizzo, totale o parziale, dei dati di identità di un soggetto con l’obiettivo di danneggiarne la reputazione ed ottenere del denaro o dei vantaggi.

Vittima di questa azione criminale può essere non solo la persona fisica ma anche l’impresa, che è responsabile civilmente e penalmente qualora, dal furto di identità, ne scaturiscano svantaggi e/o danni a terzi (clienti, fornitori, dipendenti).

Si può parlare di  “furto d’identità” in diversi casi quali ad esempio:

  • l’”identity cloning” ovvero la clonazione dell’identità di una persona al fine di creare una identità parallela a quella reale in una nuova vita; oppure
  • la “gosthing ovvero la definizione di una identità sulla base dei dati appartenuti ad una persona defunta;
  • la “financial identity theft” l’uso dell’ identità di un individuo o di una impresa al fine di ottenere crediti, prestiti finanziari o aprire conti correnti

2) Cyberstalking

Il cyberstalking consiste nel molestare una vittima mediante comunicazione elettronica, tramite e-mail o messaggi diretti. Un cyberstalker si basa sull’anonimato offerto da Internet per vessare le vittime senza essere scoperto.

Il cyberstalking è un reato del quale si parla poco nonostante, al giorno d’oggi, si faccia un uso intenso di internet, chat, social network, newsletters e message boards.

Occorre precisare che non esiste nel codice penale o in altra fonte giuridica una definizione vera e propria di cyberstalking. Con tale termine si intende l’utilizzo di dispositivi informatici di comunicazione come internet o la posta elettronica con la finalità di molestare una persona.

Per inquadrare la fattispecie giuridica del reato in esame occorre rimettersi alla disciplina prevista per i reati di molestia (art.660 c.p.), di minaccia (art.612 c.p.) e di atti persecutori (art.612-bis c.p.).

3) Phishing

Altro non è che il tentativo di carpire le credenziali bancarie di un utente per prelevare denaro a sua insaputa. Il mezzo attraverso il quale ciò avviene è la posta elettronica, inviando messaggi in cui veniamo invitati a verificare le nostre credenziali di acceso al conto corrente.

L’unica cosa da fare in presenza di questi messaggi è cestinarli.

Per approfondimenti sul tema si veda: http://www.fmslex.com/index.php/2018/06/12/la-banca-deve-risarcire-il-cliente-truffato-con-il-pishing/

 

4) Spam e virus finalizzati a frodi
Questi sono i reati più irritanti di cui è quasi impossibile non rimanere vittima.
Lo spam è costituito dai messaggi di posta di pubblicità non autorizzata.

Per quanto riguarda i virus, inizialmente essi sono nati con il solo scopo di cancellare dati o mandare in tilt un singolo pc. Si tratta di una vera e propria minaccia estremamente grave, quando vengono creati virus per bloccare pc o intere reti con lo scopo di ricattare l’azienda.

Tutti quanti sappiamo che qualsiasi attività non può fare a meno dell’informatica e bloccare un sistema informatico vuol dire bloccare l’azienda, ed è proprio per questo che ci sono delle vere e proprie organizzazioni criminali che diffondono virus in grado di bloccare i sistemi informativi aziendali con lo scopo di ricattare l’azienda fornendo loro i codici di sblocco in cambio di denaro.

Per qualsiasi domanda, non esitate a contattarci: lo studio FMS Lex vi fornirà l’assistenza legale idonea per affrontare giudizialmente questo tipo di reati.

 

Reato di appropriazione indebita: non punibile tra moglie e marito

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Se i coniugi separati risultano riconciliati, il precedente decreto di omologa della separazione perde di efficacia a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale propria della vita coniugale.

Questo è quanto ha sancito la Corte di Cassazione con sentenza 7 giugno 2018 n. 26020.

In particolare essa ha ribadito che, se la riconciliazione era già avvenuta all’epoca dei fatti, dovrà venire meno anche l’imputazione per appropriazione indebita nei confronti dell’ex posta la causa di non punibilità sancita dall’art. 649 del codice penale nei confronti del coniuge non legalmente separato.

Nel caso preso in esame dalla Cassazione, analizzati i provvedimenti prodotti dalle parti, risultava che la riconciliazione tra i coniugi dichiarata dalla Corte appello nel 2014 era in realtà avvenuta già dal 2008 e, dunque, da quel momento dovevano ritenersi cessati gli effetti della separazione.

In conclusione, per la condotta ex art. 646 c.p. risalente al 2010, data in cui i coniugi non erano più separati proprio in ragione della precedente riconciliazione, deve ritenersi non punibile la ricorrente che ha commesso il fatto in danno del coniuge il quale in quel momento non era più legalmente separato avendo la riconciliazione posto nel nulla il decreto di omologa della separazione avvenuta in precedenza.

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

Immissioni rumorose: la normale tollerabilità in senso soggettivo

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Le immissioni rumorose, ovvero le generazioni di rumori provenienti da un fondo o da un immobile, sono vietate dalla legge allorquando siano intollerabili, vale a dire qualora determinino un impatto tale da non permettere un’adeguata fruizione della proprietà privata ai vicini di fondo o di abitazione, o nel caso in cui originino un elevato grado di disturbo nei confronti dei residenti negli alloggi attigui alla fonte rumorosa.

A norma dell’art. 844, 1° comma c.c. il proprietario di un fondo, infatti, non può impedire in ogni caso le immissioni di fumo, calore, scuotimento o rumore provenienti dal fondo attiguo, ma può intimare l’interruzione della produzione rumorosa solo nel caso in cui la stessa superi il limite della normale tollerabilità.

La valutazione della sopportabilità delle immissioni si fonda, pertanto, sul criterio della normale tollerabilità sancita dal 1° comma dell’art. 844 c.c., anche se la norma in oggetto, in realtà non è l’unico criterio di valutazione della tollerabilità di un rumorose derivante da un’attività produttiva, poiché dalla lettura dello stesso articolo si evince la sussistenza del criterio di contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà e la priorità d’uso (2° comma dell’art. 844 c.c.).

Il giudizio di normale tollerabilità nei rapporti tra soggetti privati è quindi da riferirsi alle norme codicistiche indicate.

Sebbene l’ordinamento tenda a bilanciare l’interesse privatistico, teso allo svolgimento degli atti di normale vita quotidiana, con gli interessi sociali che derivano dallo sviluppo di produzione, le immissioni rumorose persistenti, dovute ad attività produttiva, devono essere considerate illecite nel momento in cui ledano la normale realizzazione del vivere quotidiano, nonché il diritto alla salute dei vicini (Cass. n. 5564/2010).

Le immissioni, infatti, sono da considerarsi illecite allorquando le stesse, al di là delle prescrizioni normative speciali, pregiudichi le altrui condotte di vita ai sensi dell’art. 844 c.c. (Cass. n. 939/2011).

La Cassazione ha anche precisato che il rumore che non superi i limiti oggettivi della normale tollerabilità sanciti da misurazioni oggettive, ma che sia protratto per molte ore, pone ingiustamente a repentaglio valori importanti come il riposo notturno, la serenità e l’equilibrio della mente e la vivibilità della casa, determinando un danno morale/esistenziale da  risarcire sulla base del mero accertamento della sussistenza di tali immissioni (ex multis Cass. Civ. n. 26899/2014).

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

 

Codice della Strada: presunzione di responsabilità in caso di tamponamento

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Chi si mette alla guida di una vettura deve sempre assicurarsi di poter fermare tempestivamente il veicolo.

Nel caso di tamponamento del veicolo che lo precede colui che tampona si presume non abbia rispettato le distanze di sicurezzaNon trova applicazione la presunzione di pari responsabilità sancita nell’art. 2054 cod. civ. salvo che chi tampona riesca a fornire la prova che la collisione sia avvenuta per cause in tutto o in parte a lui non imputabili.

La Cassazione con sentenza 20916/2016 ha sottolineato che anche in caso di tamponamento avvenuto per improvvisa immissione sulla corsia di marcia del veicolo, con modalità tali da rappresentare un ostacolo imprevedibile e anomalo rispetto al normale andamento del flusso di circolazione, occorre comunque valutare la guida di entrambi i conducenti. Il Codice della Strada pone l’obbligo di rispettare le distanze di sicurezza in relazione alla normale marcia di veicoli sulla medesima corsia e non certo in casi anomali come l’improvvisa immissione nel flusso stradale di un veicolo proveniente da una laterale.

Anche in questo caso compete però al conducente del veicolo tamponante provare in maniera inequivocabile la sussistenza della situazione imprevedibile e anomala che non ha permesso il tempestivo arresto del veicolo per poter vincere la presunzione di colpa posta dall’art. 149 CdS e dimostrare quanto meno un concorso di colpa del conducente del veicolo tamponato nella causazione del sinistro.

 

 

 http://www.giudicedipace.it/menu-articoli-news/1478-corte-di-cassazione-n-19493-sinistro-stradale-tamponamento-distanza-di-sicurezza-21-09-07.html

La banca deve risarcire il cliente truffato con il “phishing”.

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Segnaliamo un’interessante pronuncia della Corte di cassazione sezione sesta civile la quale con ordinanza in data 13.02.2018 n. 9158 ha sancito la responsabilità di Poste Italiane e il conseguente obbligo della medesima di risarcire il cliente truffato con il sistema del “phishing”. Sempre più frequentemente capita di sentir parlare di frodi informatiche ai danni di ignari correntisti ai quali vengono carpiti password e username per l’accesso ai conti.

Occorre rammentare che le banche dispongono dei dati sensibili del cliente e quindi trova applicazione anche l’art. 15 del D.Lgs 196/03 (codice privacy) che obbliga colui che detiene dati personali ha risarcire i danni cagionati da un indebito utilizzo nonché ex art. 31 alla predisposizione di misure idonee per la loro sicurezza in modo da poter ridurre al minimo l’indebito utilizzo dei medesimi.

La Cassazione ha in buona sostanza assimilato l’attività degli istituiti di credito all’esercizio di attività pericolose previsto dall’art. 2050 codice civile: trattasi di un caso di responsabilità oggettiva. Nel caso di operazioni effettuate tramite strumenti elettronici spetta all’istituto verificare che le operazioni “ordinate on line” siano riconducibili alla volontà del cliente con l’impiego della diligenza qualificata del banchiere accorto. Predisponendo l’utilizzo degli strumenti informatici a pagamento l’istituto di credito si accolla il rischio del fraudolento utilizzo dei medesimi da parte dei terzi. Rischio che rientra nella prevedibilità del prestatore di servizi e che può essere evitato con il corretto utilizzo di appropriate misure tecniche conformi allo stato delle conoscenze del momento volte a garantire la sicurezza dei dati personali e delle transazioni. Misure di sicurezza che devono essere aggiornate costantemente in base all’evolversi delle conoscenze in campo tecnico.

La banca in tal modo non risponde del danno solo qualora possa dimostrare che l’evento dannoso sia riconducibile al dolo del titolare o a comportamenti incauti del medesimo.

https://www.commissariatodips.it/approfondimenti/phishing.html

Segnalazione in Centrale Rischi

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La prassi invalsa tra gli operatori del sistema bancario e creditizio prevede che a seguito di esposizioni bancarie (scoperti di conto corrente, finanziamenti e/o mutui non rimborsati alle scadenze), il cliente venga segnalato in Centrale Rischi della Banca d’Italia.

Preliminarmente occorre precisare che la Banca deve formalmente intimare il debitore ad appianare le proprie esposizioni avvertendolo della possibilità che in mancanza la posizione potrebbe essere segnalata “a sofferenza” in Centrale Rischi ed informandolo che tale segnalazione potrebbe pregiudicare l’accesso al credito e le eventuali linee di credito accese presso altri Istituti bancari.

Un caso di segnalazione illegittima è senz’altro legata all’applicazione di commissioni e interessi illegittimi in quanto usurari o anatocistici. In questo caso la Banca è tenuta a risarcire il danno non patrimoniale derivante dall’illegittima segnalazione. Sussiste infatti il nesso di causalità tra l’esercizio dell’attività di impresa della società vittima di usura per le difficoltà incontrate nell’esercizio della propria attività a seguito di segnalazione e le condotte tenute dalla Banca. Il Tribunale di Padova con sentenza 833/2016 ha condannato l’Istituto di Credito a risarcire al correntista il doppio delle somme illegittimamente addebitate al medesimo per effetto di usura e/o anatocismo. Questo perché l’illegittima condotta della banca ha comportato la quasi impossibilità economica per l’impresa di operare sul mercato e di produrre reddito impedendole l’accesso al credito e causando la revoca delle linee di credito aperte presso altri soggetti.

https://www.bancaditalia.it/servizi-cittadino/servizi/accesso-cr/faq-cr/faq-cr.html

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