gennaio 2018 - FMSLEX

Archivio mensilegennaio 2018

Inquinamento acustico: l’interesse a una normale qualità della vita prevale sulle esigenze di produzione

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In materia di immissioni acustiche, è necessario accertare in concreto il superamento del limite della normale tollerabilità, dovendo però ritenersi sempre prevalente il soddisfacimento dell’interesse a una normale qualità della vita rispetto ad una qualsiasi esigenza di produzione.

Tale principio è stato chiarito espressamente dalla Corte di Cassazione.

Nel caso di specie i proprietari di un immobile adiacente la corsia nord di un’autostrada hanno ottenuto nei confronti della s.p.a. Autostrade del Brennero un provvedimento ex art. 700 c.p.c., teso a imporre la realizzazione di un’apposita barriera antirumore.

Tale provvedimento è stato confermato nel merito dal Tribunale di Modena e successivamente anche dalla Corte d’appello di Bologna, per cui la S.p.A. autostrade decide di ricorrere in Cassazione per ottenere giustizia.

La Suprema Corte conferma in toto la decisione dei giudici di merito sostenendo che la lamentela dei ricorrenti relativa alla mancata disposizione nei precedenti gradi di giudizio di una C.T.U. per stabilire i livelli di inquinamento riscontrabili in loco è inefficace in quanto la sentenza impugnata ha risolto la questione della prova dell’intollerabilità delle immissioni in base al principio di non contestazione. Ha infatti premesso che era da considerare “conclamata ed incontestata” l’immissione di rumori superanti i limiti di tollerabilità.

Il giudice a quo non ha pertanto violato alcun canone di legge, dal momento che il principio di non contestazione operava anche prima della riforma dell’art. 115 c.p.c., giacché il convenuto, ai sensi dell’art. 167 c.p.c., era in ogni caso tenuto a prendere posizione in modo chiaro e analitico sui fatti posti dall’attore a fondamento della propria domanda, i quali potevano ritenersi ammessi, senza necessità di prova, ove la parte nella comparsa di costituzione e risposta si fosse limitata a negare genericamente la sussistenza dei presupposti di legge per l’accoglimento della domanda.

Inoltre, sostiene la Cassazione che in una simile condizione di accertato superamento dei limiti di tollerabilità del livello di inquinamento acustico, eccepire il contemperamento delle esigenze della produzione ex art. 844, 2 comma, cod. civ. non è rilevante.
La Corte non esclude l’accertamento in concreto del superamento del limite della normale tollerabilità, ma si deve comunque ritenere sempre prevalente il soddisfacimento dell’interesse a una normale qualità della vita rispetto a qualsivoglia esigenza di produzione.

Nel caso specifico, si discute di inquinamento acustico derivante da sorgente mobile, quale il traffico veicolare dell’autostrada della cui costruzione e del cui esercizio la società convenuta era concessionaria. La causa petendi rimane circoscritta all’art. 32 Cost., e art. 2043 c.c., dovendosi giudicare di immissioni recanti pregiudizio alla salute umana e all’ambiente.

Pertanto la verifica del superamento della soglia di normale tollerabilità (finanche rapportata all’art. 844 c.c.) comportava doversi escludere qualsiasi criterio di contemperamento di interessi contrastanti e/o di priorità dell’uso, venendo in considerazione, in tale ipotesi, unicamente l’illiceità del fatto generatore del danno, rientrante nello schema dell’azione generale di cui all’art. 2043 c.c.

Mantenimento dei figli maggiorenni non autosufficienti

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Niente esami niente assegno: lo ha stabilito la Corte di Cassazione n.1858 del 2016.

Il dovere di mantenere i figli, educarli e istruirli, spetta ad entrambi i genitori ex art. 30 Cost. e 147-148 C.C., tale onere, imposto dal legislatore, è molto ampio richiedendo ai genitori di far fronte alle molteplici esigenze che possono profilarsi nel corso della vita della prole, imponendo la predisposizione di una stabile organizzazione domestica finalizzata ad una adeguata formazione personale e al raggiungimento dell’autonomia nella vita sociale.

L’obbligo di mantenere la prole, valido anche in pendenza di separazione/divorzio tra i coniugi, non cessa con il raggiungimento della maggiore età del ragazzo, ma continua fin quando non riesca ad ottenere una adeguata autonomia economica.

Tale obbligo viene meno non con il mero raggiungimento del 18° anno di età, ma nel momento in cui il figlio, per colpa, non mette a frutto le occasioni di lavoro offertegli e, dunque, non riesce ad ottenere l’autonomia/autosufficienza economica.

E’ importante sottolineare che la valutazione del comportamento colposo o inerte del ragazzo deve essere valutata caso per caso, tenendo presente le aspirazioni, le capacità, il percorso scolastico, universitario e post-universitario del soggetto, nonché le condizioni del mercato del lavoro e le condizioni economiche della famiglia.

L’applicazione di tali principi però non può determinare il protrarsi, per i genitori, di un obbligo di mantenimento per i figli di qualsiasi età e, dunque, incentivare comportamenti “parassitari” dei figli. In particolar modo, la giurisprudenza ha delineato come sorta di soglia temporale di tale diritto, il rapporto con coetanei del ragazzo appartenenti allo stesso ambito socio-economico, verificando se questi abbiano o meno raggiunto una sistemazione stabile e duratura.

Quanto all’onere della prova, sussistendo una sorta di presunzione iuris tantum sulla non autosufficienza dei figli, spetterà al genitore obbligato provare che il figlio sia in grado si mantenersi autonomamente ovvero che non lo sia per sua colpa. Il coniuge richiedente, invece, dovrà soltanto provare l’esistenza di una continuativa convivenza.

È però importante sottolineare che, diversamente da quanto avviene per l’assegno di mantenimento per i figli minori, con riferimento al mantenimento per figli maggiorenni, la statuizione dell’assegno mensile nel giudizio di separazione è soggetto al principio della domanda. Quanto alla prova, sarà necessario provare la stabilità del lavoro e la raggiunta autosufficienza economica.

 

 

 

Coppie miste: cosa fare in caso di rischio di sottrazione del minore.

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Nel caso di coppie miste con rischio di sottrazione del minore, è opportuno:

  • informarsi sulle disposizioni in materia di affidamento e di diritto di visita vigenti nello Stato di appartenenza dell’altro genitore e di quelle applicabili nel luogo di residenza abituale del nucleo familiare del minorenne;
  • se è già in corso la procedura per la separazione legale, chiedere al Giudice competente che nel provvedimento venga chiaramente indicato il divieto di espatrio del minorenne, senza il consenso dell’altro genitore;
  • se già in possesso di un provvedimento di affidamento del figlio cercare di evitare che il minorenne sia iscritto sul passaporto del genitore non affidatario; nel caso di affidamento congiunto, controllare che ciò non sia avvenuto senza il suo assenso (in alcuni Paesi ciò è possibile);
  • se già in possesso di un provvedimento di affidamento del figlio far riconoscere, ove possibile, il provvedimento stesso nello Stato di appartenenza dell’altro genitore;
  • verificare che il divieto di espatrio risulti registrato nelle liste di frontiera;
  • se per qualche motivo il minorenne deve recarsi all’estero, far sottoscrivere dall’altro genitore un impegno di rientro in Italia alla data stabilita;
  • vigilare, in occasione dell’esercizio del diritto di visita riconosciuto al genitore non affidatario, affinché lo stesso non trattenga con sé il minorenne illecitamente oltre il periodo stabilito;
  • informare l’asilo o la scuola sul pericolo che corre il minorenne di essere “sottratto” affinché all’uscita della scuola egli sia “consegnato” esclusivamente al genitore che ne abbia la custodia o a colui/colei che è da quest’ultimo autorizzato;
  • informare il genitore straniero che la sottrazione internazionale di minorenne costituisce in Italia reato procedibile d’ufficio, punibile con la reclusione da uno a quattro anni, ai sensi dell’art. 574 bis c.p.

 

Quali sono le procedure giudiziali per il recupero del credito?

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Nell’ipotesi in cui il creditore sia in possesso di una cambiale o di un assegno non pagati emessi dal debitore sarà possibile notificare a quest’ultimo un atto di precetto con il quale gli si intima di pagare entro il termine di dieci giorni, termine oltre il quale sarà possibile dare corso all’esecuzione forzata.

Si tratta della via più rapida e meno costosa per arrivare a poter richiedere un pignoramento contro il debitore. Si tenga presente che Il possessore del titolo di credito ha la possibilità di agire giudizialmente sia nei confronti dell’obbligato principale (azione cambiaria diretta), sia nei confronti degli obbligati di regresso (azione cambiaria di regresso) che non pagano spontaneamente. Lo strumento legale di gran lunga più diffuso rimane comunque quello del decreto ingiuntivo, un provvedimento giudiziale con il quale il Giudice ordina al debitore di pagare quanto dovuto entro un determinato periodo di tempo.

Si tratta di una strada leggermente più costosa per il debitore ma sicuramente molto più efficace, se non altro perché con il decreto ingiuntivo è possibile iscrivere ipoteca giudiziale sui beni immobili e sui beni mobili registrati del debitore. Infine, in tutti i casi in cui il creditore non sia in possesso dei requisiti richiesti dalla legge per poter procedere con un decreto ingiuntivo, sarà necessario dare corso ad una causa ordinaria nella quale il creditore dovrà fornire la prova del proprio credito e che si concluderà con una vera e propria sentenza.

Il decreto ingiuntivo è un provvedimento con il quale il Giudice, su richiesta presentata dal creditore, ordina (ingiunge, appunto) al debitore di effettuare una data prestazione. Trascorso il suddetto termine senza che il debitore abbia ottemperato ovvero senza che questi abbia proposto opposizione il creditore può chiedere che si proceda con il pignoramento contro l’ingiunto. Il decreto ingiuntivo viene concesso qualora il creditore vanti il diritto al pagamento di una somma determinata di denaro, alla consegna di una quantità determinata di cose fungibili ovvero alla consegna di una cosa mobile determinata. La particolarità del decreto ingiuntivo è che il provvedimento viene emesso su ricorso presentato dal creditore senza che sia sentito in merito il debitore. Tuttavia è necessario che il ricorso proposto dal creditore per ottenere l’ingiunzione abbia ad oggetto un credito fondato su prova scritta ai sensi degli art. 633 e 634 cod. proc. civ.
Il decreto ingiuntivo può essere immediatamente esecutivo: ciò significa che esso può essere immediatamente posto in esecuzione (previa notifica dell’atto di precetto) con la richiesta di pignoramento rivolta all’Ufficiale Giudiziario competente. Il decreto ingiuntivo può essere emesso con la formula di provvisoria esecutività qualora il credito sia fondato su cambiale, assegno bancario, assegno circolare, certificato di liquidazione di borsa oppure su atto ricevuto da notaio o altro pubblico ufficiale. Inoltre l’esecuzione provvisoria può essere concessa dal Giudice anche qualora, pure in mancanza dei predetti requisiti, vi sia grave pericolo nel ritardo ossia in tutti quei casi in cui il creditore riesca a fornire la prova documentale che la mancata concessione della provvisoria esecutività potrebbe seriamente pregiudicare l’adempimento dell’obbligazione cui il debitore è tenuto.

 

Annullamento della contravvenzione per l’ accesso in zone ZTL

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In data __ alle ore __,  la sig.ra C.V., viaggiava con la propria autovettura, modello__ targata__, trasportando suo padre C. E. residente a __ in Via__, invalido e possessore di un contrassegno invalidi di cui all’art. 381 del Regolamento del Codice della Strada rilasciato regolarmente dal Comune di__ in data __e regolarmente esposto al momento dell’accertamento.

Al momento dell’accertamento, la targa dell’automobile non risultava  preventivamente comunicata al Comune del luogo di accertamento della contravvenzione, quale targa di veicolo al servizio di titolari del contrassegno parcheggio invalidi.

C.V. richiedeva l’annullamento, in via di autotutela, del verbale di contravvenzione n° __ del __ accertata in __ Via__, autorità verbalizzante Polizia Locale e verbalizzata in data __, per la contestata violazione del disposto dell’art. 7 comma 14 del D.lgs. n. 285/1992 (Codice della Strada).

A fondamento della richiesta di annullamento C.V. adduceva che, come afferma la Cassazione nella sentenza n. 719 del 16 gennaio 2008 “il contrassegno invalidi è strettamente personale, non è vincolato a uno specifico veicolo ed ha valore su tutto il territorio nazionale”.

Sebbene l’autovettura oggetto di contestazione non fosse di proprietà dell’invalido trasportato e sebbene la targa del suddetto veicolo non fosse stata  preventivamente comunicata quale targa  di veicolo al servizio di titolari del contrassegno parcheggio invalidi, C.V. invocava la propria legittimazione ad attraversare la zona a traffico limitato in questione, in quanto viaggiava trasportando il padre invalido ed avendo esposto regolare contrassegno.

Il Comandante, vista l’istanza di riesame del provvedimento presentata dall’interessata e considerato che, a seguito di oggettivo riscontro effettuato sulla base della valutazione della  documentazione presentata, il presente provvedimento rientra nella casistica per cui è ammissibile l’annullamento dell’atto in regime di autotutela in quanto la violazione al codice della strada non sussiste, provvedeva ad annullare in autotutela l’atto di accertamento in oggetto.

Occorre osservare che la Sentenza della Corte di Cassazione n. 719 del 16 gennaio 2008 richiamata, sul tema ha in concreto affermato che le eventuali lacune del sistema amministrativo comunale relative alla gestione dei dati dei «contrassegni invalidi», non possono gravare sul cittadino in regola con le autorizzazioni di legge che consentono l’ingresso nelle Zone a Traffico Limitato (ZTL).

Pertanto l’Ente locale che si occupa della predisposizione del verbale di contravvenzione, qualora accertasse, successivamente al passaggio nella Zona a Traffico Limitato (ZTL), che la persona era titolare di un valido contrassegno, dovrebbe provvedere all’annullamento del verbale predisposto.

In sostanza, la persona in possesso di un valido «contrassegno» ha quale unico onere quello di esporre bene in vista nell’autovettura che viene utilizzata per lo spostamento il «contrassegno invalidi» e nell’ipotesi in cui, nonostante la regolare esposizione del permesso, il cittadino si veda notificare una multa per accesso non autorizzato in violazione dell’articolo 7, commi 9 e 14, del Codice della, si potrà procedere nei seguenti modi:

  1. segnalazione del possesso di un valido contrassegno effettuata personalmente, o a mezzo di lettera raccomandata o a mezzo pec all’ Ente Locale che ha inviato il verbale di contravvenzione entro 60 giorni: questa modalità di segnalazione, definita per così dire «bonaria», prevede la possibilità che la Polizia Municipale provveda direttamente all’annullamento del verbale di contravvenzione notificato.
  2. ricorso al Prefetto del luogo in cui è stata elevata la sanzione, entro il termine di 60 giorni dal ricevimento della contravvenzione;
  3. ricorso al Giudice di Pace del luogo in cui è stata elevata la sanzione, entro il termine di 60 giorni dal ricevimento della contravvenzione.

Il controllo dei lavoratori tramite il MISTERY SHOPPER

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Il controllo sulla qualità del servizio effettuato a mezzo dei cd. “mistery shopper” (finti clienti) è un fenomeno piuttosto recente e non trova una collocazione certa e puntuale nell’ambito della normativa avente ad oggetto la tutela dei lavoratori. In particolare, la disciplina statutaria (art. 3 dello Statuto dei lavoratori) è volta principalmente a tutelare i lavoratori (a cui sono equiparabili gli agenti dal punto di vista delle tutele dei principi fondamentali) da forme di vigilanza lesive della dignità dei soggetti interessati.

La fattispecie in esame, tuttavia, non sembra rientrare nella fenomenologia tradizionale di vigilanza, bensì nel più generico potere di controllo attribuito dalla legge al datore di lavoro. Tale potere si estende ovviamente anche alla possibilità di verificare la qualità dell’operato dei dipendenti, anche mediante controlli a campione ed in “incognito”.

La delicatezza della materia impone tuttavia all’azienda di agire secondo criteri di correttezza e buona fede. In particolare dovranno essere esplicitate le modalità e i presupposti di tali controlli (ad esempio segnalazioni negative di clienti) ed in ogni caso i dati raccolti dovranno essere trattati in maniera tale da non ledere il diritto alla riservatezza dei soggetti interessati. Il trattamento dei dati dovrà avvenire in forma anonima e con modalità tali da non consentire a soggetti non interessati alle valutazioni raccolte di ricondurre a questo o a quel dipendente i giudizi espressi dal “mistery shopper”. Il trattamento dovrà pertanto avvenire non solo nei limiti degli scopi per i quali i dati sono stati raccolti, ma con le ulteriori cautele dovute al fatto che nella maggior parte dei casi la competenza dei soggetti incaricati dei controlli non è riscontrabile né verificabile e che, comunque, l’accertamento si riferisce spesso a singoli episodi, come tali non sempre significativi.

La Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi del tema del controllo occulto dei lavoratori con due recenti sentenze, la n. 13019/2017 e la n. 14454/2017, che ribadiscono e rafforzano l’orientamento giurisprudenziale in materia di controllo dei lavoratori.

Nel primo caso, la Corte di Cassazione, in linea con la corte territoriale, ha ritenuto illegittimo il licenziamento di un lavoratore e inutilizzabili le immagini che lo ritraevano mentre incassava denaro senza emettere scontrini fiscali poiché il sistema tecnologico in uso (telecamere nascoste) era volto al controllo diretto dell’attività del dipendente e non poteva rientrare tra i controlli difensivi a tutela degli asset aziendali. La Corte ha specificato, però, che la pronuncia sarebbe stata differente se il datore di lavoro fosse ricorso a controlli a campione attraverso la simulazione di acquisto da parte del personale investigativo che, presentandosi alla cassa come cliente, avrebbe potuto verificare il corretto rilascio dello scontrino.

Proprio questa strategia, infatti, è stata messa in atto dall’azienda protagonista della sopraccitata sentenza n. 14454/2017. In questo caso, la Corte ha respinto il ricorso di un addetto alla cassa, sospettato di ammanchi, scoperto a non registrare le vendite dagli investigatori privati, nelle vesti di clienti, incaricati dal datore di lavoro. Tali soggetti, fingendosi normali clienti dell’esercizio, si sono limitati a presentare alla cassa la merce acquistata e a pagare il relativo prezzo, senza porre in essere manovre dirette a indurre in errore l’operatore, il quale non ha però erogato regolare scontrino.

La Cassazione ha quindi chiarito che il ricorso a questa tipologia di attività investigativa di mystery shopping, che rientra di fatto nei controlli occulti, è comunque da ritenersi legittima. Il controllo, difatti, riguarda sì l’operato del dipendente, ma il presunto illecito non fa riferimento al mero inadempimento della prestazione lavorativa, bensì incide direttamente sul patrimonio aziendale.

Inoltre, a tutela del diritto di difesa dell’incolpato, la Corte ha ravvisato che la contestazione è stata tempestiva, l’illecito reiterato e corroborato dall’accertamento delle giacenze di cassa della giornata.

Alla luce di quanto sopra, se ne desume che è lecito per il datore di lavoro assoldare un investigatore affinché controlli l’operato del dipendente se il presunto illecito non riguarda il mero inadempimento della prestazione di lavoro, bensì incida sul patrimonio aziendale; infatti si ribadisce che secondo lo Statuto dei Lavoratori è legittimo utilizzare personale investigativo esterno unicamente per la salvaguardia e tutela del patrimonio aziendale, mentre è illegittimo avvalersi di personale investigativo anonimo, per controllare a distanza i propri dipendenti durante l’orario di lavoro, con il fine di sanzionarli in caso di inosservanze delle procedure aziendali.

Ragion per la quale le eventuali lettere di contestazione comminate sulla base dei rapporti del Mistery Client potrebbero essere ritenute, da un eventuale giudice, illegittime ai sensi dell’art. 3 Statuto dei lavoratori, a meno che si basino su più fattori (risultanze di più mistery clients comprovate da dati di bilancio che mettano in evidenza danni al patrimonio aziendale).

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