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Multa per divieto di sosta: motivi di contestazione

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A chi non è capitato di lasciare l’auto parcheggiata anche per poco tempo e di trovare una multa sul tergicristallo? Vero che se paghi entro i primi 5 giorni potrai usufruire di uno sconto pari al 30% ma perché non pensare di fare ricorso?

Di seguito una piccola sintesi dei motivi che si potrebbero inserire in un ricorso.

  1. Il Parchimetro non funzionava.

Negli spazi di parcheggio a pagamento può succedere che il parchimetro non funzioni. Occorrerà però dimostrare che il raggiungimento di un altro parchimetro non fosse particolarmente distante. Non esiste una distanza massima definita legislativamente ma sicuramente non può essere richiesto all’automobilista di spostarsi in auto per raggiungere altra zona o farsi una “passeggiata” tra le vie limitrofe.

  1. E’ stato apposto un divieto di sosta temporaneo.

I Comuni possono in occasione di eventi o necessità speciali istituire dei divieti temporanei di sosta che vanno rispettati. Il provvedimento deve essere emenato dal dirigente comunale preposto a pena di nullità.

In questo caso però è bene ricordare che è obbligatorio che il divieto venga esposto con almeno 48 ore di preavviso. Deve trattarsi di cartelli mobili ben visibili.

  1. Stato di necessità.

Se si lascia l’auto in doppia fila o in divieto di sosta si può contestare la multa per stato di necessità. Ad esempio un malore improvviso, un acquisto di un farmaco urgente. Occorrerà documentare i seguenti elementi: urgenza cioè sussistenza di un pericolo grave e attuale, che si tratta di situazione che non ha soluzioni alternative, il danno deve essere grave tale da porre l’automobilista o altra persona in una situazione di pericolo per la vita o l’integrità fisica.

  1. Divieto non segnalato.

Il divieto di sosta deve essere segnalato con appositi cartelli ma non nelle aree in cui già il codice della strada o le normali regole di prudenza impongano il divieto medesimo (ad esempio in curva, in prossimità di accessi al marciapiede per disabili.

  1. Cartello di divieto non visibile.

La segnaletica stradale deve essere chiara e visibile. Un cartello scolorito dal tempo o dal sole, oppure girato dal vento in modo tale che non sia comprensibile a quale strada si riferisca non ha alcun valore e, pertanto, la multa è nulla.

  1. Multa non contestata immediatamente.

L’assenza della multa sul parabrezza dell’auto non costituisce motivo di nullità della multa stessa. Difatti la contravvenzione va comunque spedita sempre a casa dell’automobilista. È da questo momento che quest’ultimo è messo al corrente della sanzione e può fare ricorso o pagare.

  1. Multa con targa sbagliata.

Può succedere che  i verbalizzanti commettano errori materiali nel riportare la targa dell’auto in contravvenzione. In questi casi, se vi è incertezza sull’identità dell’automobilista, la multa è nulla. Si pensi al caso di chi riceve una multa per divieto di sosta in una città dove non è residente o non è mai stato. Se invece viene riportato in modo errato solo uno dei numeri o delle lettere della targa ma modello e colore dell’auto sono esatti, la multa non è nulla.

  1. Multa notificata in ritardo.

Come abbiamo detto, la multa per divieto di sosta, benché già comunicata all’automobilista con una copia sul parabrezza, va comunque spedita a casa dello stesso. La notifica deve avvenire entro 90 giorni dall’accertamento. In caso di mancato rispetto di questo termine la multa è nulla.

 

Per maggiori dettagli, non esitate a contattarci!

 

Codice della strada: tutte le norme per le biciclette

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Le norme di comportamento per coloro che vanno in bicicletta sono contenute nell’art. 182 del Codice della Strada. La violazione di tali norme, alquanto chiare e precise comporta una serie di sanzioni amministrative. Le multe vanno da un minimo di € 25, sino ad arrivare anche alla cifra di 99 euro, nel caso in cui l’infrazione alle norme del Codice sia stata commessa da una bici con a bordo due o più persone.

In primo luogo ai ciclisti è fatto obbligo di utilizzare le piste ciclabili, almeno nei luoghi in cui esse siano presenti. Come sapete, purtroppo non in tutte le aree urbane sono presenti. In alcune zone, infatti la situazione è veramente critica, spesso foriera di incidenti a danno proprio di incauti ciclisti.

Muoversi in bicicletta è un rischio data la precaria condizione delle strade del nostro Paese e l’inciviltà di molti automobilisti, sempre più intenti nell’uso dello smartphone e sempre meno accorti a ciò che succede in strada. Proprio per questo si sono introdotte norme più severe e si è cercato di disciplinare nel contempo la corretta percorrenza delle strade urbane da parte delle biciclette.

Oggi, sempre più persone scelgono di muoversi in bicicletta, sia nelle piccole realtà di paese o rurali, ma anche e forse soprattutto all’interno di aree urbane e metropoli, per ovviare al traffico cittadino e spostarsi più agevolmente, rispettando i ristrettissimi tempi a disposizione per giungere da un luogo all’altro durante la giornata. Proviamo allora a chiarire alcuni degli aspetti più importanti messi a punto dal Codice della Strada in merito alle norme che disciplinano proprio l’utilizzo delle biciclette. Solo conoscendo bene le norme, sarà possibile evitare di incorrere in sanzioni alquanto salate, ma soprattutto di tutelare la propria sicurezza su strada. Recentemente inoltre, il Codice è stato rivisto in alcune delle sue parte fondamentali, che disciplinano il comportamento di ciclisti e automobilisti.

Il Codice stabilisce anche norme precise, all’interno dello stesso articolo 182, in merito alla possibilità per le biciclette di circolare in gruppo, su un’unica fila, sempre, nel momento in cui si trovano al di fuori di un centro abitato. Viene fatta eccezione nel caso in cui vi sia la presenza di un ciclista che sia un minore, al di sotto di dieci anni. Questo infatti, potrà essere affiancato sulla sua sinistra da un altro ciclista. La possibilità di muoversi in doppia fila è concessa solo quando ci si muova all’interno di un centro abitato, non su di una strada statale. Ecco quindi che nel Codice non è contemplata la possibilità per i ciclisti di muoversi in gruppo o affiancati lungo le strade statali, come spesso accadeva di vedere.

Il Codice indica chiaramente, che un ciclista non può essere motivo di intralcio alla circolazione stradale degli altri veicoli. Nel caso in cui ciò avvenisse, se un ciclista fosse anche un pericolo per il traffico pedonale, il ciclista dovrà scendere dal suo veicolo e circolare a piedi. Per quanto concerne invece, il trasporto di un’altra persona sulla propria bicicletta, questo è consentito solo nel caso in cui si trattasse di un bambino di età inferiore ad otto anni, ma solo se si utilizzano degli appositi dispositivi come seggiolini per bici.

Altro punto importante stabilito dallo stesso Codice è l’obbligo per un ciclista di segnalare la sua presenza su strada, poiché è necessario che sia visibile agli altri automobilisti. Fondamentale, in tal senso, dotarsi di cinture o di un giubbino riflettenti. Questo è assolutamente necessario, nonché stabilito dallo stesso codice, dai 30 minuti prima del tramonto, sino a 30 minuti prima dell’alba. Mentre, all’interno delle gallerie è ovviamente sempre necessario. Richiesta anche dal Codice, l’installazione di dispositivi luminosi, sia sulla parte anteriore, che su quella posteriore della bicicletta.

Un discorso particolare meritano le bici da corsa. Il Codice richiede solo l’obbligo di circolare con veicoli omologati, mentre è obbligatorio l’uso di dispositivi di segnalazione solo in occasione di competizioni autorizzate. Nel caso in cui la visibilità sia scarsa ed è richiesta un’illuminazione artificiale, per via delle condizioni avverse del tempo, è richiesto anche l’obbligo di circolare con la bici spinta a mano.

L’articolo 182 del Codice della Strada stabilisce le norme alle quali i veicoli devono obbligatoriamente attenersi per non incorrere in sanzioni disciplinari. La prima indica che i ciclisti circolino su di un’unica fila e mai affiancati in numero maggiore di due. Fermo restando che lungo i percorsi al di fuori dei centri urbani, dovranno sempre essere disposti su di una sola fila, eccezion fatta nel caso di un minore di 10 anni.

I ciclisti sono tenuti a reggere il manubrio se non con entrambe, almeno con una mano, ma dovranno comunque avere libero uso delle braccia e delle mani. Devono altresì vedere liberamente davanti a loro, compiendo le manovre necessarie con assoluta libertà. E’ assolutamente vietato trainare altri mezzi, tranne condurre animali o farsi trainare da un altro mezzo. Nel caso in cui le condizioni di circolazione non siano prive di ostacoli, per cui il veicolo stesso potrebbe risultare di intralcio, questo dovrà essere trasportato a mano. Non è consentito portare altre persone sul proprio veicolo a due ruote, a meno che non si tratti di un bambino di anni inferiori a otto e con appositi dispositivi per condurlo con sicurezza. Tutti coloro che dovessero violare le norme stabilite dal Codice, incorrono in sanzioni amministrative che vanno da un minimo i 25, sino ad un massimo di 99 euro.

 

http://www.aci.it/i-servizi/normative/codice-della-strada/titolo-v-norme-di-comportamento/art-182-circolazione-dei-velocipedi.html

Attenzione, gettare l’immondizia a terra costituisce reato

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Il caso concreto esaminato dalla Cassazione riguarda il caso di un uomo che, dopo aver rovistato nei sacchetti della spazzatura, li gettava a terra con il chiaro intento di disfarsi di ciò che non gli interessava.

La norma quadro è l’art. 639 c.p.c: “Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 635, deturpa o imbratta cose mobili o immobili altrui  è punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a centotre euro ).
Se il fatto è commesso su beni immobili o su mezzi di trasporto pubblici o privati si applica la pena della reclusione da uno a sei mesi o della multa da 300 a 1.000 euro. Se il fatto è commesso su cose di interesse storico o artistico, si applica la pena della reclusione da tre mesi a un anno e della multa da 1.000 a 3.000 euro .
Nei casi di recidiva per le ipotesi di cui al secondo comma si applica la pena della reclusione da tre mesi a due anni e della multa fino a 10.000 euro
Nei casi previsti dal secondo comma si procede d’ufficio
.

Per la Cassazione, affinché si configuri il reato di imbrattamento, non rileva né l’assenza dell’intenzione di sporcare, né l’episodicità della condotta. L’imbrattamento è insito nel comportamento di chi, dopo aver rovistato nei cassonetti, ispezionato le buste e prelevato dalle stesse solo ciò che interessa abbandona il resto su suolo pubblico o privato. L’abbandono diffuso e sistematico dei rifiuti che non rivestono interesse per chi rovista nei cassonetti è socialmente dannosa e come tale sanzionabile penalmente.

La Cassazione con la sentenza n. 29018/2018  precisa che l’elemento intenzionale della norma è il  dolo generico ed è indifferente per l’esistenza del reato il fine per cui il soggetto agisce, occorrendo soltanto che questi si sia rappresentato l’evento dannoso ed abbia agito di conseguenza. Non è neppure invocabile l’esimente della sporadicità della condotta integrando per sé solo la soglia di punibilità il semplice gettare a terra rifiuti.

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

IL MANTENIMENTO DEI FIGLI MAGGIORENNI: COME FUNZIONA E QUANDO E’ DOVUTO

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Ecco un tema che tiene impegnate molte corti e ovviamente molti genitori.

Il dovere di mantenimento dei figli è sancito in primo luogo dall’art. 30 della Costituzione e dagli artt. 147 e seguenti del c.c.

La novella della legge 56/2006 ha rafforzato tale obbligo stabilendo che il Giudice,  può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico secondo circostanze da valutare nel caso concreto.

Entrambi i genitori, secondo le rispettive sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo. hanno l’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli tenendo conto delle loro inclinazioni ed aspirazioni.

Ma quando cessa tale obbligo e quale contenuto deve avere?

L’obbligo di mantenimento ha contenuto ampio prevedendo sia le spese ordinarie della vita quotidiana, quelle di istruzione, quelle di svago e vacanze. In caso di separazione o divorzio occorre fare riferimento al tenore di vita goduto dai figli in costanza di matrimonio, ai tempi di permanenza presso entrambi i genitori, alle esigenze attuali dei figli.

In ordine al quantum, rilevano inoltre i principi sanciti dalla S.C., con sentenza n. 22255/2007, la quale ha statuito che l’assegno va adeguato, oltre che alla differenza di reddito dei due coniugi separati o divorziati, anche al reddito percepito dai figli come corrispettivo dell’attività lavorativa svolta, aumentando o diminuendo in base al grado di autonomia dai medesimi conseguito.

L’obbligo di mantenimento non cessa in modo automatico con il raggiungimento della maggiore età ma nemmeno è ravvisabile un diritto protratto all’infinito. Il parametro individuato è il raggiungimento dell’autosufficienza economica tale da poter provvedere in via autonoma alle proprie esigenze di vita.

La giurisprudenza ha definito i limiti del concetto di indipendenza economica: non un qualsiasi impiego o reddito (tale ad esempio un lavoro precario o un apprendistato) ma lo svolgimento di un lavoro tale da consentire al figlio un reddito corrispondente alla professionalità acquisita e un’appropriata collocazione nel contesto socio-economico di riferimento adeguata alle sue aspirazioni.

Il genitore potrà però essere esonerato laddove il mancato raggiungimento dell’autosufficienza economica non sia causato da negligenza o dipenda da un fatto imputabile al figlio come ad esempio un ingiustificato rifiuto ad un impiego confacente alla professionalità acquisita.

Va sottolineato che una volta raggiunta l’autosufficienza economica del figlio maggiorenne, “la sopravvenienza di circostanze ulteriori che determinano l’effetto di renderlo momentaneamente privo di sostentamento economico” non può far risorgere l’obbligo del mantenimento in capo ai genitori potendo sussistere al massimo, in capo medesimi, un obbligo alimentare“.

Spetta comunque al genitore provare in giudizio la raggiunta autosufficienza economica del figlio maggiorenne o comunque che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa sia al figlio imputabile.

Manto stradale sconnesso? Non sempre la caduta è risarcibile

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Quante volte è capitato di assistere o addirittura essere vittima di caduta camminando normalmente per strada?

Generalmente la regola vuole che il Comune o l’Ente proprietario sia tenuto a risarcire i danni subiti dalla vittima per omessa custodia ai sensi dell’art. 2051 c.c. potendo esonerarsi da ogni responsabilità laddove ricorresse il caso fortuito.

Tuttavia non sempre spetta il risarcimento nei casi in cui venga dimostrato che la rottura del manto stradale fosse superficiale e quindi visibile e facilmente evitabile. Il comportamento imprudente e disattento del pedone è idoneo a interrompere il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso se è connotato da esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.

 

Recentemente la Cassazione ha respinto la domanda di risarcimento di una donna in conseguenza di una caduta dovuta ad una buca non segnalata su una strada comunale. E’ stato infatti accertato che sul luogo del sinistro non vi era alcuna “insidia” si trattava di un semplice sollevamento del manto stradale e non di una buca e che il sinistro era avvenuto alle otto del mattino in condizioni di perfetta visibilità.

L’evento dannoso, come stabilisce la Cassazione nel caso concreto, è stato determinato esclusivamente dalla condotta della donna che, con l’uso dell’ordinaria diligenza avrebbe potuto facilmente avvedersi delle difficoltà di percorrenza del tratto di strada in oggetto.

In materia di responsabilità civile da obblighi di custodia la Corte di Cassazione ha più volte evidenziato che occorre valutare in concreto la condotta del danneggiato con modalità che

tengano conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione.

Nel caso concreto un minimo di avvedutezza e attenzione avrebbero evitato il sinistro e le conseguenze dannose per cui il Comune è stato ritenuto non è responsabile dell’evento dannoso.

 

Per qualsiasi domande, non esitate a contattarci, vaglieremo insieme la migliore strategia difensiva per tutelare i vostri diritti!

 

 

RIABILITAZIONE IN CASO DI PROTESTO

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Ai sensi dell’art.17 della legge 7/3/96 n. 108 e successive modifiche è possibile per coloro che hanno subito dei protesti ottenere la “riabilitazione”. Questione di non poca rilevanza visto che l’iscrizione negli elenchi dei protestati rende oltremodo difficoltoso per non dire impossibile l’accesso al credito e la possibilità di utilizzo dei comuni strumenti di pagamento diversi dal contante.

Ha diritto ad ottenere la riabilitazione colui che, trascorso un anno dall’ultimo protesto, abbia adempiuto alle obbligazioni per le quali i protesti sono stati levati. Hanno diritto pertanto a farne richiesta anche coloro che hanno avuto più protesti. La domanda può essere presentata dall’interessato o da persona munita di delega con firma autenticata dal notaio o da pubblico ufficiale.

E’ necessari presentare un’istanza al Tribunale di residenza corredata dalla seguente documentazione:

  • indicazione dei propri dati anagrafici, codice fiscale, i dati dei protesti e, nel caso di protesti levati fuori del circondario del Tribunale competente, autocertificazione di residenza (per presentare istanza al Presidente del Tribunale competente per territorio)
  • Fotocopia del documento di riconoscimento in corso di validità.
  • Titolo protestato in originale o in copia autenticata.
  • Prova del pagamento. In caso di CAMBIALI protestate, per la dimostrazione del pagamento è sufficiente produrre gli originali dei titoli protestati. In caso di ASSEGNI protestati, oltre agli originali degli assegni, occorre allegare dichiarazione di avvenuto pagamento con firma autenticata dal creditore (in originale). Qualora il richiedente non sia in grado di produrre gli originali dei titoli è sufficiente la fotocopia degli stessi con l’atto di protesto allegato (da reperire in banca o presso il notaio che ha levato il protesto) e, in ogni caso, dichiarazione di avvenuto pagamento con firma autenticata del creditore (in originale).In mancanza dei titoli in originale e della dichiarazione del creditore viene ammessa la produzione di attestazione di deposito infruttifero al portatore da effettuare presso un istituto di credito (in originale)
  • Certificato rilasciato dalla C.C.I.A.A. (Visura protesti aggiornata) non più vecchio di tre giorni  in modo che risulti la mancanza di protesti nell’anno antecedente la presentazione del ricorso.

Ottenuto il decreto di riabilitazione, per ottenere la definitiva cancellazione del protesto dal registro dei protesti occorre presentare alla Camera di Commercio autonoma domanda corredata della copia del provvedimento di riabilitazione rilasciato dal Tribunale.

 

Per esempio:

https://www.tribunale.milano.it/index.phtml?Id_VMenu=329&daabstract=333

 

 

Cosa sono le Servitù di Panorama?

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L’art.907 c.c. rubricato “Distanza delle costruzioni dalle vedute” garantisce il diritto del proprietario del fondo dominante di affacciarsi e godere della vista sul fondo vicino senza incontrare ostacoli.

La disciplina codicistica limita il diritto al semplice prospicere sul fondo altrui. La giurisprudenza ha invece ampliato il concetto di fondo arrivando a riconoscere una servitù di panorama la cui utilità sarebbe proprio quella di poter godere delle amenità del fondo. In questo modo il proprietario del fondo dominante può vietare al titolare del fondo servente la facoltà di innalzare costruzioni o far crescere piante che possano limitare o pregiudicare tale visuale. Questa cosiddetta “servitù di paesaggio” può essere istituita solo tramite atti di autonomia privata quali contratti o testamento e ovviamente va trascritta nei registri immobiliari ai fini dell’opponibilità ai terzi acquirenti del fondo servente.

In alcuni casi la Cassazione ha cercato di incastonare nei diritti reali (a numero chiuso nel nostro ordinamento civilistico) anche questa servitù di panorama ritenendo, che trattandosi di servitù altius non tollendi intesa come servitù di non costruire oltre una certa altezza, potesse essere oggetto di usucapione ventennale laddove fossero rinvenibili nel caso concreto opere o manufatti destinati all’esercizio della medesima permanenti ed ulteriori rispetto alla semplice veduta.

 

Come si ripartono gli oneri condominiali in caso di vendita di un immobile in condominio?

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In caso di acquisto di un’unità immobiliare in condominio è bene accertarsi che il proprietario abbia interamente assolto alle proprie obbligazioni nei confronti del Condominio stesso.

Il codice civile prevede all’art. 63 comma 4 Disp. Att. che colui che subentra nei diritti di un condomino è obbligato solidalmente con questi al pagamento dei contributi relativi all’anno in corso e a quello precedente. Il che significa che l’acquirente può essere chiamato a rispondere solidalmente debiti condominiali del suo dante causa. Il principio opera nei rapporti tra Condominio e colui che succede nella proprietà dell’unità immobiliare.

La legge 220/12 di riforma del condominio ha introdotto il quinto comma dell’aart. 63 disp. Att. stabilendo altresì che chi cede diritti su unità immobiliari resta obbligato solidalmente con l’avente causa per i contributi maturati fino al momento in cui è trasmessa all’amministratore copia autentica del titolo che determina il trasferimento del diritto.
Nel rapporto tra venditore e acquirente salvo che non sia diversamente convenuto tra le parti, è invece operante il principio generale della personalità delle obbligazioni, con la conseguenza che l’acquirente dell’unità immobiliare risponde soltanto delle obbligazioni condominiali sorte in epoca successiva al momento in cui, acquistandola, è divenuto condomino. Se fosse stato chiamato a rispondere delle obbligazioni condominiali sorte antecedentemente all’acquisto avrà diritto a rivalersi sul suo dante causa.

E’ bene evidenziare che l’annualità prevista va riferita non all’anno solare ma all’anno di gestione condominiale.

Ma che succede quando si tratta di spese straordinarie deliberate se manca un accordo tra le parti? Qual è il momento determinante da individuare per la concreta insorgenza dell’obbligo?

Sulla la Corte di Cassazione ha affermato che la risoluzione della questione proposta risulta dipendente dalla diversa origine della spesa al quale il singolo condomino è tenuto a contribuire, dovendosi distinguere tra spese necessarie relative alla manutenzione ordinaria e spese attinenti ad interventi comportanti innovazioni o, comunque, di straordinaria amministrazione.
In sintesi “in caso di vendita di una unità immobiliare in condominio, nel quale siano stati deliberati lavori di straordinaria manutenzione, ristrutturazione o innovazioni sulle parti comuni, qualora venditore e compratore non si siano diversamente accordati in ordine alla ripartizione delle relative spese, è tenuto a sopportarne i costi chi era proprietario dell’immobile al momento della delibera assembleare che abbia disposto l’esecuzione dei detti interventi, avendo tale delibera valore costitutivo della relativa obbligazione; di conseguenza, ove le spese in questione siano state deliberate antecedentemente alla stipulazione del contratto di vendita, ne risponde il venditore, a nulla rilevando che le opere siano state, in tutto o in parte, eseguite successivamente, e l’acquirente ha diritto di rivalersi, nei confronti del medesimo, di quanto pagato al condominio per tali spese, in forza del principio di solidarietà passiva di cui all’art. 63 disp. att. c.c.
Pertanto, qualora l’approvazione della delibera di esecuzione dei lavori di straordinaria manutenzione, efficace e definitiva per tutti i condomini, sopravvenga soltanto successivamente alla stipula della vendita, l’obbligo del pagamento delle relative quote condominiali incombe sull’acquirente, non rilevando l’esistenza di una deliberazione programmatica e preparatoria adottata anteriormente a tale stipula.

Parcheggio in doppia fila: è violenza privata

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Quante volte è successo di vedersi bloccata l’uscita da auto in doppia fila o in sosta sui passi carrali?

 

L’art. 158, comma 2, lett. c) del Codice della Strada, infatti, vieta la sosta in seconda fila (salvo che si tratti di veicoli a due ruote, due ciclomotori a due ruote o due motocicli) e prevede una sanzione amministrativa da euro 24 a euro 97 per i ciclomotori e i motoveicoli a due ruote e da euro 41 a euro 168 per i restanti veicoli. L’art. 159, invece, legittima gli agenti di polizia alla rimozione forzata qualora la sosta vietata costituisca pericolo o grave intralcio alla circolazione.

 

Sappiate che la “sosta selvaggia” può costare un’imputazione per violenza privata laddove fatta appositamente per impedire alla parte offesa di non uscire liberamente dal parcheggio a dalla proprietà privata in quanto integra una coazione del soggetto offeso costretto ad un comportamento non voluto.

 

Un principio confermato anche dalla Cassazione quinta sezione penale nella sentenza n. 32720/2014: colui che ostruisce con il proprio veicolo l’unica via di uscita da un fondo, o meglio, colui che fa questo con il preciso intento (dolo) di impedire la libera uscita dallo stesso commette il reato di violenza privata. Nel caso specifico l’automobilista  aveva bloccato con il proprio fuoristrada l’unico passaggio che permetteva di uscire dal fondo per bloccare colui che, secondo l’imputato, stava illecitamente arando un fondo si sua proprietà.

 

Si registrano diverse pronunce anche dei Tribunali di merito soprattutto in ambito di rapporti condominiali. Così è stato condannato un condomino che a seguito di una lite con altri proprietari aveva dimenticato la propria auto parcheggiata davanti al box di un condomino impedendogli il pacifico godimento della sua proprietà privata. Ed ancora un soggetto che aveva parcheggiato in doppia fila sulla pubblica via, impedendo l’uscita di colui che aveva posizionato la propria auto sulle strisce a bordo carreggiata, non solo è stato condannato ma ha dovuto risarcire i danni per la perdita di tempo arrecata all’altro soggetto.

http://www.aci.it/i-servizi/normative/codice-della-strada.html

A chi di noi non è mai capitato di smarrire un assegno, una cambiale,un libretto di risparmio? Niente panico, ecco cosa dovete fare.

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In questo caso occorre attivare immediatamente la procedura di ammortamento dell’assegno prevista dall’art. 69 e ss. cel R.D. 1736/33 per privare di validità verso terzi l’assegno ed assicurarne il pagamento al proprietario dello stesso. La procedura si deve attivare anche in caso di distruzione o di furto.

In caso di assegno bancario la procedura dovrà essere attivata dal beneficiario stesso, se si tratta di assegno circolare l’ammortamento può essere richiesto sia dal beneficiario che dalla Banca emittente.

In caso di assegno bancario con clausola “non trasferibile” ormai obbligatoria non è privista la procedura di ammortamento ma il beneficiario dell’assegno avrà diritto ad ottenerne un duplicato denunciandone la perdita o furto o distruzione al trattario (la Banca emittente e al traente colui che ha sottoscritto l’assegno.

Il primo passo è sicuramente quello di far pervenire alla Banca trattaria una formale denuncia di smarrimento, furto e o distruzione in modo da “bloccare” ogni indebito incasso.

Successivamente si dovrà richiedere al Tribunale del Luogo in cui l’assegno bancario è pagabile o, se si tratta di assegno circolare al Tribunale del luogo in cui vi sia una sede della Banca trattaria.

Nel ricorso si devono menzionare i requisiti essenziali del titolo e comunque ogni elemento che ne consenta l’identificazione.

Il Tribunale, svolti tutti gli accertamenti sulla veridicità dei fatti esposti in ricorso e sul diritto del portatore, emette un decreto con cui pronuncia l’ammortamento e autorizza il pagamento dell’assegno trascorsi 15 giorni dalla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale.

La pubblicazione in Gazzetta è prevista affinchè il detentore del titolo possa proporre opposizione, avverso il decreto di ammortamento, notificandola al ricorrente, al trattario (Banca) e al traente. Se l’opposizione non viene proposta o viene rigettata con sentenza definitiva, l’assegno bancario perde efficacia. Su presentazione del decreto e di un certificato del cancelliere del Tribunale comprovante la non opposizione, o su presentazione della sentenza definitiva di rigetto (sentenza che non accoglie l’opposizione e contro la quale non è più possibile proporre impugnazione), chi ha ottenuto l’ammortamento può esigere il pagamento dell’assegno.

Analoga procedura è prevista dall’art. 89 e ss R.D. 1669/33 per il caso di furto, smarrimento o distruzione di una cambiale. La procedura può essere attivata dal portatore della cambiale che dovrà farne denuncia al trattario e presentare il ricorso al Presidente del Tribunale. In questo caso se la cambiale è scaduta o a vista occorrerà attendere 30 giorni dalla pubblicazione del decreto di ammortamento in Gazzetta Ufficiale.

Nonostante la denuncia, il pagamento della cambiale al detentore prima della notifica del decreto, libera il debitore. Con l’ammortamento si estingue ogni diritto derivante dalla cambiale ammortizzata: tuttavia non vengono pregiudicate le eventuali ragioni del portatore verso chi ottenne l‘ammortamento.

Se si tratta di buoni fruttiferi, libretti di risparmio, polizze si applica l’art. 1 e ss L.948/51.

La procedura di ammortamento in questi casi è tesa ad ottenere un duplicato di quanto andato smarrito, sottratto o distrutto. Vi sono delle differenze a seconda che si tratti di documenti nominativi e al portatore sia su chi può presentare il ricorso. In estrema sintesi anche per questi titoli occorre presentare denuncia alla banca e se si tratta di titolo al portatore depositare un ricorso al Presidente del Tribunale competente che accertata la veridicità dei fatti e la titolarità del diritto in capo al ricorrente emetterà un decreto da notificarsi all’Istituto emittente ove il libretto è stato acceso.

Dopo il decorso del termine per l’opposizione (90 giorni) munito di una certificazione della cancelleria attestante la circostanza l’interessato potrà rivolgersi alla banca per ottenere il duplicato del titolo.

Si veda per esempio:

http://www.tribunale.monza.giustizia.it/it/Content/Index/12778

 

Il contratto di parcheggio: brevi delucidazioni

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Spesso vi sarà capitato di lasciare la vostra auto in parcheggio a pagamento e al vostro ritorno di ritrovarla danneggiata o peggio “sparita”.

In questo caso è possibile ravvisare la responsabilità del gestore del parcheggio ed ottenere un completo ristoro dei danni?

La questione non è di poco conto perché la giurisprudenza anche della Corte Suprema ha qualificato questo contratto in maniera differente con evidenti conseguenze sul piano delle responsabilità per inadempimento.

Spesso il contratto è stato inquadrato come negozio misto con gli obblighi di custodia, tipici del deposito, e quelli di godimento del bene immobile (la piazzola di sosta) tipici della locazione di area.

Alcune pronunce hanno qualificato il contratto di parcheggio come atipico con la conseguenza di valorizzare l’elemento dominante cioè custodia o locazione di area.

Se si qualifica il contratto in oggetto come atipico, occorre stabilire quale sia l’elemento in esso dominante: se la custodia o la locazione di area. È di tutta evidenza che la scelta comporta delle ricadute sul piano della responsabilità del gestore del parcheggio.

In caso di furto ad esempio la Suprema Corte, ha sposato la tesi della natura atipica del contratto di parcheggio ed ha ritenuto che sia applicabile la disciplina del deposito oneroso con conseguente obbligo di custodia in capo al depositario che deve garantirne la custodia osservando la diligenza del bonus pater familias. In tale ipotesi se si verifica un furto o un danneggiamento, il depositario risponde a titolo di responsabilità contrattuale.

Le Sezioni Unite con sentenza 28.06.2011 n. 14319 hanno aderito all’orientamento che qualifica il contratto riferendosi alla locazione. Ne deriva che lo scopo del cliente è reperire un’area per la sosta temporanea del mezzo dietro pagamento di un corrispettivo. L’obbligo del gestore si concreta nel consentire il pacifico godimento dell’area. L’obbligo di custodia sarebbe ammissibile nell’ipotesi in cui l’utente abbia inteso inequivocabilmente assicurarsi anche la conservazione del bene. Quindi laddove il gestore abbia escluso in modo chiaro e percepibile l’assunzione dell’obbligo di responsabilità per la custodia non troverà applicazione la disciplina in materia di deposito ma quella della locazione.

La responsabilità dell’albergatore per le cose portate in albergo

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Cosa fare se soggiornate in un albergo e qualcuno Vi sottrae i vostri effetti personali?
Secondo il codice civile artt. 1738 e ss. Gli albergatori sono responsabili di ogni deterioramento, distruzione o sottrazione di cose portate in albergo.

Sono considerate “cose portate” in albergo:

  • le cose che vi si trovano durante il soggiorno del cliente;
  • le cose di cui l’albergatore assume la custodia, fuori dell’albergo, durante il soggiorno del cliente;
  • le cose di cui l’albergatore assume la custodia sia nell’albergo, sia fuori dell’albergo, durante un periodo di tempo ragionevole, precedente o successivo al soggiorno.

La responsabilità dell’albergatore per le cose portate dal cliente in albergo è limitata al valore di quanto sia deteriorato, distrutto o sottratto, sino all’equivalente di cento volte il prezzo di locazione dell’alloggio per giornata

L’albergatore risponde illimitatamente quando:

  • le cose siano state consegnate all’albergatore (oppure dei membri della sua famiglia o dei suoi ausiliari) in custodia;
  • quando ha rifiutato di ricevere in custodia cose che aveva l’obbligo di accettare;
  • se il deterioramento, la distruzione o la sottrazione delle cose portate dal cliente in albergo sono dovuti a colpa dell’albergatore stesso.

Sono considerate cose consegnate all’albergatore le cose mobili che il cliente consegna all’albergatore affinché quest’ultimo le custodisca e le restituisca qualora il cliente le richieda. La legge elenca i beni che l’albergatore ha il dovere di accettare in custodia: le carte-valori, il denaro contante e gli oggetti di valore.

L’albergatore può rifiutare di ricevere oggetti pericolosi (ad esempio sostanze tossiche, oggetti che possono infiammarsi, ecc.), nonché quelli che, considerando l’importanza e le condizioni di gestione dell’albergo, abbiano un valore eccessivo o natura ingombrante.

Infine, l’albergatore può pretendere che gli oggetti gli siano affidati in un involucro chiuso o sigillato.
Il cliente non ha l’obbligo di consegnare gli oggetti di valore portati in albergo all’albergatore affinché questi li custodisca; tuttavia, in caso di sottrazione di tali cose non consegnate in custodia, egli non potrà godere del risarcimento integrale del danno, ma solo entro il limite di cento volte il prezzo dell’alloggio per un giorno (si veda l’esempio precedente).

L’albergatore è esonerato dalla responsabilità nei seguenti casi:

  • qualora il deterioramento, la distruzione o la sottrazione delle cose portate in albergo oppure di quelle consegnate all’albergatore è dovuta al cliente, alle persone che lo accompagnano, a quelle che sono al suo servizio o a quelle che gli fanno visita, a forza maggiore o alla natura della cosa;
  • qualora il cliente, dopo aver verificato il deterioramento, la distruzione o la sottrazione della cosa, denunci l’avvenimento all’albergatore con un ritardo ingiustificato, sempreché il danno non sia stato causato per colpa dell’albergatore.

https://www.ricercagiuridica.com/codici/vis.php?num=10281

 

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