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BREVE GUIDA AL “TESTAMENTO BIOLOGICO”

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La legge 219

La legge 219/2017 entrata in vigore il 31 gennaio del 2018 si occupa delle “Disposizioni anticipate di trattamento”.

Il cittadino ha quindi a disposizione uno strumento nel quale, in vista di una futura incapacità ad autodeterminarsi, può esprimere anticipatamente la propria volontà circa i trattamenti sanitari ai quali vorrà o non vorrà essere sottoposto, nominare un fiduciario che lo rappresenti nelle relazioni con il medico.

Occorre predisporre uno strumento il più possibile chiaro e preciso per evitare contestazioni.

Chi può fare biotestamento?

Tutte le persone maggiorenni capaci di intendere e volere. Attenzione alle situazioni “al limite” come ad esempio disponenti molto anziani che potrebbero aprire la strada a delle contestazioni.

Occorre comunque prima della redazione acquisire adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle proprie scelte aspetto non facile da provare e che è bene documentare in forma scritta.

Con il biotestamento non si possono esigere trattamenti sanitari contrari alle leggi.

Come scrivere le Dat?

Le DAT possono essere redatte in diverse forme, ma devono contenere i seguenti punti:

  1. Dati anagrafici del firmatario.
  2. Informazioni sullo stato di salute, in cui si dichiara che “nell’ipotesi di trovarmi nelle condizione di non poter decidere riguardo le mie cure sanitarie, a causa del mio deterioramento fisico e/o mentale, e/o di essere in uno stato clinico tra quelli elencati nel presente documento”, ed in riferimento alla Costituzione, alla Convenzione dei diritti dell’uomo, al codice di deontologia medica e al giuramento professionale dei medici, si vuole o non si vuole essere informati sulle proprie condizioni (“anche in caso di malattia grave o inguaribile”) e sulle terapie da adottare o non adottare. Come postilla si possono indicare i nominativi di persone fidate o familiari da informare.
  3. Direttive specifiche: è il cuore del documento. Occorre scrivere che “Accertato da almeno due medici indipendenti che le mie condizioni fisiche siano giunte ad una fase definita terminale, chiedo”: e qui si entra nello specifico. L’elenco può comprendere, a titolo di esempio, una morte naturale, la più pacifica possibile, escludendo totalmente l’accanimento terapeutico; che in nessun caso si possa intraprendere una terapia o un trattamento allo scopo di terminare la vita; che nessun trattamento possa essere attuato o sospeso sulla base di un’altrui valutazione riguardante il valore della propria vita futura; che non si somministrino trattamenti o terapie sperimentali complementari non provate, che non abbiano documentalmente dimostrato la loro efficacia per il recupero e prolunghino inutilmente la vita. Anche con esempi concreti: in caso di arresto cardio-respiratorio, ad esempio, si può scrivere che non si intende essere sottoposti ad alcuna manovra di rianimazione di qualsiasi genere essa sia, o che non vengano praticati interventi invasivi atti a prolungare l’esistenza (respirazione assistita, rianimazione cardio-polmonare). E ancora: che vengano somministrati tutti i farmaci e praticate tutte le cure per eliminare efficacemente il dolore e le sofferenze fisiche, emotive, mentali e spirituali. Ma anche che i trattamenti già iniziati ed aventi per obiettivo il prolungamento della vita siano interrotti (compresi respirazione assistita, dialisi, rianimazione cardio-polmonare, trasfusioni sanguigne, terapia antibiotica, interventi chirurgici volti a prolungare la propria esistenza). Il tutto con adeguata sedazione. Si può esplicitare che venga interrotta l’alimentazione in ogni sua forma naturale o artificiale incluso la soluzione glicata. Tutte queste prescrizioni possono essere anche subordinate a condizioni specifiche: per esempio in caso di stato vegetativo persistente, di incidente con danni cerebrali gravi, malattie neurodegenerative ecc.
  4. Sottoscrizione del medico, che deve dichiarare “di aver informato il Sig.(…) in relazione alle volontà sanitarie da lui qui sopra espresse, e che nel pieno delle sue facoltà mentali il suddetto ha compreso il valore delle sue decisioni”.
  5. Indicazioni post mortem, dove si può indicare dove si desidera morire (a casa, in ospedale o in un luogo specifico) e si danno disposizioni circa il trattamento della salma, le esequie ecc.
  6. Fiduciari e testimoni, che devono apporre le loro firme con codice fiscale e documento di identità. Il fiduciario sarà preposto a prendere decisioni in nome e per conto del firmatario del testamento biologico, di concerto con il medico.

In caso le condizioni di salute non consentano un documento scritto, si possono esprimere le proprie volonta’ e “fare biotestamento” attraverso una videoregistrazione e/o con dispositivi tecnologici che consentono alle persone con disabilita’ di comunicare. Le Dat si possono rinnovare, modificare o revocare in ogni momento. Non vanno pagati bolli o tasse di sorta sul documento.

Il fiduciario
Il fiduciario deve essere maggiorenne e capace di intendere e volere e deve accettare la nomina sottoscrivendo le Dat o con un atto successivo, da allegare alle stesse Dat. L’incarico può essere revocato in qualsiasi momento, con le stesse modalità stabilite per la nomina e anche senza motivazione; il fiduciario può rinunciare alla nomina scrivendo al disponente.

La legge non considera la possibilità che l’interessato indichi più fiduciari, ma si tratta di una scelta che può essere utile fare per tutelarsi se il primo nominato rifiuti o rinunci. Inoltre, il dichiarante potrebbe restare senza fiduciario anche per morte o incapacità del nominato. Nelle Dat può quindi essere opportuno indicare più persone, che sostituiscano, secondo l’ordine stabilito dal dichiarante, il fiduciario che non possa o non voglia svolgere l’incarico.

Il disponente può anche non indicare un fiduciario. In questo caso, come anche se viene meno il fiduciario nominato, le Dat mantengono efficacia circa le volontà del disponente; se occorre, il giudice tutelare nomina un amministratore di sostegno.

 

Come autenticare il testamento biologico?

  1. Con atto pubblico (atto redatto con un funzionario pubblico designato o attraverso un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio)
  2. Con una scrittura privata autenticata (da un funzionario pubblico designato dal tuo Comune o da un qualsiasi pubblico ufficiale, come un notaio) custodita dall’autore del documento
  3. Con scrittura privata consegnata personalmente all’ufficio dello stato civile del Comune di residenza (ufficio che, se istituito, provvede all’annotazione in un apposito registro)
  4. Presso le strutture sanitarie, qualora la Regione di residenza ne regolamenti la raccolta.

 

si veda per esempio: Comune di Genova:

http://www.comune.genova.it/sites/default/files/tb.pdf

Attenzione: parlare male dell’azienda sui social è motivo di licenziamento

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I social sono entrati prepotentemente nella vita quotidiana di tutti e vengono spesso utilizzati per esternare i sentimenti più disparati spesse anche rispetto alla propria attività lavorativa.

Ma fino a che punto il dipendente può spingersi a criticare il proprio datore di lavoro senza incorrere in pesanti sanzioni quali il licenziamento?

Sul punto si è espressa recentemente la Cassazione civile, sez. lavoro, con sentenza a 27/04/2018 n° 10280.

In buona sostanza ha stabilito la legittimità di sanzioni comminate al lavoratore fino a giungere al licenziamento laddove il linguaggio impiegato travalichi i limiti della libertà di espressione del singolo.

Il caso affrontato dalla Suprema Corte ha riguardato il licenziamento di una dipendente che, attraverso il canale Facebook aveva utilizzato termini gravemente offensivi nei riguardi dell‘azienda presso la quale era assunta  e del rappresentante legale della stessa.

A nulla sono valse le difese della lavoratrice che si appellava al fatto di aver pubblicato un semplice sfogo senza aver evidenziato all’interno del messaggio elementi che potessero ricondurre all’azienda o singoli soggetti della stessa. Assumeva inoltre di avere prestato la propria attività lavorativa in manierea irreprensibile nel rispetto dei propri superiori.

I Giudici hanno invece ritenuto il licenziamento intimato da parte dell’azienda legittimo e proporzionato alla gravità dei fatti, tenuto conto del contenuto offensivo e della diffusione tra gli utenti del social network del messaggio postato dalla dipendente, circostanze che integrano gli estremi della diffamazione ex art. 595 cod. pen.

La Corte ha infatti rilevato che sussiste una ipotesi di diffamazione tutte le volte in cui, come nel caso di specie, la diffusione del messaggio dai contenuti offensivi, consenta la circolazione dello stesso tra un gruppo allargato di persone e sia facilmente identificabile il destinatario delle offese (nel caso di specie il legale rappresentante), essendo a tal fine irrilevante la specificazione o meno del nominativo del medesimo.

Sul caso:

https://tg24.sky.it/cronaca/2018/04/27/licenziamento-diffamazione-azienda-facebook.html

Rapporti di vicinato: il vicino ti molesta? Può configurarsi il reato di stalking

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L’art. 612 bis del codice penale prevede che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’ incolumita’ propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all’articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio
.

Ma se le condotte moleste o le azioni di disturbo provengono dal vicino di casa si può configurare il reato penale o la rilevanza si limita ad un illecito civile?

A questa domanda ha dato risposta la Cassazione Penale con sentenza 09/05/2018 n. 20473.

Il caso concreto vedeva l’imputato accusato del fatto di aver, con condotte reiterate, molestato e minacciato i vicini di casa: suoneria del telefono collegata ad una campana installata all’esterno; la sirena dell’allarme attivata ogni mattina; motore acceso del camion sotto le finestre dei vicini; custodia di asini con relativo letamaio a pochi metri dalle abitazioni limitrofe; lancio di sassi e mozziconi di sigaro nei rispettivi giardini e posizionamento di una latrina mobile sul confine.

L’imputato in appello veniva assolto ritenendo la Corte che i fatti contestati integrassero molestie costituenti meri illeciti di tipo civilistico.

La Corte di cassazione ha invece affermato che è sbagliato considerare in maniera “atomistica” i fatti arrecanti disturbo singolarmente escludendo in tal modo le finalità persecutorie e relegando i fatti ad una semplice inosservanza di norme civilistiche che regolano il diritto di proprietà. Nel reato di “Stalking” invero l’elemento soggettivo è il dolo generico integrato dalla volontà di porre in essere le condotte di minaccia e molestia nella consapevolezza della idoneità delle medesime a produrre uno degli eventi previsti dalla norma incriminatrice.  Il criterio da seguire è quello della verifica della gravità e precisione dei singoli elementi persecutori, il loro esame globale ed unitario, che ne chiarisca l’effettiva portata dimostrativa del fatto e la congruenza rispetto al tema di indagine.

 

Esempio fatti di attualità:

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_marzo_21/monza-tre-anni-carcere-stalking-vicini-0d2f1f2e-2c74-11e8-aa71-9a5a346d5f9b.shtml

Nullo il testamento olografo se la mano del de cuius era sostenuta e guidata da un terzo, anche se si tratta di un parente.

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Il testamento è nullo se il soggetto che lo ha scritto non era in realtà in grado di sostenere la penna e, per redigere le sue ultime volontà, si è fatto guidare da un parente che gli ha sostenuto e guidato la mano. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza.

In tutti i casi analoghi, i parenti del defunto (cosiddetto de cuius) potranno impugnare il testamento e farlo dichiarare nullo anche se esso è stato redatto nel pieno delle capacità mentali del diretto interessato. Rileva, infatti, che la mano fosse guidata da un terzo, benché comunque parente. L’intervento estraneo esclude il requisito dell’autografia, indispensabile affinché il testamento possa ritenersi valido. Non importa che, poi, ai fini pratici, il contenuto del testamento sia proprio corrispondente a ciò che il testatore voleva e che, effettivamente, chi ne ha guidato la mano si sia limitato a una mera opera di supporto, senza interagire o cercare di forzare la volontà del defunto.

Non si può aiutare qualcuno a scrivere il proprio testamento. Certo, vi si può assistere, ma non certo guidare la mano altrui, benché affetta da un patologico tremolio. Secondo la Suprema Corte, «in presenza di aiuto e di guida della mano del testatore da parte di una terza persona, per la redazione di un testamento olografo, tale intervento del terzo, di per sé, escluda il requisito dell’autografia di tale testamento, indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda alla volontà del testatore».

Qualora persistano pertanto dubbi sulla autenticità del testamento, sarà opportuno sottoporre lo scritto a perizia calligrafica, dalla quale potrà emergere se la mano del de cuius è stata accompagnata o meno nella stesura delle ultime volontà.

Per qualsiasi chiarimento non esitate a contattare lo Studio FMSLex, vi guideremo nelle scelte più idonee al caso vostro, mettendovi direttamente in contatto i nostri periti calligrafici.

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

BREVE GUIDA AI PIU’ FREQUENTI REATI ON LINE

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Ogni giorno in internet si consumano moltissimi reati, alcuni dei quali, fortunatamente i più banali, sono diventati talmente frequenti da capitare ad ognuno di noi almeno una volta nella vita.

In primo luogo è bene chiarire che la Polizia Postale e delle comunicazioni è l’autorità italiana a cui denunciare i crimini informatici ed i reati telematici.
Sul suo sito ufficiale sono elencati le principali azioni illegali che si fanno col computer.
https://www.commissariatodips.it/
Ecco un breve elenco, dei più frequenti reati on line.

1) Il furto di identità

Il “furto d’identità” è il modo più comune, ma non del tutto corretto, per definire l’indebito utilizzo, totale o parziale, dei dati di identità di un soggetto con l’obiettivo di danneggiarne la reputazione ed ottenere del denaro o dei vantaggi.

Vittima di questa azione criminale può essere non solo la persona fisica ma anche l’impresa, che è responsabile civilmente e penalmente qualora, dal furto di identità, ne scaturiscano svantaggi e/o danni a terzi (clienti, fornitori, dipendenti).

Si può parlare di  “furto d’identità” in diversi casi quali ad esempio:

  • l’”identity cloning” ovvero la clonazione dell’identità di una persona al fine di creare una identità parallela a quella reale in una nuova vita; oppure
  • la “gosthing ovvero la definizione di una identità sulla base dei dati appartenuti ad una persona defunta;
  • la “financial identity theft” l’uso dell’ identità di un individuo o di una impresa al fine di ottenere crediti, prestiti finanziari o aprire conti correnti

2) Cyberstalking

Il cyberstalking consiste nel molestare una vittima mediante comunicazione elettronica, tramite e-mail o messaggi diretti. Un cyberstalker si basa sull’anonimato offerto da Internet per vessare le vittime senza essere scoperto.

Il cyberstalking è un reato del quale si parla poco nonostante, al giorno d’oggi, si faccia un uso intenso di internet, chat, social network, newsletters e message boards.

Occorre precisare che non esiste nel codice penale o in altra fonte giuridica una definizione vera e propria di cyberstalking. Con tale termine si intende l’utilizzo di dispositivi informatici di comunicazione come internet o la posta elettronica con la finalità di molestare una persona.

Per inquadrare la fattispecie giuridica del reato in esame occorre rimettersi alla disciplina prevista per i reati di molestia (art.660 c.p.), di minaccia (art.612 c.p.) e di atti persecutori (art.612-bis c.p.).

3) Phishing

Altro non è che il tentativo di carpire le credenziali bancarie di un utente per prelevare denaro a sua insaputa. Il mezzo attraverso il quale ciò avviene è la posta elettronica, inviando messaggi in cui veniamo invitati a verificare le nostre credenziali di acceso al conto corrente.

L’unica cosa da fare in presenza di questi messaggi è cestinarli.

Per approfondimenti sul tema si veda: http://www.fmslex.com/index.php/2018/06/12/la-banca-deve-risarcire-il-cliente-truffato-con-il-pishing/

 

4) Spam e virus finalizzati a frodi
Questi sono i reati più irritanti di cui è quasi impossibile non rimanere vittima.
Lo spam è costituito dai messaggi di posta di pubblicità non autorizzata.

Per quanto riguarda i virus, inizialmente essi sono nati con il solo scopo di cancellare dati o mandare in tilt un singolo pc. Si tratta di una vera e propria minaccia estremamente grave, quando vengono creati virus per bloccare pc o intere reti con lo scopo di ricattare l’azienda.

Tutti quanti sappiamo che qualsiasi attività non può fare a meno dell’informatica e bloccare un sistema informatico vuol dire bloccare l’azienda, ed è proprio per questo che ci sono delle vere e proprie organizzazioni criminali che diffondono virus in grado di bloccare i sistemi informativi aziendali con lo scopo di ricattare l’azienda fornendo loro i codici di sblocco in cambio di denaro.

Per qualsiasi domanda, non esitate a contattarci: lo studio FMS Lex vi fornirà l’assistenza legale idonea per affrontare giudizialmente questo tipo di reati.

 

Reato di appropriazione indebita: non punibile tra moglie e marito

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Se i coniugi separati risultano riconciliati, il precedente decreto di omologa della separazione perde di efficacia a far data dal ripristino della convivenza spirituale e materiale propria della vita coniugale.

Questo è quanto ha sancito la Corte di Cassazione con sentenza 7 giugno 2018 n. 26020.

In particolare essa ha ribadito che, se la riconciliazione era già avvenuta all’epoca dei fatti, dovrà venire meno anche l’imputazione per appropriazione indebita nei confronti dell’ex posta la causa di non punibilità sancita dall’art. 649 del codice penale nei confronti del coniuge non legalmente separato.

Nel caso preso in esame dalla Cassazione, analizzati i provvedimenti prodotti dalle parti, risultava che la riconciliazione tra i coniugi dichiarata dalla Corte appello nel 2014 era in realtà avvenuta già dal 2008 e, dunque, da quel momento dovevano ritenersi cessati gli effetti della separazione.

In conclusione, per la condotta ex art. 646 c.p. risalente al 2010, data in cui i coniugi non erano più separati proprio in ragione della precedente riconciliazione, deve ritenersi non punibile la ricorrente che ha commesso il fatto in danno del coniuge il quale in quel momento non era più legalmente separato avendo la riconciliazione posto nel nulla il decreto di omologa della separazione avvenuta in precedenza.

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

Immissioni rumorose: la normale tollerabilità in senso soggettivo

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Le immissioni rumorose, ovvero le generazioni di rumori provenienti da un fondo o da un immobile, sono vietate dalla legge allorquando siano intollerabili, vale a dire qualora determinino un impatto tale da non permettere un’adeguata fruizione della proprietà privata ai vicini di fondo o di abitazione, o nel caso in cui originino un elevato grado di disturbo nei confronti dei residenti negli alloggi attigui alla fonte rumorosa.

A norma dell’art. 844, 1° comma c.c. il proprietario di un fondo, infatti, non può impedire in ogni caso le immissioni di fumo, calore, scuotimento o rumore provenienti dal fondo attiguo, ma può intimare l’interruzione della produzione rumorosa solo nel caso in cui la stessa superi il limite della normale tollerabilità.

La valutazione della sopportabilità delle immissioni si fonda, pertanto, sul criterio della normale tollerabilità sancita dal 1° comma dell’art. 844 c.c., anche se la norma in oggetto, in realtà non è l’unico criterio di valutazione della tollerabilità di un rumorose derivante da un’attività produttiva, poiché dalla lettura dello stesso articolo si evince la sussistenza del criterio di contemperamento delle esigenze della produzione con le ragioni della proprietà e la priorità d’uso (2° comma dell’art. 844 c.c.).

Il giudizio di normale tollerabilità nei rapporti tra soggetti privati è quindi da riferirsi alle norme codicistiche indicate.

Sebbene l’ordinamento tenda a bilanciare l’interesse privatistico, teso allo svolgimento degli atti di normale vita quotidiana, con gli interessi sociali che derivano dallo sviluppo di produzione, le immissioni rumorose persistenti, dovute ad attività produttiva, devono essere considerate illecite nel momento in cui ledano la normale realizzazione del vivere quotidiano, nonché il diritto alla salute dei vicini (Cass. n. 5564/2010).

Le immissioni, infatti, sono da considerarsi illecite allorquando le stesse, al di là delle prescrizioni normative speciali, pregiudichi le altrui condotte di vita ai sensi dell’art. 844 c.c. (Cass. n. 939/2011).

La Cassazione ha anche precisato che il rumore che non superi i limiti oggettivi della normale tollerabilità sanciti da misurazioni oggettive, ma che sia protratto per molte ore, pone ingiustamente a repentaglio valori importanti come il riposo notturno, la serenità e l’equilibrio della mente e la vivibilità della casa, determinando un danno morale/esistenziale da  risarcire sulla base del mero accertamento della sussistenza di tali immissioni (ex multis Cass. Civ. n. 26899/2014).

http://www.cortedicassazione.it/corte-di-cassazione/

 

Segnalazione in Centrale Rischi

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La prassi invalsa tra gli operatori del sistema bancario e creditizio prevede che a seguito di esposizioni bancarie (scoperti di conto corrente, finanziamenti e/o mutui non rimborsati alle scadenze), il cliente venga segnalato in Centrale Rischi della Banca d’Italia.

Preliminarmente occorre precisare che la Banca deve formalmente intimare il debitore ad appianare le proprie esposizioni avvertendolo della possibilità che in mancanza la posizione potrebbe essere segnalata “a sofferenza” in Centrale Rischi ed informandolo che tale segnalazione potrebbe pregiudicare l’accesso al credito e le eventuali linee di credito accese presso altri Istituti bancari.

Un caso di segnalazione illegittima è senz’altro legata all’applicazione di commissioni e interessi illegittimi in quanto usurari o anatocistici. In questo caso la Banca è tenuta a risarcire il danno non patrimoniale derivante dall’illegittima segnalazione. Sussiste infatti il nesso di causalità tra l’esercizio dell’attività di impresa della società vittima di usura per le difficoltà incontrate nell’esercizio della propria attività a seguito di segnalazione e le condotte tenute dalla Banca. Il Tribunale di Padova con sentenza 833/2016 ha condannato l’Istituto di Credito a risarcire al correntista il doppio delle somme illegittimamente addebitate al medesimo per effetto di usura e/o anatocismo. Questo perché l’illegittima condotta della banca ha comportato la quasi impossibilità economica per l’impresa di operare sul mercato e di produrre reddito impedendole l’accesso al credito e causando la revoca delle linee di credito aperte presso altri soggetti.

https://www.bancaditalia.it/servizi-cittadino/servizi/accesso-cr/faq-cr/faq-cr.html

Lo sapevi che se uno dei genitori non rispetta le modalità di affidamento e di esercizio della responsabilità genitoriale può essere obbligato a risarcire il danno?

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La legge n. 54 del 2006 ha introdotto nel nostro ordinamento uno strumento atto a disciplinare le conseguenze dell’affidamento condiviso e a fornire uno strumento per risolvere i conflitti tra genitori che riguardino i figli. L’art. 709 ter c.p.c. si applica esclusivamente alle controversie concernenti l’attuazione dei provvedimenti giudiziali che regolano l’esercizio delle potestà e delle modalità di affidamento dei minori.

Su ricorso di una parte il Giudice laddove ravvisi atti o inadempienze gravi che possano arrecare pregiudizio al minore o anche atti o comportamenti che ostacolino l’esercizio delle modalità di affidamento può modificare i provvedimenti e applicare le seguenti sanzioni: 1) ammonimento del genitore inadempiente; 2) disporre il risarcimento dei danni a carico di un genitore e in favore del minore; 3) disporre il risarcimento dei danni a carico di un genitore a favore dell’altro genitore;4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 75,00 Euro ad un massimo di 5.000,00 Euro a favore della Cassa delle ammende.

Stante la massiccia ingerenza che siffatto provvedimento comporta nell’ambito della sfera familiare il legislatore ha circoscritto l’ambito di applicabilità ai soli conflitti nell’esercizio delle potestà genitoriali insuperabili ossia a quelli che comportino un significativo blocco alle funzioni decisionali inerenti la vita del minore e un consistente pregiudizio dei suoi più pregnanti interessi.

Nell’ambito dei giudizi per separazione o divorzio o in quelli promossi per la modifica delle condizioni il Giudice può irrogare anche d’ufficio le soprammenzionate sanzioni. Si segnalano alcune decisioni che hanno applicato la normativa in esame: il mancato pagamento della quota di mutuo contratto per l’acquisto della casa coniugale perché mette a rischio il diritto della prole a godere di un alloggio adatto conservando i rapporti con l’habitat; il frapporre sistematici ostacoli ai rapporti con l’altro genitore; il mancato versamento sistematico dei contributi di mantenimento stabiliti in favore del minore; il trasferimento del minore all’estero senza il consenso dell’altro genitore.

https://www.studiocataldi.it/articoli/27235-affidamento-figli-rischia-la-revoca-il-genitore-che-non-rispetta-gli-accordi.asp

CONTRATTO DI CONVIVENZA: COME FUNZIONA?

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Una delle novità più rilevanti della Legge 20 maggio 2016 n. 76 (cosidetta Cirinnà) è l’introduzione nel nostro ordinamento dei “contratti di convivenza”. E’ stata prevista per le coppie di fatto la facoltà di regolamentare di comune accordo gli aspetti patrimoniali del mènage familiare.

Il requisito per la stipula del contratto è che la coppia di fatto abbia provveduto alla registrazione dello stato di stabile convivenza nei registri anagrafici.

Il contenuto è decisamente ampio. I conviventi potranno stabilire la comune residenza, le modalità di contribuzione economica alla vita in comune in relazione alle proprie sostanze e alle capacità lavorative di ciascuno, l’adozione del regime patrimoniale dell’unione tra cui quello della comunione legale.

La novità interessante, che pone in risalto l’autonomia privata, è che con il contratto si possa regolamentare anche la fase patologica di cessazione della convivenza. E’possibile infatti stabilire, con riguardo ai soli interessi meramente patrimoniali, anche una suddivisione del patrimonio comune in modo da evitare successive controversie giudiziarie.

Il contratto deve essere redatto in forma scritta a pena di nullità con atto pubblico o scrittura privata autenticata da un notaio o da un avvocato. Il professionista che ha ricevuto o redatto l’atto ha l’obbligo di trametterne copia entro dieci giorni al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione nei registri anagrafici; ciò anche ai fini dell’opponibilità ai terzi. Il professionista deve attestare che il contenuto dell’atto non è contrario a norme imperative o all’ordine pubblico.

Il contratto di convivenza si risolve per accordo delle parti, recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona, morte di uno o dei contraenti. Ciascuna causa di risoluzione necessita di adempimenti per i quali occorre rivolgersi al professionista che ha redatto l’atto.

In caso di cessazione della convivenza di fatto (registrata) il Giudice  può stabilire il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento per gravi motivi oggettivi.

Per maggiori informazioni non esitate a contattarci.

http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2016-05-24/cosi-contratto-convivenza-le-coppie-fatto-registrate–180714.shtml?uuid=ADbYpIMhttp://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2016-05-24/cosi-contratto-convivenza-le-coppie-fatto-registrate–180714.shtml?uuid=ADbYpIM

 

Notifica oltre i 90 giorni dall’infrazione: multa illegittima!

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La multa notificata oltre il termine è illegittima. La regola generale prevede che l’infrazione deve essere contestata immediatamente da parte degli agenti che l’hanno accertata (art. 201, comma 1 – bis, del Codice della Strada).

Tuttavia lo stesso della Codice della Strada consente agli agenti accertatori di contestarti la violazione in un momento successivo nei seguenti casi:

Impossibilità di raggiungere un veicolo lanciato ad eccessiva velocità;

■ Attraversamento di un incrocio con il semaforo indicante la luce rossa;

Sorpasso vietato;

■ Accertamento della violazione in assenza del conducente del veicolo incriminato;

■ Accertamento della violazione mediante autovelox;

■ Accertamento effettuato con i dispositivi di cui all’articolo 4 del decreto-legge 20 giugno 2002, n. 121, convertito, con modificazioni, dalla legge 1º agosto 2002, n. 168, e successive modificazioni;

■ Rilevazione degli accessi di veicoli non autorizzati ai  centri storici, alle zone a traffico limitato, alle aree pedonali,  o  della circolazione sulle corsie  e  sulle  strade  riservate  attraverso  i dispositivi previsti dall’articolo 17, comma 133-bis, della legge  15 maggio 1997, n. 127;

■ Accertamento delle violazioni di  cui  agli  articoli  141, 143, commi 11 e 12, 146, 170, 171, 213 e 214, per mezzo  di  appositi dispositivi o apparecchiature di rilevamento.

In questi casi la notifica della violazione deve avvenire nel termine di 90 giorni dall’accertamento.

Come detto in questi casi la multa è illegittima e quindi è possibile proporre ricorso al Prefetto.

Il ministero dell’Interno con la nota numero di protocollo 0016968 del 7 novembre 2014 ha fornito una interpretazione restrittiva della norma che stiamo analizzando, precisando che:

[…] le ragioni che possono legittimare gli enti cui appartengono gli organi accertatori a superare tali limiti non possono che dipendere da fattori esterni e non da prassi organizzative interne.

La nota prosegue poi con l’ analisi dell’ art. 201 C.d.S. sottolineando che:

La disposizione, […], costituisce un’ ulteriore conferma dell’ assunto che, in linea di principio e salva la necessità di acquisire informazioni indispensabili da altri organismi, il dies a quo per la decorrenza dei termini non può che essere individuato in quello della commessa violazione.

Secondo la Corte di Cassazione il termine di notifica della multa è rispettato se l’organo accertatore ha affidato entro i 90 giorni dall’accertamento dell’infrazione il plico al servizio postale.

Attenzione: questo termine non si applica se la multa è stata commessa con un auto a noleggio

Per la notifica della multa con auto a noleggio non si applica la regola generale che abbiamo appena illustrato, ma una diversa procedura che comporta un allungamento dei normali termini previsti per la notificazione.

In questi casi la regola prevede che:

Entro 90 giorni il verbale sia notificato al proprietario, cioè l’azienda di noleggio, la quale ha 60 giorni di tempo per comunicare all’autorità i dati del conducente (la società è obbligata ad effettuare questa comunicazione).

Dalla ricezione di questa comunicazione l’accertatore ha 90 giorni di tempo per rinnovare la notifica al noleggiatore.

Quindi il termine entro il quale la notifica deve essere effettuata non è il termine ordinario di 90 giorni che abbiamo illustrato precedentemente.

In ogni caso, siamo a vostra disposizione qualora aveste bisogno di chiarimenti ulteriori.

 

http://www.altalex.com/documents/news/2017/07/31/multe-oltre-i-90-giorni-illegittima-la-prassi-del-comune-di-milano

TFR ED EX CONIUGE

fmslex

L’art. 12 bis legge 898/70 (divorzio) prevede il diritto per il coniuge, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, di ottenere una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge. Possibilità oggi estesa anche alla parte dell’unione civile sciolta.

I presupposti: il diritto spetta se al momento della percezione del TFR sia intervenuta sentenza di divorzio o almeno sia stata presentata la relativa domanda avanti le competenti autorità. La giurisprudenza ha chiarito che la locuzione Indennità di fine rapporto comprende tutti i trattamenti di fine rapporto derivanti sia da lavoro subordinato che parasubordinato comunque denominati che siano configurabili come retribuzione differita.

L’avente diritto deve essere titolare di assegno divorzile e non deve essere passato a nuove nozze.

La percentuale spettante è stabilita ex lege nella misura del 40% dell’indennità percepita dal lavoratore per gli anni che hanno coinciso col matrimonio al netto delle ritenute. Nessuna discrezionalità né valutazione di ulteriori elementi patrimoniali o personali può essere operata dal Giudice.

La corresponsione non è automatica necessitando di specifica domanda da presentare avanti il Tribunale competente con il patrocinio di un avvocato.

 

https://www.corriere.it/economia/17_dicembre_02/tfr-all-ex-moglie-va-quota-anche-10-anni-il-divorzio-808b4508-d781-11e7-b38f-bb89c6f43bbd.shtml?refresh_ce-cp

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