Archivio mensilefebbraio 2018

Violazioni del regolamento di condominio: sanzioni salate ai condomini trasgressori

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A seguito della riforma dell’articolo 70 delle disposizioni per l’attuazione del codice civile operata dalla riforma del 2012 è prevista una sanzione pecuniaria di importo fino a 200 euro (che possono diventare anche 800 nel caso di recidiva), la quale può essere comminata in caso di infrazione del regolamento condominiale da parte dei condomini.

La somma così incassata andrà devoluta al fondo di cui dispone l’amministratore di condominio per far fronte alle spese di ordinaria gestione.

Per quanto riguarda la natura della sanzione di cui si sta parlando, essa è una pena privata che deve  pertanto essere pattuita dall’assemblea e inserita già all’interno del regolamento condominiale al momento della violazione, non potendo altrimenti essere applicata.

Alla luce di quanto sopra, si deduce che tale norma ha carattere eccezionale e si applica ai soli condomini, ed altro non è che una forma di risarcimento del danno per violazione degli obblighi assunti per l’utilizzo dei beni comuni.

La sua previsione pertanto, oltre ad avere un valore deterrente, permette di limitare le liti condominiali aventi ad oggetto le cose comuni riducendo l’eventuale contenzioso.

Nel momento in cui sussiste una violazione del regolamento condominiale e quest’ultimo contenga la previsione della possibilità di applicare la sanzione, spetta all’assemblea, con il voto favorevole della maggioranza degli intervenuti che rappresentino almeno la metà del valore millesimale dell’edificio, comminare la sanzione al trasgressore.

 

In caso di licenziamento del portinaio di condominio scatta l’eventuale suo sfratto.

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Qualora il portiere venga  licenziato, egli dovrà deve lasciare l’alloggio fino a quel momento occupato.

Il custode dello stabile, infatti, ha in godimento l’uso dell’alloggio quale prestazione accessoria al rapporto di lavoro, e non in virtù di un autonomo rapporto di locazione. Per cui, al momento della cessazione del rapporto di lavoro, lo stesso deve liberarlo. È quanto affermato dalla sezione lavoro del Tribunale di Milano, con una recente sentenza di dicembre 2016, dando ragione ad un condominio che chiedeva la condanna al rilascio dell’immobile da parte dell’ex portinaio.

Nel caso in questione, al portinaio, assunto con  regolare contratto a tempo indeterminato, era stato concesso il godimento a titolo gratuito dei locali della portineria. Una volta risolto consensualmente il rapporto di lavoro, l’uomo si rifiutava di lasciare l’immobile.Da qui il ricorso del condominio al giudice del lavoro per ottenere, il rilascio dell’immobile.

Il tribunale ha così chiarito che l’uso dell’alloggio costituisce “una prestazione accessoria del rapporto di portierato e, in quanto tale, non integra un autonomo rapporto di locazione“. Siffatto patto, si legge in sentenza, “segue le sorti del contratto cui accede, essendo a questo funzionalmente collegato, con evidente obbligo di rilascio al momento della cessazione del rapporto di lavoro”. Per cui, il condominio è nel pieno diritto di recuperare il bene e il portiere è condannato al rilascio immediato dell’immobile occupato.

 

Le multe da autovelox: quando è possibile contestarle e fare ricorso

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Non fa mai piacere pagare il verbale di una multa per eccesso di velocità presa da autovelox quando si crede che essa sia ingiusta. L’importante è non farsi trovare impreparati: una buona informazione è l’arma migliore per contrastare gli abusi e per far valere i propri diritti. In primo luogo occorre chiarire che gli autovelox non sono tutti uguali, ma devono avere determinate caratteristiche altrimenti le multe non sono valide. In sintesi devono rispettare i seguenti valori:

  • Omologati dal Ministero dei Trasporti;
  • Segnalati in maniera evidente agli automobilisti con cartelli e/o segnali luminosi;
  • Segnalati anche se sono autovelox mobili in dotazione a una pattuglia;
  • Tarati e verificati;
  • Riconoscibili anche di notte;
  • Utilizzati solo dagli organi che svolgono funzioni polizia stradale.

Le segnalazioni devono essere posizionate in modo da permettere all’automobilista di rallentare, e i segnali devono trovarsi ad almeno 400 metri prima dall’autovelox. Questa è la distanza per chi viaggia in autostrada: devono rispettare gli 80 metri sulle strade urbane, i 250 metri sulle extraurbane e i 150 sulle extraurbane secondarie.

Per quanto riguarda la questione della taratura dell’autovelox, essa è stata a lungo discussa dai Tribunali, i quali di recente sembravano aver sposato la teoria della non necessità, respingendo i ricorsi di quegli automobilisti che lamentavano l’assenza di verificazione del corretto funzionamento dell’apparecchio.

A fronte di una protratta incertezza in materia, è intervenuta la Corte di Cassazione, con la sentenza 11 maggio 2016 n. 9645, la quale ha stabilito che le apparecchiature di rilevazione automatica della velocità devono tassativamente essere sottoposte a tarature e verifiche del buon funzionamento, con cadenza periodica e senza eccezioni. Questo in considerazione del fatto che l’accertamento da cui scaturisce la multa è irripetibile (per cui ci vuole una ragionevole certezza della sua precisione) e che le conseguenze negative per l’automobilista sono di non poco conto.

Per quanto riguarda la segnalazione dello strumento di rilevazione della velocità, ci sono diverse sentenze che danno ragione agli automobilisti: gli autovelox devono essere ben visibili grazie anche ad una segnaletica posizionata correttamente.

Sul punto però è d’obbligo segnalare che il Ministero dei Trasporti ha dato il via libera (parere 2071 del 6 maggio 2015) all’autovelox per il controllo dinamico della circolazione che non necessita di segnalazione. Questo significa che la Polizia può utilizzare, senza preavviso, un autovelox installato a bordo e fotografare le targhe delle auto che superano il limite di velocità. La nota ministeriale specifica che le foto dovranno garantire la privacy dei passeggeri e del guidatore, soprattutto per quanto riguarda gli scatti frontali.

Uno degli elementi essenziali per contestare la multa di un autovelox è la verifica. Per essere valido, il verbale deve contenere alcune informazioni basilari:

  • Il modello dell’apparecchio utilizzato e la relativa omologazione rilasciata dal Ministero dei Trasporti;
  • La tollerabilità in percentuale dello strumento, ricordando che alla velocità rilevata va applicata a favore del trasgressore una percentuale di riduzione del 5%, con un minimo di 5km/h;
  • La verifica della funzionalità del rilevatore;
  • Tipo di postazione utilizzata;
  • La modalità di utilizzo del rilevatori (in particolare per i Telelaser);
  • Il provvedimento del Prefetto che indica le strade dove non è possibile fermare il guidatore per la contestazione, poiché l’infrazione deve essere contestata dalla pattuglia. Oltre alle autostrade, infatti, anche su alcune strade extraurbane non è possibile organizzare posti di blocco a causa della pericolosità in caso di intimazione a fermarsi per le auto in corsa.

Residuano ovviamente poi gli elementi comuni con altri tipi di multe che invalidano il verbale: mancata indicazione del giorno, del luogo o della località dell’infrazione, della targa o della norma violata.

Guidare in ciabatte o a piedi nudi si può? Ecco cosa dice il Codice della strada. Nessun divieto esplicito, ma attenzione alle conseguenze assicurative in caso di incidente.

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In quanti si sono trovati indecisi sulle scarpe da mettere dovendo guidare?

Molti pensano che sia vietato mettersi al volante con calzature aperte o “non allacciate“, ma sono ormai 22 anni che non è più così.

Non esiste più alcun divieto dal 1993 circa l’uso di calzature di tipo aperto (ciabatte, zoccoli, infradito) durante la guida di un veicolo nè è vietato guidare a piedi nudi.

Il conducente è tenuto infatti ad autodisciplinarsi nella scelta dell’abbigliamento e degli accessori al fine di garantire un’efficace azione di guida con i piedi (accelerazione, frenata, uso della frizione).

A conti fatti, pertanto, basta giusto un po’ di buon senso e il rispetto del Codice della Strada, secondo cui il conducente non deve “costituire pericolo o intralcio per la circolazione” e “deve sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizione di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo del veicolo entro i limiti del suo campo di visibilità e dinanzi a qualsiasi ostacolo prevedibile”.

In conclusione sia le infradito che i tacchi a spillo non sono espressamente vietati,  ciò nonostante non è detto che si tratti di calzature adatte alla guida e soprattutto che consentano un utilizzo corretto dei pedali.

Non si riceverà una multa se si guida con le scarpe aperte, ma il vero problema interverrà in caso di incidente: si rischia infatti che l’assicurazione possa prendere spunto da un’eventuale annotazione della polizia circa l’inadeguatezza delle calzature utilizzate per rivalersi per il pagamento di parte del risarcimento nei confronti dell’automobilista.

In caso di incidente, infatti, l’assicurazione potrebbe rifiutarsi di pagare o, successivamente, chiedere la restituzione dei soldi spesi per rimborsare il sinistro.

In caso di incidente, pertanto, il piede scivolato dai pedali per una calzatura inadeguata potrebbe essere considerata una concausa del sinistro e per il guidatore vi potrebbero essere conseguenze economiche per il risarcimento dei danni, a meno che non abbia firmato nel contratto RC Auto la clausola di rinuncia alla rivalsa.

 

Cosa fare in caso di danni da insidie stradali

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Sei rimasto coinvolto in un sinistro a causa di una caduta in una buca presente sul manto stradale, o per la presenza di materiale pericoloso sull’asfalto (olio, ghiaia, ghiaccio ecc), per marciapiedi sconnessi, per guardrail non in sicurezza, o ancora, per crollo improvviso di alberi, vegetazione che provoca mancanza di visibilità, caditoie non a raso con il manto stradale, griglie di tombini rotte, mancanza di segnaletica ecc…? Tutti questi eventi possono provocare danni agli utenti della strada, causando lesioni fisiche e materiali per cattiva o mancata manutenzione delle strade e dei luoghi adibiti a pubblico transito.

In tutti i casi sopra elencati e qualificabili come danni da insidia, si configura una precisa responsabilità in capo alla Pubblica Amministrazione (P.A.), la quale nella qualità di proprietaria o gestore del bene demaniale, è tenuta a risarcire i danni cagionati agli utenti a causa di sinistri stradali occorsi per omessa o insufficiente manutenzione delle rete stradale. In primo luogo è opportuno inoltrare una richiesta di risarcimento dei danni per raccomandata al proprietario del bene demaniale (per es. Autostrade per l’Italia spa, la Provincia, il Comune o l’ANAS).

IL NUOVO ORIENTAMENTO DELLA GIURISPRUDENZA SULLA RESPONSABILITA DELLA P.A.

Con la sentenza della Cassazione n.15384/06 la giurisprudenza afferma una responsabilità oggettiva della P.A. per i beni demaniali in custodia, ai sensi dell’art. 2051 cc. Ne deriva che per dimostrare la responsabilità della P.A. è sufficiente che sussista il nesso di causalità tra la cosa in custodia e il danno arrecato. Sul paino processuale ciò comporta una grande facilitazione per il danneggiato che dovrà soltanto fornire la prova dell’evento dannoso in cui è stato coinvolto e del nesso di causalità e cioè che il sinistro si è verificato come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa. (sentenza Cassazione n.79637/12). La P.A. per esimersi dalla responsabilità, dovrà provare che il sinistro si è verificato per un caso fortuito o comportamento del danneggiato.

CAUSE DI ESCLUSIONE DELLA RESPONSABILITA’ DELLA P.A.

Una volta dimostrato il nesso di causalità tra l’insidia stradale e il danno, è sempre configurabile la responsabilità del custode, a meno che la P.A. dimostri che l’evento lesivo si è verificato a seguito del c.d. caso fortuito riconducibile non alla cosa (buca ecc.) ma ad un elemento esterno avente i caratteri dell’oggettiva imprevedibilità e inevitabilità che può essere costituita dalla forza maggiore, dal fatto del terzo o dallo stesso danneggiato. Un esempio di esclusione della responsabilità della P.A. per fatto del terzo può essere il caso del cantiere stradale, in cui l’area risulti completamente recintata e affidata all’esclusiva custodia dell’appaltatore e pertanto dei danni subiti ne risponderà soltanto lui.

Un’altra causa di esclusione di responsabilità per la P.A. o per lo meno di un concorso di colpa è costituita dalla condotta del danneggiato. Gli utenti della strada sono gravati pertanto secondo il principio di autoresponsabilità codificato dall’art. 1227 c.c. di un dovere generale di attenzione e diligenza, in base al quale il comportamento del soggetto danneggiato contrario alla c.d. ordinaria diligenza, può incidere sulla responsabilità della P.A. fino a limitarla o addirittura escluderla. Sarà onere della P.A. provare che l’evento dannoso sia stato, in tutto o in parte, determinato dal comportamento stesso del danneggiato, mentre sarà onere del danneggiato dimostrare il contrario. Un esempio potrebbe essere la presenza di un ostacolo (dislivello di ghiaia), evitabile con un maggior livello di attenzione ad escludere la responsabilità della P.A. o ancora l’utilizzo improprio del bene demaniale rispetto all’ordinaria destinazione.

domande frequenti in tema di condominio

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1)Lastrico solare, quando risulta di proprietà del singolo condomino?
La norma di riferimento risulta quella di cui all’art. 1117 c.c., dettata in materia di parti comuni dell’edificio. Il lastrico solare rientra a pieno titolo nella proprietà comune dei singoli proprietari delle unità immobiliari. Pertanto, chi pretende di essere proprietario esclusivo del lastrico solare deve “vincere” la presunzione di condominialità e dimostrare il titolo (ad esempio, l’atto di acquisto) dal quale discenderebbe la sua proprietà esclusiva. Per stabilire la condominialità di un bene, si pensi a quello destinato ad alloggio del portiere, si deve accertare se, all’atto della costituzione del condominio, rinveniente dalla alienazione dei singoli appartamenti da parte dell’originario unico proprietario o costruttore del fabbricato, vi sia stata una siffatta esplicita destinazione, che deve essere espressa o di fatto, dovendosi altrimenti escludere la proprietà comune dei condomini su di esso. Peraltro, per vincere, in base al titolo, la presunzione legale di proprietà comune ex art. 1117, n. 2, c.c., non sono neppure sufficienti il frazionamento-accatastamento e la relativa trascrizione, eseguiti a domanda del venditore/costruttore, trattandosi di atto unilaterale di per sé inidoneo a sottrarre il bene alla comunione condominiale, considerato che tale effetto viene riconosciuto solo al contratto di compravendita.

2) Impianto di condizionamento sul lastrico solare? Nessuna rimozione se manca la prova della lesione

L’apposizione ad opera di un condomino dell’unità esterna e di altre componenti d’un impianto di condizionamento dell’aria sul lastrico solare condominiale non integra gli estremi dello spoglio nel compossesso e di conseguenza non può esserne ordinata la rimozione se manca la prova della lesione del pari diritto all’uso da parte degli altri comproprietari. La Cassazione, con la sentenza n. 10968 del 19 maggio 2014, ha chiarito tale questione in relazione ad un caso molto frequente: un condomino provvede ad installare un condizionatore e appone parte dell’impianto (unità esterni e vari cavi) sul lastrico comune; da qui l’azione possessoria della compagine perché, a suo modo di vedere, la condotta del condomino rappresentava una chiara ipotesi di spoglio nel possesso. E’ notorio che ai sensi dell’art. 1102, primo comma, c.c. tutti i condomini possono fare uso delle cose comuni purché ciò non leda il pari diritto degli altri comproprietari e comunque non alteri destinazione e decoro dello stabile e non sia lesivo della sicurezza e stabilità dell’edificio. In ogni caso il regolamento condominiale può porre dei limiti che possono divenire veri e propri divieti nel caso di regolamento condominiale di natura contrattuale. La Corte ha quindi ribadito che non commette spoglio chi usa la cosa comune a proprio vantaggio, nel caso di specie apponendo un impianto di condizionamento, se non v’è prova o comunque non viene valutata ricorrente l’impossibilità d’uso da parte degli altri condomini.

3) Sostituzione della canna fumaria comune: quando si parla d’innovazione?

La sostituzione di alcune vecchie (ed inutilizzate) canne fumarie incorporate nell’edificio, con altre nuove – poste sulla parete esterna in posizione diversa – rappresenta un’innovazione che può essere deliberata dall’assemblea (o concordata tra i condomini) senza necessità che vi sia un contratto scritto ai sensi dell’art. 1350 c.c. Questa, in breve sintesi, la decisione resa alla Corte di Cassazione con la sentenza n. 4736 del 10 marzo 2015. La pronuncia citata merita attenzione in quanto ribadisce la nozione d’innovazione – comunemente accolta – e chiarisce perché la sostituzione di beni comuni non debba essere considerata alla stregua di un atto modificativo o estintivo di un diritto reale, come tale necessitante del consenso scritto di tutti gli interessati. Si legge in sentenza che “per innovazione in senso tecnico-giuridico, vietata dall’art. 1120, secondo comma, cc, deve intendersi, non qualsiasi mutamento o modificazione della cosa comune, ma, solamente, quella modificazione materiale che ne alteri l’entità sostanziale o ne muti la destinazione originaria, mentre le modificazioni che mirano a potenziare o a rendere più comodo il godimento della cosa comune e ne lasciano immutate la consistenza e la destinazione, in modo da non turbare i concorrenti interessi dei condomini, non possono definirsi innovazioni nel senso suddetto.

4) Messa a norma delle canne fumarie e spese legali. Come vengono ripartite le spese?

La collocazione delle canne fumarie all’interno nel complesso condominiale non le rende di proprietà comune. Non si può deliberare su lavori riferiti alla proprietà esclusiva. È annullabile la delibera con la quale l’assemblea abbia ripartito le spese, legittimamente approvate nel loro ammontare, in parti uguali tra tutti i condomini e non in base alle tabelle millesimali. È invece radicalmente nulla (e dunque impugnabile in ogni tempo) la delibera che ponga le spese legali anche a carico dei condomini che abbiano ritualmente manifestato il proprio dissenso alla lite. È quanto affermato dal Tribunale di Perugia con la sentenza n. 231 del 31 gennaio 2014. Nella fattispecie, la delibera impugnata è stata annullata anche sotto il profilo dell’eccesso di potere, atteso che la collocazione delle canne fumarie all’interno del complesso condominiale non le rende automaticamente di proprietà comune. Da ciò discende che l’assemblea non può deliberare su lavori riferiti alla proprietà esclusiva dei singoli condomini e, segnatamente, sulla ristrutturazione delle canne fumarie dei singoli appartamenti. Le spese vanno ripartite in misura proporzionale ai millesimi di proprietà, salvo diversa convenzione. Infatti, se la canna fumaria è posta al servizio di un solo condomino o di un gruppo di condomini, la presunzione di comunione ex art. 1117 c.c. non opera e la canna fumaria deve pertanto ritenersi di proprietà esclusiva, salva eventuale prova contraria.

5) Cane che abbaia in condominio: come si fornisce la prova?

L’effettiva idoneità dei latrati del cane ad arrecare pregiudizio alle occupazioni o al riposo delle persone non deve essere accertata necessariamente in base a perizie o specifiche indagini tecniche, ben potendo il giudice fondare il proprio convincimento su altri elementi probatori idonei a dimostrare la sussistenza di un oggettivo disturbo alla quiete pubblica. Secondo la Corte di Cassazione, la responsabilità per la contravvenzione di cui all’art. 659 c.p. (disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone) può essere accertata anche sulla base delle dichiarazioni rese dai testimoni, non essendovi l’obbligo per il giudice di disporre una perizia tecnica per stabilire se i rumori hanno oltrepassato o meno i limiti della normale tollerabilità. Gli Ermellini ricordano anzitutto che l’art. 659 c.p. configura un’ipotesi direato di pericolo presunto per cui l’affermazione di responsabilità non implica la prova dell’effettivo disturbo di più persone “essendo sufficiente l’idoneità della condotta a disturbarne un numero indeterminato”.

6) È vietato portare i cani in ascensore?

Il regolamento condominiale può contenere un divieto del genere? Si rammenta che il regolamento assembleare può contenere norme “circa l’uso delle cose comuni e la ripartizione delle spese, secondo i diritti e gli obblighi spettanti a ciascun condomino, nonché le norme per la tutela del decoro dell’edificio e quelle relative all’amministrazione“, mentre quello contrattuale può limitare i diritti dei singoli sulle parti comuni e di proprietà esclusiva, purché non siano derogate le disposizioni indicate nell’art. 1138, quarto comma, c.c.  Di conseguenza, sicuramente, il regolamento assembleare non può contenere alcun divieto di portare cani in ascensore. Dato che tale statuto può disciplinare l’uso delle cose comuni, potrebbe contenere delle norme di condotta (es. guinzaglio in ascensore) per evitare problemi nel caso di uso contemporaneo da parte di più persone. Se il regolamento assembleare dovesse contenere divieti di portare cani in ascensore, quella norma dovrebbe essere considerata nulla e come tale impugnabile in ogni momento con azione davanti all’Autorità Giudiziaria finalizzata all’accertamento di tale nullità.

7) Il servo-scala si può installare anche senza il consenso di tutti i condòmini?

Il condòmino disabile può installare l’impianto di servo-scala a sue spese, anche se gli altri condòmini non sono d’accordo. In materia di barriere architettoniche, l’art. 2, comma 2, della Legge n. 13/1989 prevede una forma di autotutela che consente al portatore di handicap di superare il rifiuto del Condominio e di installare a sua spese i c.d. impianti provvisori, del tipo servo-scala o altre strutture mobili, ovvero di modificare l’ampiezza delle porte d’accesso. Ai fini dell’installazione del dispositivo antibarriera è necessaria la presenza di un soggetto residente portatore di handicap, anche in funzione della erogazione di contributi pubblici. Tuttavia, se l’installazione in autotutela è strettamente legata alla persona affetta da minorazione, non altrettanto può dirsi dell’uso del dispositivo, che può servire contemporaneamente altri soggetti che vivono nel medesimo condominio. Infatti, la funzione antibarriera del dispositivo – realizzata con il contributo pubblico – non viene meno con la persona nel cui interesse il dispositivo stesso è stato installato.

8) Crolla l’edificio: a chi spetta il risarcimento del danno?

Le Sezioni Unite della Cassazione hanno posto fine ad un contrasto giurisprudenziale sorto nel corso degli anni stabilendo che il diritto al risarcimento per il danno ad un immobile spetta al proprietario del bene nel momento in cui si è verificato l’evento dannoso, essendo tale diritto autonomo rispetto al diritto di proprietà. La Corte di Cassazione pronunciandosi su tale motivo ha stabilito un importante principio di diritto puntualizzando che l’azione volta ad ottenere il risarcimento dei danni subito da un immobile non può considerarsi alla stregua di un diritto accessorio al diritto di proprietà e pertanto non può essere trasferito con l’ atto di vendita. L’unico soggetto al quale deve essere riconosciuto il diritto al risarcimento del danno è colui che ha effettivamente subito il pregiudizio, tale soggetto, tuttavia, ha la possibilità di cedere il diritto soggettivo al risarcimento del danno ricorrendo ad un autonomo atto di cessione del credito. In caso di trasferimento della proprietà di un immobile il diritto al risarcimento del danno, sopportato del venditore prima del trasferimento dell’immobile, non può essere considerato un diritto accessorio al diritto di proprietà di conseguenza lo stesso può essere trasferito solo ricorrendo ad uno specifico atto di cessione del credito.

9) Si può parcheggiare la seconda auto davanti ai box?

È legittima la delibera, assunta con il voto favorevole della maggioranza dei condomini rappresentanti la metà del valore dell’edifico, che autorizza i condòmini a parcheggiare la seconda autovettura in prossimità del proprio garage purchè ciò non determini un pericoloso restringimento dell’area comune consentendo comunque anche il transito agevole di eventuali mezzi di soccorso. In particolare tale decisione non crea alcuna disparità di trattamento tra i condomini, in quanto autorizza tutti i condomini a parcheggiare l’eventuale seconda vettura dinanzi al proprio garage e quindi può essere adottata con le maggioranze previste dall’art. 1136 del codice civile (voto favorevole dei condomini che rappresentano la metà del valore dell’edificio). Essa non determina alcuna modifica alla destinazione d’uso del bene comune nè lede i diritti acquisiti da singoli condomini.

10) Serve l’unanimità per installare telecamere nell’autorimessa condominiale? C’è eventuale violazione della privacy?

Bastano la maggioranza e la metà dei millesimi per installare la videosorveglianza nel garage. Inoltre non c’è alcuna interferenza con la privacy in quanto le aree comuni non rientrano nella privata dimora. A tal proposito si chiarisce che non viola la privacy l’installazione di videocamere di sorveglianza che riprendono l’autorimessa comune o i posti auto privati di pubblica visibilità, se finalizzata ad evitare la commissione di reati. Non v’è alcuna lesione della riservatezza, in quanto le aree comuni condominiali non rientrano nei concetti di “domicilio”, di “privata dimora” e di “appartenenza di essi” ai quali si riferisce l’art. 614 c.p., nozioni che individuano una particolare relazione del soggetto con l’ambiente ove egli vive la sua vita privata, in modo da sottrarla ad ingerenze esterne indipendentemente dalla sua presenza. Invero, le aree comuni sono destinate all’uso di un numero indeterminato di soggetti; di conseguenza, la tutela penalistica non si estende alle immagini eventualmente ivi riprese, non trattandosi di private dimore.

 

 

 

 

 

 

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