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Stepchild adoption: l’adozione di minori da parte di coppie omosessuali L’adozione di minori in casi particolari: la ratio della disciplina

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L’adozione in casi particolari è stata introdotta dalla Legge n. 184 del 1983 per tutelare il diritto del minore alla famiglia in situazioni che non avrebbero consentito di giungere all’adozione piena ma nelle quali, tuttavia, l’adozione rappresentava una soluzione opportuna ed auspicabile

La legge del 1983 prevede la tutela del minore con un sistema binario che privilegia in primis il diritto del medesimo ad essere allevato nella famiglia di origine che deve ricevere dalle istituzioni pubbliche il sostegno necessario in caso di difficoltà temporanea ad esempio con lo strumento dell’affido familiare. La famiglia “sostitutiva” con l’adozione piena presuppone che la famiglia di origine sia definitivamente non in grado di provvedere al minore.

L’art. 44  della legge sull’adozione  precisa che i minori possono essere adottati anche quando non ricorrano i presupposti di cui all’art. 7, ovvero lo stato di abbandono dichiarato ai sensi di tale norma, nei casi specifici che di seguito elenca. lettera a: da persone legate da vincolo di parentela entro il sesto grado o da preesistente stabile rapporto, se orfano di padre e di madre; lettera b: dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio dell’altro coniuge, anche adottivo; lettera c; quando il minore sia portatore di handicap ai sensi della legge 104/1992, se orfano di padre e di madre; lettera d: quando via sia la constata impossibilità di un affidamento preadottivo.

L’adozione in casi particolari costituisce uno strumento di chiusura che intende realizzare il preminente interesse del minore ad essere accolto in una famiglia in ipotesi specifiche utilizzando a tale scopo uno strumento giuridico dotato di effetti più limitati.

L’adottato infatti diviene figlio adottivo dell’adottante, non interrompe i rapporti con la sua famiglia di origine e si limita ad aggiungere il cognome dell’adottante al proprio. L’adottante assume le responsabilità proprie del genitore: ha l’obbligo di provvedere al mantenimento, all’istruzione.

Sino al 2007, tale adozione era ammessa solo per le coppie sposate: successivamente il Tribunale per i minorenni di Milano prima e quello di Firenze poi, hanno esteso questa facoltà anche ai conviventi eterosessuali, ritenendo in questo caso che fosse interesse del minore che al rapporto affettivo fattuale corrispondesse anche un rapporto giuridico.

Ma cosa succede in caso di “unione civile” di cui alla legge 76/2016?
Com’è noto la “stepchild adoption” è stata cancellata dall’originario progetto di legge sulle unioni civili in quanto la legge 76/2016 garantisce alle coppie dello stesso sesso il diritto di ottenere il riconoscimento solenne e formale dell’unione e uno status analogo a quello coniugale. Le unioni civili, pur costituendo un istituto distinto dal matrimonio, condividono con il matrimonio i tratti essenziali, sia per quel che riguarda il momento costitutivo sia per quanto riguarda la relazione interpersonale e la rilevanza nei confronti dei terzi e della collettività.

Laddove il legislatore ha escluso l’adozione piena nel caso di unioni tra persone dello stesso sesso la Corte di cassazione con sentenza 12962/2016 ha aperto un varco pronunciandosi proprio sull’adozione del figlio del partner in copie omosessuali applicando proprio l’art, 44 legge 184/1983 non creando nuovo diritto ma offrendo una copertura giuridica ad una situazione di genitorialità instauratasi da tempo.

La prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del procuratore generale e ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Roma, con la quale è stata accolta la domanda di adozione di una minore (nata in Spagna con una procedura di procreazione medicalmente assistita eterologa) proposta dalla partner della madre, con lei convivente in modo stabile.

I giudici della Suprema Corte, nel confermare l’adozione della coppia di donne omosessuali, hanno affermato che questa “non determina in astratto un conflitto di interessi tra genitore biologico e il minore adottato, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice”. Secondo la Cassazione, inoltre, questa adozione “prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempreché, alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi effettivamente il preminente interesse del minore”.

L’interesse dei bambini è una delle principali motivazioni addotte da chi è favorevole alla stepchild adoption: permettere l’adozione al genitore non biologico che svolge già il ruolo di genitore è il modo migliore per tutelare i figli delle coppie omosessuali.

La stepchild adoption, dunque, pur non essendo formalmente entrata nel nostro ordinamento, dalla porta principale con la legge delle unioni civili, è entrata comunque dalla finestra attraverso le sentenze dei giudici.

http://www.altalex.com/documents/leggi/2016/05/03/gazzetta-ufficiale-maggio-2016

COS’E’ IL REGISTRO DELLA BIGENITORIALITA’?

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La legge numero 54/2006, attraverso l’articolo 337-ter del codice civile, ha introdotto il principio della bigenitorialità come diritto soggettivo del bambino e il conseguente affido condiviso,  purtroppo ancora  carente sul piano dell’attuazione.

Tale riforma ha finalmente consacrato nel nostro ordinamento la Convenzione sui diritti dell’infanzia, ratificata anche dall’Italia con legge 76/91 secondo la quale gli Stati si impegnano a

garantire il riconoscimento del principio secondo il quale entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l’educazione del fanciullo e il provvedere al suo sviluppo. Principio consarato anche nell’art. 30 comma 1 della nostra Costituzione.

Diversi Comuni italiani hanno adottato il “REGISTRO DELLA BIGENITORIALITA’ ” uno strumento che permetterà di fornire maggiore attenzione nei confronti delle persone e delle famiglie, ma soprattutto dei bambini e delle bambine, allo scopo di prevenire motivi di risentimento e ridurre la conflittualità, eliminando squilibri legati all’essere o meno genitore collocatario.

In sostanza in questo Registro dovrà essere annotato il domicilio di entrambi i genitori anche di quello non residente con il minore (che dovrà necessariamente ai sensi dell’art. 45 codice civile avere un’unica residenza). Tale Registro sarà messo a disposizione di tutti gli enti ed istituzioni per la trasmissione di comunicazioni inerenti i minori si pensi ad esempio alle comunicazione dell’istituto scolastico frequentato.

L’utilizzo e la tenuta del Registro saranno disciplinati, concretamente, dall’adozione di un apposito regolamento della bigenitorialità al quale si affiancherà un protocollo di intesa con tutti gli enti e le istituzioni che in qualche modo incidono nelle vite dei minori.

L’impegno, infine, è quello di promuovere mediante le più disparate iniziative il rispetto a qualsiasi livello del diritto del minore alla bigenitorialità.

Si veda, a titolo esemplificativo, il Comune di Verona:

https://www.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=45782

Lo sapevi che se uno dei genitori non rispetta le modalità di affidamento e di esercizio della responsabilità genitoriale può essere obbligato a risarcire il danno?

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La legge n. 54 del 2006 ha introdotto nel nostro ordinamento uno strumento atto a disciplinare le conseguenze dell’affidamento condiviso e a fornire uno strumento per risolvere i conflitti tra genitori che riguardino i figli. L’art. 709 ter c.p.c. si applica esclusivamente alle controversie concernenti l’attuazione dei provvedimenti giudiziali che regolano l’esercizio delle potestà e delle modalità di affidamento dei minori.

Su ricorso di una parte il Giudice laddove ravvisi atti o inadempienze gravi che possano arrecare pregiudizio al minore o anche atti o comportamenti che ostacolino l’esercizio delle modalità di affidamento può modificare i provvedimenti e applicare le seguenti sanzioni: 1) ammonimento del genitore inadempiente; 2) disporre il risarcimento dei danni a carico di un genitore e in favore del minore; 3) disporre il risarcimento dei danni a carico di un genitore a favore dell’altro genitore;4) condannare il genitore inadempiente al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di 75,00 Euro ad un massimo di 5.000,00 Euro a favore della Cassa delle ammende.

Stante la massiccia ingerenza che siffatto provvedimento comporta nell’ambito della sfera familiare il legislatore ha circoscritto l’ambito di applicabilità ai soli conflitti nell’esercizio delle potestà genitoriali insuperabili ossia a quelli che comportino un significativo blocco alle funzioni decisionali inerenti la vita del minore e un consistente pregiudizio dei suoi più pregnanti interessi.

Nell’ambito dei giudizi per separazione o divorzio o in quelli promossi per la modifica delle condizioni il Giudice può irrogare anche d’ufficio le soprammenzionate sanzioni. Si segnalano alcune decisioni che hanno applicato la normativa in esame: il mancato pagamento della quota di mutuo contratto per l’acquisto della casa coniugale perché mette a rischio il diritto della prole a godere di un alloggio adatto conservando i rapporti con l’habitat; il frapporre sistematici ostacoli ai rapporti con l’altro genitore; il mancato versamento sistematico dei contributi di mantenimento stabiliti in favore del minore; il trasferimento del minore all’estero senza il consenso dell’altro genitore.

https://www.studiocataldi.it/articoli/27235-affidamento-figli-rischia-la-revoca-il-genitore-che-non-rispetta-gli-accordi.asp

CONTRATTO DI CONVIVENZA: COME FUNZIONA?

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Una delle novità più rilevanti della Legge 20 maggio 2016 n. 76 (cosidetta Cirinnà) è l’introduzione nel nostro ordinamento dei “contratti di convivenza”. E’ stata prevista per le coppie di fatto la facoltà di regolamentare di comune accordo gli aspetti patrimoniali del mènage familiare.

Il requisito per la stipula del contratto è che la coppia di fatto abbia provveduto alla registrazione dello stato di stabile convivenza nei registri anagrafici.

Il contenuto è decisamente ampio. I conviventi potranno stabilire la comune residenza, le modalità di contribuzione economica alla vita in comune in relazione alle proprie sostanze e alle capacità lavorative di ciascuno, l’adozione del regime patrimoniale dell’unione tra cui quello della comunione legale.

La novità interessante, che pone in risalto l’autonomia privata, è che con il contratto si possa regolamentare anche la fase patologica di cessazione della convivenza. E’possibile infatti stabilire, con riguardo ai soli interessi meramente patrimoniali, anche una suddivisione del patrimonio comune in modo da evitare successive controversie giudiziarie.

Il contratto deve essere redatto in forma scritta a pena di nullità con atto pubblico o scrittura privata autenticata da un notaio o da un avvocato. Il professionista che ha ricevuto o redatto l’atto ha l’obbligo di trametterne copia entro dieci giorni al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione nei registri anagrafici; ciò anche ai fini dell’opponibilità ai terzi. Il professionista deve attestare che il contenuto dell’atto non è contrario a norme imperative o all’ordine pubblico.

Il contratto di convivenza si risolve per accordo delle parti, recesso unilaterale, matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona, morte di uno o dei contraenti. Ciascuna causa di risoluzione necessita di adempimenti per i quali occorre rivolgersi al professionista che ha redatto l’atto.

In caso di cessazione della convivenza di fatto (registrata) il Giudice  può stabilire il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento per gravi motivi oggettivi.

Per maggiori informazioni non esitate a contattarci.

http://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2016-05-24/cosi-contratto-convivenza-le-coppie-fatto-registrate–180714.shtml?uuid=ADbYpIMhttp://www.ilsole24ore.com/art/norme-e-tributi/2016-05-24/cosi-contratto-convivenza-le-coppie-fatto-registrate–180714.shtml?uuid=ADbYpIM

 

TFR ED EX CONIUGE

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L’art. 12 bis legge 898/70 (divorzio) prevede il diritto per il coniuge, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, di ottenere una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge. Possibilità oggi estesa anche alla parte dell’unione civile sciolta.

I presupposti: il diritto spetta se al momento della percezione del TFR sia intervenuta sentenza di divorzio o almeno sia stata presentata la relativa domanda avanti le competenti autorità. La giurisprudenza ha chiarito che la locuzione Indennità di fine rapporto comprende tutti i trattamenti di fine rapporto derivanti sia da lavoro subordinato che parasubordinato comunque denominati che siano configurabili come retribuzione differita.

L’avente diritto deve essere titolare di assegno divorzile e non deve essere passato a nuove nozze.

La percentuale spettante è stabilita ex lege nella misura del 40% dell’indennità percepita dal lavoratore per gli anni che hanno coinciso col matrimonio al netto delle ritenute. Nessuna discrezionalità né valutazione di ulteriori elementi patrimoniali o personali può essere operata dal Giudice.

La corresponsione non è automatica necessitando di specifica domanda da presentare avanti il Tribunale competente con il patrocinio di un avvocato.

 

https://www.corriere.it/economia/17_dicembre_02/tfr-all-ex-moglie-va-quota-anche-10-anni-il-divorzio-808b4508-d781-11e7-b38f-bb89c6f43bbd.shtml?refresh_ce-cp

Quali nomi non si possono dare a un neonato?

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Recentemente si è letto sui giornali della vicenda di una coppia di genitori milanesi richiamati dal PM a distanza di oltre un anno dalla nascita della loro piccola, chiamata Blu, per modificarne il relativo nome ai sensi dell’art. 35 del Dpr 396/2000.

https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/milano-chiamano-la-figlia-blu-genitori-convocati-dal-pm

Sul punto occorre precisare che la citata legge stabilisce precisi divieti ai nomi che possono essere dati ai bambini nati nel nostro paese. Ecco tutti i limiti alla fantasia dei genitori imposti dalle nostre leggi.

Ecco gli otto tipi di nomi che in Italia sono vietati per legge:
1) Nomi del papà, della mamma o dei fratelli: per evitare confusioni tra le varie identità, in Italia un bambino non può avere lo stesso nome del padre, della madre, dei fratelli o delle sorelle viventi. Vietata, per esempio, una dicitura che è molto comune anche negli Stati Uniti o in Brasile: quella di avere lo stesso nome del papà con la dicitura ‘Junior’.
2) Cognome al posto del nome: anche qui, viene posto un limite per evitare equivoci di identità.
3) Nomi ridicoli: sono assolutamente vietati i nomi che rimandano a soprannomi o a ingiurie, handicap o disgrazie. La novità, rispetto agli anni passati, è che l’anagrafe può respingere l’abbinamento di nome e cognome che se combinati possono suscitare ilarità.
4) Nomi di personaggi storici: severamente vietate le combinazioni come ‘Adolf Hitler’, ‘Benito Mussolini’, ‘Josif Vissarionovich Stalin’ e ‘Osama Bin Laden’. Il motivo è che anche questi nomi potrebbero creare vergogna e derisione nel piccolo.
5) Nomi della letteratura: per lo stesso motivo dei personaggi storici, non è possibile chiamare i proprio figli ‘Conte Dracula’, ‘Madame Bovary’, ‘Moby Dick’ o ‘Grande Gatsby’. Questa interpretazione potrebbe essere estesa anche ai personaggi del cinema e non solo: potete anche chiamare i vostri figli ‘Erin Brockovich’, ‘Hannibal Lecter’, ‘Joey Tribbiani’, ‘Laura Palmer’, ‘Stanis Larochelle’ o ‘Walter White’, difficilmente l’anagrafe accetterà queste soluzioni.
6) Nomi di fantasia: ci sono dei limiti anche a questo, per evitare ad esempio che i bambini possano chiamarsi ‘Doraemon’, ‘Bender’, o ‘Pollon’.
7) Nomi non corrispondenti al sesso del bambino: ovviamente, è vietato dare un nome femminile ad un maschietto e viceversa. Fanno eccezione alcuni nomi ambivalenti: Andrea, che in altre lingue è utilizzato generalmente come nome di sesso femminile, è quello più comune in italiano.
8) Più di tre nomi: molti genitori, accanto al primo nome, vorrebbero omaggiare il ricordo dei loro parenti (solitamente i nonni o i bisnonni). Non va dimenticato però che è possibile dare al bambino un massimo di tre nomi: gli altri non avranno alcun valore legale.

Mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti

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Niente esami niente assegno: lo ha stabilito la Corte di Cassazione n.1858 del 2016.

Il dovere di mantenere i figli, educarli e istruirli, spetta ad entrambi i genitori ex art. 30 Cost. e 147-148 C.C., tale onere, imposto dal legislatore, è molto ampio richiedendo ai genitori di far fronte alle molteplici esigenze che possono profilarsi nel corso della vita della prole, imponendo la predisposizione di una stabile organizzazione domestica finalizzata ad una adeguata formazione personale e al raggiungimento dell’autonomia nella vita sociale.

L’obbligo di mantenere la prole, valido anche in pendenza di separazione/divorzio tra i coniugi, non cessa con il raggiungimento della maggiore età del ragazzo, ma continua fin quando non riesca ad ottenere una adeguata autonomia economica.

Tale obbligo viene meno non con il mero raggiungimento del 18° anno di età, ma nel momento in cui il figlio, per colpa, non mette a frutto le occasioni di lavoro offertegli e, dunque, non riesce ad ottenere l’autonomia/autosufficienza economica.

E’ importante sottolineare che la valutazione del comportamento colposo o inerte del ragazzo deve essere valutata caso per caso, tenendo presente le aspirazioni, le capacità, il percorso scolastico, universitario e post-universitario del soggetto, nonché le condizioni del mercato del lavoro e le condizioni economiche della famiglia.

L’applicazione di tali principi però non può determinare il protrarsi, per i genitori, di un obbligo di mantenimento per i figli di qualsiasi età e, dunque, incentivare comportamenti “parassitari” dei figli. In particolar modo, la giurisprudenza ha delineato come sorta di soglia temporale di tale diritto, il rapporto con coetanei del ragazzo appartenenti allo stesso ambito socio-economico, verificando se questi abbiano o meno raggiunto una sistemazione stabile e duratura.

Quanto all’onere della prova, sussistendo una sorta di presunzione iuris tantum sulla non autosufficienza dei figli, spetterà al genitore obbligato provare che il figlio sia in grado si mantenersi autonomamente ovvero che non lo sia per sua colpa. Il coniuge richiedente, invece, dovrà soltanto provare l’esistenza di una continuativa convivenza.

È però importante sottolineare che, diversamente da quanto avviene per l’assegno di mantenimento per i figli minori, con riferimento al mantenimento per figli maggiorenni, la statuizione dell’assegno mensile nel giudizio di separazione è soggetto al principio della domanda. Quanto alla prova, sarà necessario provare la stabilità del lavoro e la raggiunta autosufficienza economica.

 

 

 

Coppie miste: cosa fare in caso di rischio di sottrazione del minore.

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Nel caso di coppie miste con rischio di sottrazione del minore, è opportuno:

  • informarsi sulle disposizioni in materia di affidamento e di diritto di visita vigenti nello Stato di appartenenza dell’altro genitore e di quelle applicabili nel luogo di residenza abituale del nucleo familiare del minorenne;
  • se è già in corso la procedura per la separazione legale, chiedere al Giudice competente che nel provvedimento venga chiaramente indicato il divieto di espatrio del minorenne, senza il consenso dell’altro genitore;
  • se già in possesso di un provvedimento di affidamento del figlio cercare di evitare che il minorenne sia iscritto sul passaporto del genitore non affidatario; nel caso di affidamento congiunto, controllare che ciò non sia avvenuto senza il suo assenso (in alcuni Paesi ciò è possibile);
  • se già in possesso di un provvedimento di affidamento del figlio far riconoscere, ove possibile, il provvedimento stesso nello Stato di appartenenza dell’altro genitore;
  • verificare che il divieto di espatrio risulti registrato nelle liste di frontiera;
  • se per qualche motivo il minorenne deve recarsi all’estero, far sottoscrivere dall’altro genitore un impegno di rientro in Italia alla data stabilita;
  • vigilare, in occasione dell’esercizio del diritto di visita riconosciuto al genitore non affidatario, affinché lo stesso non trattenga con sé il minorenne illecitamente oltre il periodo stabilito;
  • informare l’asilo o la scuola sul pericolo che corre il minorenne di essere “sottratto” affinché all’uscita della scuola egli sia “consegnato” esclusivamente al genitore che ne abbia la custodia o a colui/colei che è da quest’ultimo autorizzato;
  • informare il genitore straniero che la sottrazione internazionale di minorenne costituisce in Italia reato procedibile d’ufficio, punibile con la reclusione da uno a quattro anni, ai sensi dell’art. 574 bis c.p.

 

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