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risarcimento del danno

La responsabilità dell’albergatore per le cose portate in albergo

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Cosa fare se soggiornate in un albergo e qualcuno Vi sottrae i vostri effetti personali?
Secondo il codice civile artt. 1738 e ss. Gli albergatori sono responsabili di ogni deterioramento, distruzione o sottrazione di cose portate in albergo.

Sono considerate “cose portate” in albergo:

  • le cose che vi si trovano durante il soggiorno del cliente;
  • le cose di cui l’albergatore assume la custodia, fuori dell’albergo, durante il soggiorno del cliente;
  • le cose di cui l’albergatore assume la custodia sia nell’albergo, sia fuori dell’albergo, durante un periodo di tempo ragionevole, precedente o successivo al soggiorno.

La responsabilità dell’albergatore per le cose portate dal cliente in albergo è limitata al valore di quanto sia deteriorato, distrutto o sottratto, sino all’equivalente di cento volte il prezzo di locazione dell’alloggio per giornata

L’albergatore risponde illimitatamente quando:

  • le cose siano state consegnate all’albergatore (oppure dei membri della sua famiglia o dei suoi ausiliari) in custodia;
  • quando ha rifiutato di ricevere in custodia cose che aveva l’obbligo di accettare;
  • se il deterioramento, la distruzione o la sottrazione delle cose portate dal cliente in albergo sono dovuti a colpa dell’albergatore stesso.

Sono considerate cose consegnate all’albergatore le cose mobili che il cliente consegna all’albergatore affinché quest’ultimo le custodisca e le restituisca qualora il cliente le richieda. La legge elenca i beni che l’albergatore ha il dovere di accettare in custodia: le carte-valori, il denaro contante e gli oggetti di valore.

L’albergatore può rifiutare di ricevere oggetti pericolosi (ad esempio sostanze tossiche, oggetti che possono infiammarsi, ecc.), nonché quelli che, considerando l’importanza e le condizioni di gestione dell’albergo, abbiano un valore eccessivo o natura ingombrante.

Infine, l’albergatore può pretendere che gli oggetti gli siano affidati in un involucro chiuso o sigillato.
Il cliente non ha l’obbligo di consegnare gli oggetti di valore portati in albergo all’albergatore affinché questi li custodisca; tuttavia, in caso di sottrazione di tali cose non consegnate in custodia, egli non potrà godere del risarcimento integrale del danno, ma solo entro il limite di cento volte il prezzo dell’alloggio per un giorno (si veda l’esempio precedente).

L’albergatore è esonerato dalla responsabilità nei seguenti casi:

  • qualora il deterioramento, la distruzione o la sottrazione delle cose portate in albergo oppure di quelle consegnate all’albergatore è dovuta al cliente, alle persone che lo accompagnano, a quelle che sono al suo servizio o a quelle che gli fanno visita, a forza maggiore o alla natura della cosa;
  • qualora il cliente, dopo aver verificato il deterioramento, la distruzione o la sottrazione della cosa, denunci l’avvenimento all’albergatore con un ritardo ingiustificato, sempreché il danno non sia stato causato per colpa dell’albergatore.

https://www.ricercagiuridica.com/codici/vis.php?num=10281

 

Infortunio in itinere: dal risarcimento va decurtata l’indennità Inail

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Il sinistro stradale che cagiona lesioni è a tutti gli effetti da considerarsi infortunio sul lavoro se avviene durante il tragitto necessario per recarsi o tornare dal lavoro. Si tratta del cosiddetto infortunio in itinere. Si è molto discusso in giurisprudenza sul cumulo tra il risarcimento derivante dall’infortunio a titolo di RCA e l’indennità Inail dovuta in quanto trattasi di infortunio sul lavoro.

A dirimere il contrasto giurisprudenziale è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite; con sentenza n. 12566 del 22.05.2018 tale cumulo è stato escluso .

Le Sezioni Unite Civili hanno statuito il seguente principio di diritto: l’importo della rendita per l’inabilità permanente corrisposta dall’Inail per l’infortunio in itinere occorso al lavoratore, va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto al danneggiato, allo stesso titolo, da parte del terzo.

 In conclusione, la Corte Suprema ha deciso di aderire all’orientamento secondo cui, dal risarcimento danni spettante al danneggiato per illecito imputabile a terzi, va detratta l’eventuale rendita Inail frattanto percepita. Quindi, le somme che il danneggiato si sia viste liquidare da parte dell’Inail a titolo di rendita per l’inabilità permanente vanno detratte dall’ammontare dovuto, per il medesimo titolo, dal responsabile del fatto dannoso o responsabile del fatto illecito”.

https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/pubblicazioni/catalogo-generale/l-infortunio-in-itinere.html

Immissioni rumorose: la normale tollerabilità in senso soggettivo

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Le immissioni rumorose, ovvero le generazioni di rumori provenienti da un fondo o da un immobile, sono vietate dalla legge allorquando siano intollerabili, vale a dire qualora determinino un impatto tale da non permettere un’adeguata fruizione della proprietà privata ai vicini di fondo o di abitazione, o nel caso in cui originino un elevato grado di disturbo nei confronti dei residenti negli alloggi attigui alla fonte rumorosa.

A norma dell’art. 844, 1° comma c.c. il proprietario di un fondo, infatti, non può impedire in ogni caso le immissioni di fumo, calore, scuotimento o rumore provenienti dal fondo attiguo, ma può intimare l’interruzione della produzione rumorosa solo nel caso in cui la stessa superi il limite della normale tollerabilità.

La valutazione della sopportabilità delle immissioni si fonda, pertanto, sul criterio della normale tollerabilità sancita dal 1° comma dell’art. 844 c.c., anche se la norma in oggetto, in realtà non è l’unico criterio di valutazione della tollerabilità di un rumorose derivante da un’attività produttiva, poiché dalla lettura dello stesso articolo si evince la sussistenza del criterio di contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà e la priorità d’uso (2° comma dell’art. 844 c.c.).

Il giudizio di normale tollerabilità nei rapporti tra soggetti privati è quindi da riferirsi alle norme codicistiche indicate.

Sebbene l’ordinamento tenda a bilanciare l’interesse privatistico, teso allo svolgimento degli atti di normale vita quotidiana, con gli interessi sociali che derivano dallo sviluppo di produzione, le immissioni rumorose persistenti, dovute ad attività produttiva, devono essere considerate illecite nel momento in cui ledano la normale realizzazione del vivere quotidiano, nonché il diritto alla salute dei vicini (Cass. n. 5564/2010).

Le immissioni, infatti, sono da considerarsi illecite allorquando le stesse, al di là delle prescrizioni normative speciali, pregiudichi le altrui condotte di vita ai sensi dell’art. 844 c.c. (Cass. n. 939/2011).

La Cassazione ha anche precisato che il rumore che non superi i limiti oggettivi della normale tollerabilità sanciti da misurazioni oggettive, ma che sia protratto per molte ore, pone ingiustamente a repentaglio valori importanti come il riposo notturno, la serenità e l’equilibrio della mente e la vivibilità della casa, determinando un danno morale/esistenziale da  risarcire sulla base del mero accertamento della sussistenza di tali immissioni (ex multis Cass. Civ. n. 26899/2014).

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

 

Codice della Strada: presunzione di responsabilità in caso di tamponamento

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Chi si mette alla guida di una vettura deve sempre assicurarsi di poter fermare tempestivamente il veicolo.

Nel caso di tamponamento del veicolo che lo precede colui che tampona si presume non abbia rispettato le distanze di sicurezzaNon trova applicazione la presunzione di pari responsabilità sancita nell’art. 2054 cod. civ. salvo che chi tampona riesca a fornire la prova che la collisione sia avvenuta per cause in tutto o in parte a lui non imputabili.

La Cassazione con sentenza 20916/2016 ha sottolineato che anche in caso di tamponamento avvenuto per improvvisa immissione sulla corsia di marcia del veicolo, con modalità tali da rappresentare un ostacolo imprevedibile e anomalo rispetto al normale andamento del flusso di circolazione, occorre comunque valutare la guida di entrambi i conducenti. Il Codice della Strada pone l’obbligo di rispettare le distanze di sicurezza in relazione alla normale marcia di veicoli sulla medesima corsia e non certo in casi anomali come l’improvvisa immissione nel flusso stradale di un veicolo proveniente da una laterale.

Anche in questo caso compete però al conducente del veicolo tamponante provare in maniera inequivocabile la sussistenza della situazione imprevedibile e anomala che non ha permesso il tempestivo arresto del veicolo per poter vincere la presunzione di colpa posta dall’art. 149 CdS e dimostrare quanto meno un concorso di colpa del conducente del veicolo tamponato nella causazione del sinistro.

 

 

 http://www.giudicedipace.it/menu-articoli-news/1478-corte-di-cassazione-n-19493-sinistro-stradale-tamponamento-distanza-di-sicurezza-21-09-07.html

La banca deve risarcire il cliente truffato con il “phishing”.

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Segnaliamo un’interessante pronuncia della Corte di cassazione sezione sesta civile la quale con ordinanza in data 13.02.2018 n. 9158 ha sancito la responsabilità di Poste Italiane e il conseguente obbligo della medesima di risarcire il cliente truffato con il sistema del “phishing”. Sempre più frequentemente capita di sentir parlare di frodi informatiche ai danni di ignari correntisti ai quali vengono carpiti password e username per l’accesso ai conti.

Occorre rammentare che le banche dispongono dei dati sensibili del cliente e quindi trova applicazione anche l’art. 15 del D.Lgs 196/03 (codice privacy) che obbliga colui che detiene dati personali ha risarcire i danni cagionati da un indebito utilizzo nonché ex art. 31 alla predisposizione di misure idonee per la loro sicurezza in modo da poter ridurre al minimo l’indebito utilizzo dei medesimi.

La Cassazione ha in buona sostanza assimilato l’attività degli istituiti di credito all’esercizio di attività pericolose previsto dall’art. 2050 codice civile: trattasi di un caso di responsabilità oggettiva. Nel caso di operazioni effettuate tramite strumenti elettronici spetta all’istituto verificare che le operazioni “ordinate on line” siano riconducibili alla volontà del cliente con l’impiego della diligenza qualificata del banchiere accorto. Predisponendo l’utilizzo degli strumenti informatici a pagamento l’istituto di credito si accolla il rischio del fraudolento utilizzo dei medesimi da parte dei terzi. Rischio che rientra nella prevedibilità del prestatore di servizi e che può essere evitato con il corretto utilizzo di appropriate misure tecniche conformi allo stato delle conoscenze del momento volte a garantire la sicurezza dei dati personali e delle transazioni. Misure di sicurezza che devono essere aggiornate costantemente in base all’evolversi delle conoscenze in campo tecnico.

La banca in tal modo non risponde del danno solo qualora possa dimostrare che l’evento dannoso sia riconducibile al dolo del titolare o a comportamenti incauti del medesimo.

https://www.commissariatodips.it/approfondimenti/phishing.html

A quale risarcimento hai diritto in caso di cancellazione del volo?

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– € 250,00 per tutte le tratte aeree inferiori o pari a 1500 km (più di 3 ore);

– € 400,00 per tutte le tratte aeree superiori a 1500 km e per tutte le altre tratte fra i 1500 e 3500 km (più di 3 ore);

– € 600,00 per tutte le altre tratte (più di 4 ore);

– assistenza in aeroporto (somministrazione di pasti e bevande a seconda della durata dell’attesa);

– sistemazione in albergo nel caso in cui siano necessari uno o più pernottamenti;

– trasferimento dall’aeroporto al luogo di sistemazione e ritorno;

– 2 chiamate telefoniche o messaggi via telex, fax oppure e-mail.

Non si ha diritto al risarcimento per volo cancellato:

  1. nel caso in cui sia stata data informazione della cancellazione almeno 14 giorni prima della partenza.
  2. nel caso in cui il volo alternativo sia in un orario prossimo a quello inizialmente previsto o la compagnia aerea possa dimostrare che la cancellazione è dovuta a circostanze eccezionali che consistono in eventi che esulano dal controllo delle Compagnie aeree, come le estreme condizioni atmosferiche, gli scioperi e i disordini politici.

Mentre non sono circostanze eccezionali i problemi tecnici dell’aeromobile, i problemi con l’aeroporto oppure l’influenza con altri voli.

Rimborso per la cancellazione di un volo

Il Regolamento (CE) n. 261 del 11 febbraio 2004 istituisce, come è noto, regole comuni fra gli Stati membri dell’Unione Europea in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato dello stesso.

Fra le disposizioni più rilevanti a suo tempo introdotte da tale fonte normativa, emerge il diritto alla compensazione pecuniaria, disciplinato dall’art. 7, in base al quale i passeggeri hanno diritto a percepire un’indennità (in misura diversa a seconda della lunghezza della tratta aerea) in caso subiscano il negato imbarco o la cancellazione del volo per cui hanno una prenotazione; nel 2009, con la sentenza della Sezione Quarta datata 19 novembre 2009 (procedimenti riuniti nn. C-402/07 e C-432/07), la Corte di Giustizia ha precisato che tale diritto spetta anche ai passeggeri di voli che subiscono un ritardo pari o superiore a tre ore rispetto all’orario di arrivo originariamente previsto dal vettore aereo.

Il terzo comma dell’art. 5 del Regolamento, però, specifica che viene meno l’obbligo di pagare la compensazione pecuniaria de qua, se il vettore riesce a dimostrare che il disservizio lamentato dal passeggero è dovuto a circostanze eccezionali, che non si sarebbero comunque potute evitare anche se fossero state adottate tutte le misure del caso.

Si tratta di un punto estremamente controverso ed importante nell’ambito della disciplina de qua.

Difatti, vertendosi in tema di corresponsione indennitaria, il passeggero è esonerato dal dimostrare qualsivoglia concreto pregiudizio, onde l’oggetto dell’accertamento verte essenzialmente sul diritto alla compensazione.

Sullo specifico punto, il terzo comma dell’art. 5 del Regolamento, sopra richiamato, statuisce un’inversione dell’onere della prova rispetto alle regole ordinarie, ponendo a carico della Compagnia aerea l’obbligo dimostrativo del ricorrere di circostanze eccezionali, esimenti dall’obbligo di corrispondere la compensazione pecuniaria.

In recenti controversie instaurate dai nostri legali in favore dei passeggeri in ambito del settore aereo sono state ottenute delle sentenze favorevoli, le quali hanno stabilito oltre il diritto al riconoscimento della Compensazione pecuniaria anche il risarcimento dei danni morali e/o esistenziali determinati dalla cancellazione o dal ritardo di un volo. Infatti il Giudice di Pace di Fiumicino con sentenza 701/13 riconosceva anche i danni non patrimoniali in merito al ritardo stabilendo che: sotto il profilo del danno esistenziale è innegabile che un ritardo nell’arrivo possa provocare uno stato di insoddisfazione e di preoccupazione e, quindi in definitiva di ansia, nel soggetto che si accinga ad intraprendere un viaggio aereo. Inoltre il Giudice di Pace di Roma con sentenza n. 2792/14, riconosceva la compensazione pecuniaria oltre i danni non patrimoniali per i disagi subiti, nonché con sent.n11339/14 il danno non patrimoniale riconosciuto per la turbativa e il disagio causato dalla permanenza forzata presso l’aeroporto. Ed ancora nella sentenza 324/16 del 8 gennaio 2016 il Gdp di Roma riconosceva il risarcimento del danno esistenziale derivante dalla cancellazione del volo, condannando la Compagnia aerea, confermata anche dal medesimo Organo Giudiziario nella sentenza 518059/2015.

Se avete avuto problemi legati a ritardi di voli superiori alle tre ore, a cancellazioni e/o overbooking non esitate a contattarci: vi illustreremo le possibili azioni per ottenere il risarcimento del danno patito.

https://www.corriere.it/cronache/18_maggio_29/aero-non-c-odissea-24-ore-corriera-bergamo-catania-2d015418-6318-11e8-9464-44779318d83c.shtml

La prova dei danni causati dal conduttore al termine della locazione

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Alla scadenza del rapporto di locazione, il conduttore è tenuto, secondo quanto disposto dall’articolo 1590 c.c., a risarcire i danni causati all’immobile ed a restituirlo nello stato medesimo in cui l’ha ricevuto, salvo il normale deterioramento o il consumo, risultante dall’uso della cosa, conformemente a quanto previsto nel contratto. La prova degli eventuali danni riscontrati, potrà essere fornita anche mediante presunzioni.

E’ quanto precisato dalla Corte di Cassazione, sez. III Civile, nella sentenza n. 6387/18, depositata il 15 marzo scorso.

Nella vicenda in esame, parte locatrice aveva convenuto in giudizio la società conduttrice per chiedere ed ottenere il risarcimento dei danni, da quest’ultima causati all’immobile locato. Il Tribunale di prime cure ha accolto la domanda risarcitoria proposta, ma la Corte di merito ha poi ribaltato tale decisione, negando il risarcimento. Avverso detta sentenza, la locatrice ha presentato ricorso per cassazione.

Nell’esaminare il caso, la Suprema Corte ha evidenziato che è preciso onere del conduttore dimostrare il fatto impeditivo della propria responsabilità, ovvero che il deterioramento dell’immobile si sia verificato per uso conforme al contratto di locazione, o comunque, per causa a lui non imputabile. La prova del fatto costitutivo della pretesa risarcitoria può essere fornita dal locatore anche mediante presunzioni, che potrebbero costituire l’unica fonte di convincimento del giudice, trattandosi di una “prova completa”. Qualora la presunzione venga ammessa, in assenza di prova contraria, il giudice sarà tenuto a ritenere provato il fatto previsto, senza poter effettuare una valutazione ai sensi dell’art. 116 c.p.c.

Pertanto, come già ribadito anche dalla giurisprudenza di legittimità, con riferimento alla prova per presunzioni semplici, nel dedurre un fatto ignoto da uno noto, il giudice di merito ha come solo limite il principio della probabilità. A ciò si aggiunga che, la valutazione degli indizi riguarda solo il giudizio di merito, spettando alla Suprema Corte solo il controllo della correttezza logico-giuridica del ragionamento seguito e delle argomentazioni sostenute, nonché l’esame sulle massime di esperienza adottate nella valutazione delle risultanze probatorie. Dunque, una volta fornita la prova, anche mediante presunzioni, dei fatti costitutivi della domanda risarcitoria, da parte del locatore, spetta al conduttore convenuto dimostrare il fatto impeditivo, modificativo o estintivo.

 

Acqua: il canone si prescrive in 5 anni

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Il pagamento del canone per la fornitura del servizio idrico è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che, come precisato dalla Corte di cassazione nella sentenza numero 6966/2018, decorre dalla scadenza dell’ultima rata non pagata dal cittadino.

Per i giudici, infatti, il termine per l’adempimento della predetta obbligazione, se mancano diverse previsioni contrattuali, si presume a favore del debitore ai sensi dell’articolo 1184 del codice civile. Di conseguenza, la prescrizione del credito relativo ai canoni non pagati non può che decorrere dall’ultimo dei termini utili previsti per il pagamento, posto che prima di tale data l’amministrazione non ha la possibilità di pretendere che il cittadino adempia alla sua prestazione.

La Corte di cassazione ha inoltre reputato corretta la scelta del giudice del merito di ritenere rilevante ai fini dell’interruzione della prescrizione la notificazione dell’avviso di liquidazione del canone, idonea a costituire in mora la debitrice e a realizzare gli effetti di cui all’articolo 2943 del codice civile.

Tale atto, si legge in sentenza, ha infatti una funzione che, “nell’ambito del procedimento di riscossione delle entrate pubbliche, non si esaurisce in una mera dichiarazione di giudizio sulla spettanza e l’ammontare del credito e degli accessori, ma risponde all’ulteriore finalità di richiedere il pagamento della somma dovuta”.

Mutui: diritto al risarcimento per i contratti stipulati tra il 2005 e il 2009

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La Commissione Europea, con la sentenza del 2013, caso n. AT 39914 del 3 dicembre 2013, pubblicata solo dopo anni, ha riconosciuto, implicitamente, il diritto di risarcimento a tutti gli utenti truffati nei contratti di mutuo, prestiti e derivati, che in quegli anni, ovvero tra il 2005 e il 2009, avevano, nel contratto, un tasso variabile legato all’Euribor.

L’incertezza della clausola di determinazione degli interessi in un contratto di mutuo determina la nullità della clausola stessa (art. 117 T.U.B.).
I parametri atti ad individuare il tasso variabile sono scarsamente intelligibili, poiché nella clausola è prevista una serie di rinvii concatenati a valori anche di valute estere in astratto recuperabili, ma tali da non rendere immediatamente reperibili e via via verificabili i dati.
Questo è quanto succede quando un contratto di mutuo, con riferimento alla determinazione del tasso da applicare allo stesso, risulta legato all’andamento dell’Euribor.
Ma nello specifico caso, nel caso seguito dalla commissione Europea, vi era un’intesa restrittiva della concorrenza, ovvero un cartello tra le principali banche europee, con lo scopo di manipolare, a proprio vantaggio, il corso dell’Euribor.
La Commissione Europea ha dunque condannato, alla conclusione delle indagini svolte, 4 tra le più note Banche europee, con l’accusa di aver manipolato il tasso di interesse che incideva poi sui mutui di milioni di cittadini europei, l’Euribor appunto, nel periodo che va dal 2005 al 2009.

Abbaiare è un diritto del cane (…se non supera i limiti di tollerabilità)

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Il vostro cane abbaia?

È un suo sacrosanto diritto! Lo stabilisce una sentenza del Tribunale di Lanciano, la quale dichiara che i due cani della famiglia citata in giudizio dai vicini di casa avevano tutto il diritto di abbaiare perché, di fatto, svolgevano la funzione di guardia e di sicurezza sul territorio in cui risiedevano. In quel caso specifico, il giudice ha stabilito che si trattava di un vero e proprio stalking giudiziario nei confronti della famiglia. I due cani erano accusati di abbaiare troppo e disturbare i vicini. Per giustificare la sua decisione, il giudice ha fatto riferimento agli articoli 544 bis e seguenti del Codice penale, all’art. 5 della legge 189 del 2004 e alla ratifica della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia, che stabilisce l’obbligo morale dell’uomo di rispettare tutte le creature viventi.

Questa sentenza è una vera conquista nella tutela dei diritti dei cani: così facendo viene rispettata la loro natura. È anche vero, però, che la nostra libertà finisce dove comincia quella degli altri.

A tal proposito per l’appunto interviene l’art. 659 c.p. (Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone), in cui il Legislatore specifica che l’abbaiato dell’animale non deve superare i limiti di tollerabilità. Ma qual è il limite di tollerabilità? Anche qui è il buon senso che deve dettare legge.

Ed è quanto chiarisce la sentenza del Tribunale di Lanciano: il latrato dei cani non può essere impedito, ma rappresenta un vero e proprio diritto. Specie quando qualcuno o qualcosa si avvicina al loro territorio. Spetta  ai proprietari fare in modo che i rumori non superino le soglie della normale tollerabilità. Solo se l’ abbaio del cane diventa “patologico” e troppo molesto è necessario intervenire.

I proprietari dell’animale dovranno quindi fare di tutto, compreso il ricorso a metodi di educazione dell’animale al fine di individuare ed eliminare le cause che lo portano ad abbaiare smisuratamente.

Cosa accade dunque se non si corre ai ripari e l’abbaio disturba la quiete e il riposo delle persone? Oltre al rischio di una condanna per il risarcimento potrebbero esserci anche conseguenze penali.

La legga parla chiaro: l’articolo 844 del codice civile vieta le immissioni di rumore che superano la normale tollerabilità, mentre l’articolo 659 del codice penale sanziona il disturbo della quiete pubblica, che prevede, come conseguenza, l’arresto fino a tre mesi o l’ammenda fino a 309 Euro.

 

 

Tari “gonfiata” dai Comuni: alcuni utili chiarimenti

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Sul caso della Tari “gonfiata” arrivano i chiarimenti del Ministero. La circolare del 20 novembre spiega come si calcola la Tari “correttamente” secondo le indicazioni normative, come i contribuenti possono presentare il rimborso e come i Comuni possano correggere i propri regolamenti.

Il Mef precisa che “la quota fissa di ciascuna utenza domestica deve essere calcolata moltiplicando la superficie dell’alloggio sommata a quella delle relative pertinenze per la tariffa unitaria corrispondente al numero degli occupanti dell’utenza stessa, mentre la quota variabile è costituita da un valore assoluto, vale a dire da un importo rapportato al numero degli occupanti che non va moltiplicato per i metri quadrati dell’utenza e va sommato come tale alla parte fissa”.

Nella Circolare si spiega, facendo riferimento alle pertinenze dell’abitazione, che il calcolo corretto è computare la quota variabile una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica.
Un diverso modus operandi da parte dei comuni non troverebbe alcun supporto
normativo, – aggiunge il Mef – dal momento che condurrebbe a sommare tante volte la quota variabile quante sono le pertinenze, moltiplicando immotivatamente il numero degli occupanti dell’utenza domestica e facendo lievitare conseguentemente l’importo della TARI”.

Il Ministero invita quindi i contribuenti che hanno riscontrato un calcolo errato della parte variabile della Tari, a chiedere il rimborso dell’importo dal 2014 ad oggi, al Comune o al soggetto gestore del servizio rifiuti e precisa che l’istanza dovrà contenere:

  • tutti i dati sul contribuente,
  • l’importo versato
  • l’importo da rimborsare,
  • i dati della pertinenza che è stata calcolata erroneamente.

Il Mef infine invita i Comuni che hanno adottato disposizioni difformi rispetto ai criteri chiariti dalla Circolare, ad adeguare i propri regolamenti.

 

Depenalizzazione: addio al reato di ingiuria. Come ci si può difendere?

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L’ingiuria consiste nell’offesa formulata da un soggetto nei confronti ed alla presenza della vittima a cui la medesima offesa è rivolta, in assenza di altri soggetti. La situazione inversa, ossia l’assenza della vittima e la presenza di terzi comporterebbe il diverso reato di diffamazione.

Sino ad oggi l’ingiuria è stata punita (almeno sulla carta) con la reclusione fino a 6 mesi o la multa fino a 516 euro. In realtà, la sanzione non veniva quasi mai applicata, posti i carichi dei tribunali che portavano buona parte dei procedimenti alla prescrizione; senza contare poi che, per i fatti più tenui, il colpevole otteneva l’automatica archiviazione del procedimento, senza applicazione della pena. Risultato: la norma penale aveva perso il proprio carattere deterrente. Chi veniva offeso, dunque, poteva utilizzare il giudicato penale per ottenere, in via civile, un risarcimento del danno.

A seguito della recente depenalizzazione le cose sono mutate notevolmente: la sanzione, infatti, anche se si configura come civile (l’illecito, infatti, non è più penale) potrà andare da 100 a 8.000 euro. Se, invece, c’è l’attribuzione di un fatto determinato o commesso in presenza di più persone, al posto della reclusione fino a 1 anno o alla multa fino a 1.032 euro si passa alla sanzione pecuniaria civile da 200 a 12.000 euro.

In questo modo, quindi, il soggetto che risulta essere offeso potrà difendersi soltanto aprendo una causa civile, per ottenere l’indennizzo e la multa, anche se quest’ultima a favore dello Stato.

Inizierà quindi una causa civile tra l’offeso e il colpevole. Lo Stato subentrerà solo con l’emissione della sentenza: se questa, infatti, sarà di condanna, il giudice obbligherà il colpevole a pagare:

– il risarcimento dei danni alla persona offesa e, con esso, le spese processuali: in caso di mancato pagamento, il creditore potrà agire tramite il pignoramento, previa notifica della sentenza e dell’atto di precetto;

– una sanzione civile alla cosiddetta Cassa Ammende, ossia allo Stato: in caso di mancato pagamento, l’importo viene iscritto a ruolo e interverrà Equitalia, notificando una cartella di pagamento e procedendo anch’essa al pignoramento nelle forme più celeri della cosiddetta esecuzione forzata esattoriale (si pensi che, in tali ipotesi, è possibile pignorare il conto corrente senza passare neanche dal giudice dell’esecuzione). Equitalia, però, non potrà né iscrivere ipoteca sulla casa, né pignorarla (salvo che il colpevole abbia già altri debiti con l’erario), poiché l’importo minimo del debito per far scattare la prima misura è di 20.000 euro e, per la seconda, è invece di 120.000 euro.

 

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